Greenpeace


Cari signori di Greenpeace,

oggi un vostro volontario mi si è avvicinato mentre uscivo da un grande stabilimento commerciale, chiedendomi di contribuire alla vostra causa.

La forma che avete scelto, quella del contributo continuativo con RID sul conto corrente bancario, per una cifra di "un caffè al giorno, o anche mezzo" mi pare intelligente, per tutte le ragioni che il volontario, evidentemente ben istruito, ha evidenziato. E, anche se il momento non è molto propizio, economicamente parlando, ero pronto ad offrire qualcosa di mio alle vostre battaglie contro lo sfruttamento dei mari, contro la deforestazione e per le energie rinnovabili. Un po’ meno contro gli OGM, ma se ne può parlare.

Ora, il fatto è che 1) non sono solo in casa, e anche se mia moglie era proprio lì con me, certe decisioni, specialmente quelle che riguardano soldi, sono necessariamente decisioni che maturiamo insieme, e 2) io non vado in giro con il mio IBAN in tasca: non so, forse è una mia grave mancanza, mi dispiace.

Ho espresso queste due riserve. La reazione del volontario, però, non mi è piaciuta molto. "Ma vi vedo sensibili e interessati… Iniziamo col rispondere alle domande semplici, poi l’IBAN lo vediamo, magari la chiamiamo e completiamo". Un momento: se ti dico che preferisco parlarne con mia moglie, invece di aggrapparti al fatto che non ho le coordinate bancarie per darmi un secondo appuntamento o modalità alternative, torni alla carica?

Non era un volontario. Era un piazzista. A quel punto ho chiesto, con malizia: "Ok, ma mettiamo che non voglia farlo ora, ma tra qualche giorno?". Conferma: "Ma non si preoccupi, il RID inizia dall’anno nuovo, quindi ha tempo per ripensarci, poi la chiameranno per sapere se sono stato cortese e lì può confermare o disdire…".

Non demordeva, ma la mia voglia di firmare quel modulo mi stava passando velocissimamente. "Ma scusa: non c’è un numero da chiamare? Un sito da visitare? Alla fine a voi interessa che io contribuisca, a voi non fa differenza se io sottoscrivo oggi o fra qualche giorno, ma magari a me sì…". Risposta: il sito c’è, ma queste informazioni sono difficili da trovare, poi devi stampare il modulo, compilarlo, andare in posta… molto meglio fare tutto qui e subito.

Io i "tutto qui e subito" ho imparato a non farli. Le televendite, le offerte mitiche che non si trovano sul sito o per cui non c’è materiale da spedire per posta o email… no, non ci sto per principio.

Sul sito di Greenpeace Italia, il link per diventare sostenitori è ben visibile, la procedura semplice. Alberto mi ha anche detto una panzana.

Vedete, signori di Greenpeace, per quel che conta, siete passati dal convincermi a darvi i miei 15 euro al mese a convincermi a non darvi nemmeno un euro all’anno nel giro di pochi minuti, per questo giochino del tutto qui e subito. Io sono dell’idea, probabilmente assai superata, pazienza! che il marketing non si addice a una associazione, per quanto sia importante, nota e diffusa, anzi forse ancor meno per questo.

Così, giusto per farvelo sapere.

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8 commenti

  1. Giorni fa ho avuto un’avventura simile. Bada… troppo simile. In particolare il dettaglio della telefonata nella quale ti chiedono se il volontario/venditore è stato cortese. Insomma tutto uguale e tutto pochi giorni fa, solo che il mio era dell’Enel. Temo facciano tutti parte di agenzie che hanno il compito di farti firmare carte per conto terzi. Loro hanno una percentuale su ogni firma e, dopo qule primo momento, tutto quello che puoi fare è dare il commento al servizio qualità che ti chiama pochi giorni dopo a conferma di quanto ti era stato detto, perchè… la frittata ormai è fatta!

    Salutoni, ti seguo quando posso.

    Pigna
    scrittoconperlana.blogspot.com

    1. Ma è proprio lì il punto. Finché è l’ENEL, un’azienda, capisco il ricorso a forme forse discutibili di marketing. Ma qui si tratta di un’ONG, un’associazione con finalità sociali. Non ci siamo, per niente.

    2. E comunque ciao Pigna! 🙂

  2. Aggiornamento: tornato due settimane dopo nello stesso centro commerciale, ho ritrovato di nuovo Greenpeace (ma non gli stessi operatori). Altra balla di quello che avevo incontrato io, che mi aveva assicurato che sarebbero stati presenti solo l’indomani e che quella era l’ultima occasione per aderire alla raccolta fondi in modo semplice e personale.
    Non avrei forse bisogno di sottolineare che mi sono tenuto alla larga.

  3. […] Non ci crederete, ma uno dei post più regolarmente visitati di questo blog, da qualche tempo a questa parte, è quello che dedicavo ormai parecchio tempo fa ai piazzisti del marketing onlus, specificamente di quello di Greenpeace. […]

  4. Il punto è che il “piazzista” è pagato (sì, Greenpeace non usa i volontari, perché i piazzisti di mestieri sono più bravi a portar palanche), quindi per lui il “tutto è subito” è fondamentale. Non che sia d’accordo con la tattica, semplicemente mi premeva rispondere al quesito del post.

    1. Grazie del commento. Mi stupisco ormai più del mio stupirmi: il mondo è cambiato e per portare avanti certi ideali effettivamente è necessario affidarsi a specialisti. Tuttavia, a chi come me è abituato a pensare al volontariato come volontariato, l’idea di Greenpeace che si affida ai “piazzisti” un po’ disturba… 🙂

  5. Mi è appena successa la stessa cosa, mando un sms per sostenere l’artico e mi contatta la signorina del call center di green peace che mi dice le stesse identiche parole che hanno detto a te, io rispondo esattamente come hai fatto tu e scatta lo stesso meccanismo. Ero partita con l’idea di dare un contributo e invece me l’hanno fatta passare.

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