La fine del mondo


Non fu quando mia madre mi prese sulle ginocchia e mi disse che io e papà saremmo tornati a vivere in Jubilee street, dalla nonna. Avevo otto anni ed ero abituato a passare i pomeriggi con granny e granpa, i genitori di mio padre, a tre isolati da casa mia, su per El Dorado road, visto che entrambi i miei lavoravano. Era un giorno caldissimo, non avevo molta voglia di stare così vicino a mia madre; lei, probabilmente temendo che avrei faticato ad accettare questo cambiamento, che in realtà non capii fino in fondo per qualche tempo, cercò di baciarmi e di abbracciarmi un po’ troppo, e io le sfuggii per chiudermi nella mia camera, steso sul letto col ventilatore a soffitto al massimo. Ricordo che mi aveva stupito soprattutto l’enfasi data da mia madre a questo che a me pareva un piccolo aggiustamento, del resto gradito perché ai miei nonni ho sempre voluto molto bene. Tutto a posto, la vita continuava bella e varia.

Non fu quando seppi che mio padre stava per risposarsi. Avevo dodici anni, una sera mio padre mi disse che saremmo andati a cena fuori. Al Pizza Hut ci aspettava anche lo zio di mio padre, Jack, curiosamente solo due anni più vecchio di lui, con cui usciva spesso. Non mi portavano con loro, di solito, e questa serata, lo sentivo, aveva un’aria di solennità. Ho nella memoria l’aria condizionata glaciale che ci accolse, e non la pizza, probabilmente la solita, ma una caraffa enorme di Pepsi, saranno stati due litri, una valanga di cubetti di ghiaccio. Al brindisi lo zio Jack disse che era pronto per fare il best man, e mi guardò interrogativo, come sfidandomi a risolvere l’indovinello. Io sapevo che mio padre aveva una fidanzata, me l’aveva detto lui stesso qualche tempo prima. Ma al matrimonio non avevo mai pensato. Quella del matrimonio era la mia mamma. Non risolsi l’enigma. Penso di aver trascorso mezz’ora in silenzio guardandoli a turno, in attesa che mi svelassero quello che non riuscivo ad afferrare. E non fu una mezz’ora piacevole: anche se probabilmente si trattò solo di un paio di minuti, e mio padre e zio Jack avevano tutta l’aria di divertirsi ed essere felici, io ero a disagio, come se mi avessero portato in un posto in cui non dovevo stare, messo in una condizione che non mi apparteneva, nonostante tutto. E poi mio padre me lo disse, con semplicità. E io con semplicità lo sentii e compresi. Capii che qualcosa sarebbe cambiato, che quella Natalie che aveva iniziato a frequentare le nostre riunioni di famiglia sarebbe diventata una presenza stabile. “Poco male”, pensai: “basta che non ce ne andiamo dalla casa dei nonni”. Devo anche averlo detto, perché mio padre prima mi deluse, poi mi rassicurò: disse che aveva trovato una casa vicina, su Fairley street, forse a due isolati da dove vivevamo; ma disse anche che se volevo potevo rimanere in Jubilee street, con i nonni, almeno all’inizio.  E questo fece la differenza. Poi, fu un inizio molto lungo, perché il loro matrimonio finì prima che io decidessi di trasferirmi con loro: fu mio padre a traslocare, di nuovo, non io. Tutto a posto, la vita continuava bella e varia.

Non fu nemmeno quando mia madre mi disse che sarebbe andata a vivere in Canada, a riunirsi con la sua famiglia. Avevo sedici anni, ma lei era sempre lì, in Jubilee street: veniva a trovarmi ogni giorno, anche quando c’era papà. Ogni tanto si chiudeva in cucina con i nonni e con lui, se era in casa, e probabilmente parlavano di me, di come andavo a scuola, forse anche di soldi, non so. Ma per il resto passava con me un’oretta, guardava i miei quaderni, facevamo progetti per il weekend, parlavamo. Poi un pomeriggio, stavo guardando il cricket in tv, lei passandomi dietro come se volesse uscire e andarsene, disse cinguettando che aveva comprato il biglietto per il Canada. Non le diedi peso, lei ogni tanto partiva per un viaggio: Florida, crociera, Grenada… non sapevo con chi andasse, secondo tutti andava da sola, e per me andava bene così. Un paio di giorni dopo, però, tornò sull’argomento. Sarebbe stata via per sei mesi, sarebbe tornata a Natale e poi avrebbe deciso cosa fare, se fermarsi o ripartire. Uscì la nonna dalla cucina, in quel momento, e mi disse che non dovevo preoccuparmi: avrebbero pensato lei e granpa a tutto. E questo mi bastava. La sensazione era che granny fosse più preoccupata per mia madre che per me. Me lo spiegai con il fatto che lei stessa aveva dovuto salutare una figlia, la zia Betty, che viveva ormai da anni nel New Jersey e per la nonna il punto di vista era quello materno. Cercai di capire quale altro punto di vista avrebbe potuto indurre in me preoccupazioni, ma non ne trovai. Certamente non il mio: tutto a posto, la vita continuava varia e bella.

