Scrivere del padre


Come spesso mi capita, è la compagnia della radio lungo il tragitto in auto tra casa e l’ufficio (scriverò presto qualcosa su questo) a darmi uno spunto da condividere.

Questa mattina: BenFatto, ospite Flavio Insinna, che presenta il libro su suo padre (“Neanche con un morso all’orecchio”, Mondadori). In copertina, l’ho sentita descritta per radio e poi cercata su internet, una sedia, di quelle con la seduta in paglia, una sedia di casa, vuota, in un incrocio.

Insinna spiega che questa è l’immagine di ciò che ha trovato sotto casa quando gli è stato comunicato che il padre era stato portato in ospedale.

Anch’io conosco una sedia vuota, anche se non in un incrocio. E un lato mai sfatto del letto. L’assenza del profumo del dopobarba o dell’olio balsamico. La quiete in cucina. Il bastone nel portaombrelli.

Sono i segni di un’assenza che mi accolgono ora ogni volta che visito mia madre. Mi accolgono con discrezione, come solo i segni di un’assenza possono fare, con il rispetto di chi non afferma ma tace e lascia che sia l’altro a voler ascoltare il silenzio.

Mia madre ha scritto un libro su suo padre. Aveva documenti, lettere, testimonianze: le ha riordinate, con pazienza, amore, commozione. Ricordo la curiosa attesa che mio padre, mia sorella e io abbiamo provato per mesi, vedendola lavorare su carta e tastiera nei momenti liberi, di giorno e di notte. La nostra ammirazione per la sua dedizione al progetto; l’emozione nel poterne leggere le bozze e ritrovarvi scampoli di vita anche nostra, ma soprattutto l’orgoglio di aver conosciuto i protagonisti (il nonno, sicuramente, ma la nonna non una virgola di meno) di quel racconto terribile e dolcissimo; la soddisfazione ormai anche nostra quando l’amico Maurizio Silva si offrì per la pubblicazione, quando furono organizzate le presentazioni e gli incontri.

Scrivere di suo padre ha cambiato mia madre. Me lo ha detto lei, poco dopo la pubblicazione: le ha fatto comprendere tanti fatti, tante parole, tanti gesti e avvenimenti su cui era passata con superficialità. Scrivendo dei suoi genitori li ha conosciuti meglio, con il rimpianto del troppo tardi e la consolazione dell’inevitabilità.

Vorrei anch’io poter scrivere di mio padre. E so da dove inizierei, dalla fine. Dalla signora che al termine della preghiera di suffragio qualche giorno prima del funerale mi si avvicinò e mi disse qualcosa come: io di suo padre non conoscevo nemmeno il nome, ho visto la sua foto sul giornale e ho riconosciuto il signore che vedevo spesso passare lentamente davanti al negozio di mia mamma e si fermava sempre a salutare, sorridente e cordiale; suo padre era una brava persona.

Più lontano di così non riesco ad andare, oggi. Mi mancano le sue parole, la memoria delle sue storie ormai perdute, le sue mani, il suo profumo, la sua pazienza. Lui, mi manca, il babbo. Vorrei scrivere di lui, per conoscerlo meglio, per rendermelo presente, per trattenerlo un po’ con me, e io con lui. Ma non riesco, non posso, non sono pronto.

Ci vuole pazienza: tutti i semi chiedono tempo e lacrime per poter germogliare.

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