Quattordici qualunquisti


Niente di grave, non sto dando i numeri. Riporto semplicemente il calcolo che Sergio Rizzo propone sul Corriere: il numero di leggi di iniziativa parlamentare approvate quest’anno. La rubrica, "I costi della politica" e i contenuti dell’articolo fanno il paio nel suscitare indignazione nel lettore che rifletta su quanto la macchina della rappresentanza politica viene finanziata a fronte di un’efficienza così bassa.

Una cinquantina i provvedimenti, incluse le conversioni di decreti governativi e le ratifiche, quattordici quelli originatisi all’interno di Montecitorio o Palazzo Madama.

Non ho voglia di controllare, ci si può fidare. Se non quattordici, non saranno comunque molti di più, questo è evidente.

Non vorrei, però, che "quattordici" consonasse un po’ troppo con "qualunquismo".

Intendiamoci: un Parlamento che in un anno riesce a produrre quattordici leggi, nella situazione drammatica in cui il Paese si trova, è un Parlamento da mandare a casa il prima possibile, privo di iniziativa, privo di guide autorevoli che imprimano a disegni di legge intelligenti la spinta necessaria ad arrivare a una discussione, a un voto, a un’approvazione, un Parlamento privo di senso di priorità e di realtà.

Ma questi non sono i costi della politica. Questi sono i costi della cattiva politica. Sono i costi che dobbiamo pagare perché abbiamo un’assemblea rappresentativa composta non da persone scelte effettivamente dai cittadini sulla base di competenze, idee, programmi, ma dagli apparati di partito (o dai maggiorenti, o dai padroni, a seconda della strutturazione gerarchica e genetica) sulla base di altri criteri, quali che siano, comunque alieni al campo dell’impegno politico. Sono i costi di una pessima legge elettorale, in primis.

Ma ancora più a monte, sono i costi di una politica concepita come accaparramento di poltrone, cariche, gettoni, vitalizi, onorificenze e via dicendo, che produce politici incapaci di proporre altro dalla difesa degli interessi propri o della propria lobby di riferimento, incapaci di vedere i bisogni reali di una nazione e di usare le proprie energie nel tentare di porvi rimedio.

Io credo che, a parte forse i più giovani, che possono essere cresciuti, purtroppo, nella convinzione che tutti i politici siano uguali e abitino nei bassifondi morali del Paese, tutti abbiamo in mente qualche esempio di politico che definiremmo "onesto servitore dello Stato", eventualmente declinato al femminile. A destra, a sinistra, al centro, l’Italia ha conosciuto, e forse in tempi neanche troppo lontani, persone che si sono dedicate alla politica come a un servizio al bene comune. Non lasciamoci allora convincere che "tanto sono tutti uguali". Se i politici di oggi spiccano per inefficienza, non dobbiamo però bollare la politica in sé come una perdita di tempo, come qualcosa di corrotto o corrompente, di immorale.

L’alternativa alla politica è la dittatura. L’alternativa alla cattiva politica è la buona politica. L’alternativa all’affarismo, al clientelismo, alle mafie è l’impegno serio in prima persona per il bene comune.

Se questo Parlamento è da mandare a casa, è per farne uno nuovo, migliore, di rappresentanti del popolo.

E ricordiamoci quando vedremo in lista certi nomi: ricordiamo che una certa generazione di politici (e non principalmente una generazione per età anagrafica) con la sua passività, col suo arrivismo e con la sua prepotenza non solo non ha risolto i problemi che era stata incaricata di risolvere, ma ha fatto la cosa peggiore, avvelenando alla fonte la fiducia dei cittadini nel fatto che sia la politica a dovere e potere affrontare tali problemi.

Io non vorrei abolire i privilegi dei parlamentari: limitarli, forse sì. Vorrei piuttosto abolire i parlamentari che non li meritano. Perché rappresentare un popolo è un compito altissimo, che richiede disponibilità di mezzi, libertà di azione, indipendenza economica, e deve essere alla portata anche del più povero dei cittadini. Ma richiede anche il rispetto, da parte del rappresentante, del compito assegnato, del mandato e del mandante, il popolo sovrano.

Per questo non vorrei che tutto questo zelo nel denunciare ciò che non va nella politica di oggi si trasformasse in una denuncia della politica in sé. E mi piacerebbe un po’ più di responsabilità in chi cavalca l’antipolitica, spesso per fini propri. C’è bisogno di più politica, di politici che si siano sporcati le mani non con le mazzette ma con i problemi della gente comune, che abbiano imparato sul campo la difficile arte del dialogo e del compromesso tra posizioni diverse, che abbiano idee, che le vogliano portare avanti con convinzione per il bene di tutti.

Io ne conosco di persone così. Bisogna cercarle, forse, ma ci sono, anche nella nostra Italia del bungabunga, dell’"un bacio, dotto’" eccetera eccetera.

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