Non fu neppure quando Mel mi disse che era incinta. Ci eravamo conosciuti un paio d’anni prima, a un party dell’università. Entrambi frequentavamo l’UWI a St Augustine, io ero al terzo anno del BSc in ingegneria civile, lei al primo di studi afroasiatici. Nel frattempo io mi ero iscritto al MSc e lei stava finendo. Ci frequentavamo in modo variabile: in alcuni periodi molto vicini, in altri meno, ma non necessariamente perché c’erano altri interessi. Ci stavamo raffreddando dopo un periodo di passione e una sera Mel mi chiamò al telefono e, dopo il classico preambolo apparentemente casuale ma studiato per entrare in argomento, iniziò a interrogarmi sul mio senso di paternità. Paternità/maternità: argomento mai affrontato insieme, nemmeno lontanamente. Dopo la decima domanda ne feci una io, sulle ragioni di quella improvvisa e urgente curiosità. Lei rispose, quasi fosse un dettaglio, che aveva un piccolo e probabilmente insignificante ritardo. Non provai nulla. Come se non mi riguardasse, o fosse la scena di un film. Poi, per qualche giorno non entrò più in tema, e io me ne dimenticai. Ma circa una settimana dopo mi chiamò e mi disse che dovevamo vederci. Mi diede appuntamento dopo la fine delle lezioni nel giardino dietro all’edificio amministrativo dell’università. Un po’ di paura per quello che mi avrebbe detto l’avevo. Forse temevo maggiormente che volesse dirmi che c’era qualcun altro, o forse desideravo pensare così. Invece ecco come avvenne: mi venne incontro, mi salutò guardandomi negli occhi ma senza sorridere; quando ci fermammo uno di fronte all’altra, mi prese le mani e iniziò a giocarci, facendole rimbalzare le mie palme sulle sue; per un minuto si concentrò su questo movimento, mentre io aspettavo che parlasse. Sapevo che l’avrebbe fatto, e che l’avrebbe fatto quando le parole erano pronte. Sapevo che dovevo lasciar fare a lei. E infatti, dopo l’ennesimo rimbalzo, sollevò il viso pensieroso, e con un mezzo sorriso mi disse “allora, pare proprio che avremo un bambino”. Quel suo mezzo sorriso, quel suo umore pensieroso: per la prima volta Mel mi parve trovarsi di fronte a una situazione sconosciuta, e mi fece una tenerezza enorme. Mi guardava senza quella maschera di sicurezza ed esperienza che aveva usato per conquistarmi, che era la stessa che avevo indossato io per averla. Risi, smisi anch’io il mio travestimento, e lei rispose ridendo. “Quanto tempo abbiamo per organizzarci?”, le chiesi. Lei capì che non era una domanda stupida: “Io e te, un paio di mesi, forse tre; per il resto direi dai cinque agli otto, chi lo sa?” E così iniziammo a prepararci, a dirlo in casa, lei ai suoi onnipresenti genitori, io ai miei indispensabili nonni prima di tutto. Decisero di prendersi cura di noi, noi decidemmo di aiutarli continuando a vivere separati e continuando a studiare.  Mia nonna, mi disse una cosa che mi rimarrà sempre impressa: “se lasci che questo bambino ti distolga da quel che stai facendo così bene, anche se questo bambino te lo sei cercato tu, difficilmente gli vorrai il bene che merita; a lui pensiamo noi, finché possiamo: tu pensa a sistemarti”. Tutto a posto, la vita continuava, bella, varia e incontenibile.

