Un libro fuori posto


Un libro fuori posto. Chi ha visto il mio studio potrebbe pensare che non faccia notizia. Eppure, “fuori posto” non vuol dire fuori dalla libreria. Fuori posto vuol dire che qualcuno l’ha preso in mano e l’ha spostato rispetto a dove l’avevo messo io (niente di grave, ovviamente: so benissimo chi è stato e va bene così). Io me ne accorgo.

Un libro fuori posto, dunque. Lo riprendo in mano, lo apro: do un senso al disordine.

Quin igitur expergiscimini?

E’ strano come il caso, qualche volta, faccia saltare all’occhio la frase giusta.

Una frase che desterebbe chiunque. Svegliatevi! Allarga un po’: un discorso forte, di buon senso. Zoom indietro ancora: un discorso elettorale pronunciato da un farabutto.

E’ una questione di grandangolo: vedi il contesto e capisci che quel che prima sembrava un mondo fantastico è solo scenografia. Le parole vanno in bocca a chi le pronuncia, e costui va in braccio alla sua storia e alla sua geografia. E le storie si intrecciano, le geografie si sovrappongono, ed ecco nuovi personaggi, nuove parole, e il peso diverso che queste iniziano ad assumere rispetto alle prime. Storia e geografia, tempo e spazio, cause e conseguenze.

Lucio Sergio avrà sempre auditori pronti, che pendono dalle sue labbra allenate. Riuscirà sempre a dire le parole giuste affinché tanti lo seguano, si sveglino, combattano per lui. Il suo è l’appello ai miopi, o ai nani: a coloro che si disegnano un cerchio intorno e lo chiamano mondo. A coloro cui basta la parola, non importa chi e come la emette.

Una domanda mi rimane: ma se avesse vinto lui, avesse poi cambiato le regole per giustificarsi, sarebbe diventato lui il “buono”? E’ tutto davvero così tanto relativo? O forse, ad allargare ancora il campo, a guardare altre storie e altre geografie, l’avremmo comunque visto per il pericoloso criminale che era?

Mettiamole sui piatti di una bilancia, le immagini. Da una parte il topo, il nano, il miope; dall’altra l’aquila, il gigante, il lungimirante. Chi vorrebbe stare sul primo piatto, potendo scegliere di sedere sul secondo? Ed è questo che dobbiamo ricordare e ricordarci: la saggezza del paio di passi indietro, dello sguardo d’insieme.

Non è il solo significato, ammesso che possa essere univoco, a dare il senso a un discorso. Conoscerne le motivazioni, le origini, gli scopi, in poche parole sapere chi è e cosa vuole chi lo pronuncia, ne completa e definisce il senso anche quando le parole risultano chiarissime e sembrano dire tutt’altro. E questo lo sappiamo benissimo, fin da bambini. Eppure, quando Lucio Sergio parla, ci caschiamo ancora.

Il proverbio dice che l’albero si riconosce dai frutti. Ed è per questo, Lucio Sergio, che non puoi nasconderti dietro il paravento della privacy. Dobbiamo conoscere i tuoi frutti per sapere che senso dare alle tue parole e decidere se seguirti o no. Proprio tu, che ci chiedi di svegliarci e di combattere per te, prototipo del politico, devi vivere in una casa di vetro, per permetterci di vedere l’anima che chiama la nostra alla condivisione. Altrimenti è falso, una patacca, e magari vincerai per un po’, ma troverai prima o poi un Marco Tullio che ti inchioda alla fine di una parabola, svelando la vacuità e i fini nascosti.

Avresti dovuto stare attento. Non hai solo mentito dicendo il falso per il vero, hai anche ingannato, mettendo i desideri di chi ti ha seguito al servizio dei tuoi progetti. Ti è servito ad aver fama, e famoso rimani dopo tanto tempo: ma è la fama nera dell’antiesempio, il tuo nome associato ai vari poveretti di turno che, ignari della storia, della letteratura e della natura umana, ripetono i tuoi stessi errori.

E avete perso, tutti voi. Quin igitur expergiscimini?

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