Memoria


Così, dunque, si cammina, quando la morte ti ha toccato in mezzo alle spalle. Si cammina leggeri come volando, ma qualcosa di sotterraneo ti accompagna, e ciò che ti accompagna sotto i piedi non è leggero e non vola, ma è scuro e pesante come il succo del papavero. (E. Wiechert, Missa sine nomine)

Una fiamma, per quanto possa brillare, non si nota alla luce accecante che il sole e queste pietre bianche impietosamente donano. Non resiste al vento che spazza queste colline brulle. Non se ne sente il calore, in questa landa senz’ombra, né il suono metallico con la brezza che passa tra i rami degli ulivi.

Per questo sono necessari un tetto, una fresca penombra, un silenzio: per proteggere e custodire la fiamma della memoria dagli insulti del tempo. Una sala, ampia e spoglia, per portarvi dentro, solo un attimo, ciò che arreda la nostra vita e misurarlo contro i nomi, scritti a rilievo, dei luoghi in cui la vita di tutti è stata svestita di qualsiasi umanità. Per questo, mentre entriamo, ci viene posta sul capo una kippa: se è l’umanità quella in grado di macchiarsi e di soffrire fino a questo punto, si fa divino il passare di qua, per questi sovrumani silenzi e tensione profonda.

E fuori, ancora memorie, sotto il sole, in forma di pietre accumulate da mani pietose, in bilico, memorie instabili ma perseveranti. O al chiuso, gallerie di volti e nomi di piccoli che in pochi anni raccolsero e dovettero portare il carico di dolore di una lunga esistenza.

Dal giardino, uno sguardo sulla Città, sul Crocevia delle religioni e delle etnie, sul Simbolo di identità e di violenze, di temporaneo e di eterno nello stesso istante. Uno sguardo non come quello dallo Scopus, da cui l’alternativa è tra vita e morte, tra Città e deserto. No, la Città, il mercato, la gente è là, ma qui c’è comunque vita: c’è memoria. Una memoria tenace e contorta, silenziosa e frusciante, dura e flessibile, brulla eppure verde: ulivi dai nomi stranieri che possono abbeverarsi alla scarsa acqua in ricordo dell’umanità dimostrata da chi portava quei nomi stranieri da vivo.

E’ all’uscita che il passo si fa pesante, come se la piccola ombra che ci vediamo tra le gambe ci ancorasse al suolo. Come se avessimo visitato il nostro cimitero, come se sapessimo che lì dentro, da qualche parte, tra quelli delle vittime e dei carnefici, dei Giusti e di chi non s’interessò, anche il nostro nome è scritto. Uscendo, le lacrime si coniugano al futuro, perché è ormai chiaro che il sangue versato, allora e prima di allora e di nuovo da allora tante volte in altri posti, non smetterà di scorrere finché tutti non lo riconosceremo, distinguendolo dal succo dell’oblio, pesante e scuro, ciascuno sulle proprie scarpe.

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