Meanwhile in Trinidad…


Per il mestiere che faccio, viaggiare a Carnevale è impensabile (in realtà c’è sempre qualche collega che sparisce per una settimana bianca o una crociera a maggio; mi sono sempre chiesto come facciano quando per prendere un giorno di ferie durante l’anno un comune mortale docente deve trovarsi i sostituti gratuiti e quindi mettere in piedi scambi di ore e favori di natura varia; ma questa è un’altra storia). Potrei così giustificare il fatto di non aver mai visto, ad esempio, uno dei carnevali brasiliani. In realtà, non ho mai visto nemmeno quello di Viareggio o di Cento, che distano forse poco più di un’ora di viaggio da casa mia, e a quello di Venezia sono stato trascinato da amici che amano la fotografia. Come dicevo in un altro post, il Carnevale non è proprio la mia cosa.

Però nei confronti del Carnevale di Trinidad è diverso. Chiarisco: Trinidad è il Paese d’origine di mia moglie, un luogo dove ho trascorso diversi mesi tra i più belli della mia vita e che ha, credo comprensibilmente, un posto speciale nel mio cuore.

Scrivevo: con il Carnevale di Trinidad è un’altra cosa. Incredibilmente, sento il desiderio di viverlo, anche se mi rimane il dubbio che ne sarei deluso più che appagato. E quindi mi tengo il desiderio e vado avanti così, anche perché, come dicevo, mi risulterebbe piuttosto complicato realizzarlo.

Il libro di Giuseppe Sofo (videotrailer) racconta dell’esperienza di un italiano a Trinidad proprio in relazione al Carnevale. A parte alcune sue sottolineature (particolarmente quella relativa all’essere l’unico bianco in città) che non condivido, Sofo rappresenta un clima che ho avvertito anch’io, una centralità del Carnevale durante tutto il corso dell’anno. Le ragioni possono essere tante. Prima di tutto si tratta dell’unica festa non religiosa e non istituzionale in un Paese ricco di culti e dalla politica giovane, passionale e spesso frammentata sugli stessi confini delle tante etnie presenti. Si tratta di una festa che conserva però un certo elemento storico e sociale, come sovvertimento dei ruoli e delle convenzioni, e contemporaneamente una fusione di elementi culturali indigeni, africani, indiani, su una base culturale europea e su un modello di entertainment globale che il Carnevale di Trinidad ha contribuito ad affermare (basti ricordare Peter Minshall, uno dei grandi registi del Carnevale di Trinidad, chiamato a collaborare alle cerimonie di apertura delle Olimpiadi di Barcellona, Atlanta, Salt Lake City e di USA ’94).

E’ sorprendente quanto radicata sia la consapevolezza di far parte di un Paese speciale, a Trinidad. Le espressioni culturali etniche, le leggende animistiche, le tradizioni nazionali e regionali, ma anche la musica commerciale, tutte trovano nel Carnevale una sorta di Sanremo di strada. I 349 giorni dell’anno sembrano quasi il tempo in cui il Paese si nutre di, e prepara i sei giorni di follia. Le competizioni di Calypso, tradizionalmente una forma di critica sociale, di Soca, più disimpegnato e giovanile, di steel pan (“l’unico strumento inventato nel XX secolo”), i costumi, gli spettacoli organizzati e le varie sfilate che si susseguono, direttamente o indirettamente costituiscono una base culturale su cui tutta la popolazione, in particolare quella giovanile, ma non solo, trova unità, un’unità necessaria proprio a causa della natura caleidoscopica, assai frammentata e multiforme, che caratterizza la realtà sociale di Trinidad.

Non so se è perché io sono uno straniero, e uno straniero che non ha mai sperimentato quella realtà, ma a ogni visita, ogni giorno, ogni persona che ho incontrato mi ha sempre sorpreso con un riferimento più o meno casuale al Carnevale.

Con tutto ciò, io so che sarei un pesce fuor d’acqua, che la mia partecipazione sarebbe poco più che una curiosissima e divertita osservazione e annotazione mentale o fotografica. Sarei comunque un turista, anche se i miei momenti turistici laggiù sono stati pochissimi e meno pronunciati a ogni visita.

Allora il mio desiderio di viverlo, questo Carnevale, lo lascio nell’angolo dei desideri. Chissà, forse un giorno potrò permettermi il lusso (lusso!) di esserci e, mai dire mai, di prendervi parte da trinidadiano vero. La mia nostalgia di quaresima, però, non mi impedisce di sentirmi vicino, oggi, ai miei parenti e amici di Trinidad, nel loro folle, caldo, colorato, chiassoso Mardi Gras.

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