E non fu neanche quando nacque Adam, al Mount Hope, in quella sala operatoria in cui non potei entrare, ma da cui mi portarono un fagottino verde da cui proveniva un pianto inverosimile, fino a quando me lo misero in mano e vidi la bocca spalancata, enorme, gli occhi chiusi strettissimi e i pugnetti anch’essi stretti e tremanti. I preparativi erano serviti ad arrivare a quel momento. Mel stava bene, mi dissero. Ancora non riesco a tradurre in parole le emozioni di quella mattinata. Una certa preoccupazione, inizialmente, per il cesareo, un’attesa lunghissima, anche se l’orologio non arrivò a contare un’ora. Nervosissimo, mi sciolsi in lacrime e baci e carezze e meraviglia. Per Adam, il mio primo ometto, per la mia Mel, dolorante e intontita: mai l’ho rivista così bella. E poi in stanza, imparando i nuovi piccoli gesti, le attenzioni, le richieste sempre molto vigorose e urgenti. Certamente quel ventidue marzo la mia vita cambiò, ma non cambiai io: una nuova sfida si era aggiunta, una sfida continua, a tempo indeterminato, ma io ero lo stesso. Tutto a posto, la vita continuava, bella e varia.

Non fu quando ci sposammo. Non fu quando decidemmo di farlo. Non ci fu nemmeno una proposta vera e propria. Adam aveva undici mesi e stava dormendo sul mio letto (a casa dei miei nonni); eravamo soli Mel e io. Lei mi chiese come stavo. Io risposi che stavo benissimo, convinto, perché era vero. Le rimandai la domanda: lei mi rispose annuendo, con uno sguardo pensieroso che conoscevo bene non perché gliel’avessi visto frequentemente sul viso, ma perché le rarissime volte che l’aveva indossato era sempre stato in momenti decisivi. L’anticipai: “pensi che dovremmo finirla con questo viavai?” e mimai con le mani un traffico tra due o tre direzioni diverse, intendendo la casa dei miei nonni, quella (l’ennesima) di mio padre e della sua attuale compagna e dei loro figli, quella dei genitori di Mel, quella di mia madre, la cui esperienza canadese si era conclusa assai presto. Lei mi rispose: “penso che potremmo iniziare qualcosa di nuovo”. E da quel momento iniziammo a cercare di capire che cosa potesse essere questo “qualcosa di nuovo”. Mia nonna ci offrì ospitalità in un paio di stanze (la mia e quella di zia Betty), e così si fece strada l’idea di sposarci. Lei è pentecostale, io sono cresciuto in una famiglia che si potrebbe definire ecumenica. Scegliemmo la chiesa pentecostale. Non dovemmo fare nulla. A tutto pensò la comunità. E genitori di Mel, che erano quelli che ci tenevano più di chiunque altro. Tutto a posto, la vita continuava, varia, bella e complicata.

Fu quella notte, fu il giorno dopo. Quando Adam si svegliò e ci svegliò piangendo. Il suo pianto presto si trasformò in singhiozzi, i singhiozzi in tremori, i tremori in convulsioni. Non sapevamo come calmarlo, come tenerlo, piccolo com’era nei suoi quindici mesi. Mia nonna prese un pacchetto di fazzolettini e gliela mise in bocca di traverso, poi chiamò l’ambulanza. Io ero impotente. Mel piangeva. Non ricordo come giunsi in ospedale. La scena successiva nella mia mente è lui addormentato in un letto troppo grande, con una flebo al braccio. Fu quella mattina, quando la dottoressa pronunciò una parola durissima da pronunciare e da ascoltare, appena ammorbidita da un condizionale e dal dubbio di altre possibilità e di regressioni col passare del tempo. Fu in quel momento che il mio mondo finì, si sgretolò davanti alla sofferenza di mio figlio. Fu in quel momento, di fronte all’infanzia minacciata di Adam, che fui cacciato dalla mia. Ho sentito di non avere più il diritto di dire: tutto a posto. Ma Adam dovrà essere in grado di farlo. Ma la vita, la sua, continua, varia e bella nonostante tutto. E anche la mia, alla fine, non è niente male.

2 commenti

  1. “Bello” sarebbe un commento troppo superficiale, troppo banale, troppo sbrigativo.
    Si scivola con gusto sopra i ricordi di una vita colma di felicità e passione che rendono piacevole l’immedesimazione nel personaggio.
    Lo stile delizioso con cui è descritta l’armonia dei particolari e il susseguirsi degli eventi, ci ricorda quanto gran parte dei contenuti appartengono a molti e quanto l’epilogo a tutti.
    Vorrei dire altro, continuare con commenti tecnici, ma non farei altro che sminuire l’importanza di certi sentimenti che stanno oltre alle parole.

    1. Grazie PV!

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