Hertz


Quando nel 1887 il trentenne Heinrich Hertz costruì un apparato sperimentale che gli permise di verificare che lo scoccare di una scintilla produce perturbazioni nel campo elettromagnetico che viaggiano a velocità altissima anche nel vuoto, egli non aveva in mente alcun vantaggio economico per sé.

Tutto ciò che lo spingeva era lo stimolo di una teoria fisica, l’elettromagnetismo di Maxwell, pubblicata solo vent’anni prima e sistemata in modo completo nel 1873, che lasciava spazio all’esistenza di onde elettromagnetiche che nessuno aveva mai osservato. Ciò che lo spingeva era un’opera umana, quella di Maxwell, di grandissima sintesi sostanziale, perché racchiudeva in un’unica spiegazione secoli di esperimenti in due campi, quello dei fenomeni elettrici e quello del magnetismo, che solo grazie ai progressi dei precedenti sessant’anni avevano iniziato a mostrare affascinanti punti di contatto; ma anche di eccezionale eleganza formale, perché grazie a strumenti matematici avanzati e all’introduzione del potenziale elettromagnetico, tutta la teoria poteva essere condensata nelle famose quattro equazioni di Maxwell. Lo scopo che Hertz si era prefisso era quello di trovare conferme o smentite a questa teoria, attraverso fenomeni che la ricchezza della teoria stessa suggerivano ma che non erano stati ancora osservati.

Sete di conoscenza, direi. La teoria di Maxwell è corretta o no? Descrive bene ciò che si conosce, ma è forse troppo ampia? O invece la sua struttura comprensiva, l’introduzione di questo nuovo “potenziale elettromagnetico” coglie aspetti della realtà che ci sono ignoti?

Intravvedo tre ragioni per cui occuparsi di ricerca in questo modo. Uno è certamente il fatto che la conoscenza sterile di oggi può diventare fruttuosa domani. Sappiamo da vari resoconti ed interviste come Hertz giudicasse di scarsissima utilità pratica la sua scoperta. Che, però, già dopo pochissimi anni, fu utilizzata per la telegrafia senza fili, la radio e via via fino alla televisione, alla telefonia cellulare, alle comunicazioni satellitari e fino a ricomprendere nella stessa famiglia di onde elettromagnetiche anche altri tipi di onde scoperte da altri, come i raggi X, i raggi gamma, le microonde e la luce.

C’è anche la gratificazione della fama, almeno nel mondo accademico e scientifico, a motivare gli studi e la ricerca.

Ma, io credo, la spinta più forte sta nel piacere intellettuale, nel gusto che si prova quando, di fronte a qualcosa di sconosciuto, si è in grado di comprenderlo, saggiarlo e infine spiegarlo, interpretarlo, descriverlo. Ed è un piacere molto umano, di chi, formica nell’universo, scopre segreti enormi, e qualche volta si sente parte di una famiglia in grado di fare qualcosa di decente su questa palla azzurra.

In un secolo abbondante le cose sono cambiate parecchio nella ricerca. Oggi il denaro ha un’importanza enorme anche nella scienza, nei programmi di ricerca. Quando qualcuno si chiede e ci chiede a cosa serva la ricerca di base, buttare dei soldi in questo pozzo senza fondo, a rispondere che arricchisce nel presente l’umanità in ciò che è e nel futuro in ciò che sarà in grado di fare, rischiamo di non essere capiti. Ma ricordiamoci di Hertz, e forse diremo comunque qualcosa di intelligente.

2 commenti

  1. […] a una certa velocità, e poi queste radiazioni vengono effettivamente misurate (ne parlavo proprio qui). Rispetto a cosa la misuro, questa velocità? Alla Terra? A un treno fermo in stazione? Al Sole? […]

  2. […] negli anni ottanta dello stesso secolo vennero effettivamente scoperte e prodotte in laboratorio da Heinrich Hertz. Era una teoria elegante, unificante, in grado di proporre previsioni poi effettivamente […]

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