La festa del papà


O del babbo. Cominciamo con il puntualizzare.

Oggi su BenFatto era di nuovo il prof. Zecchi a parlare, questa volta della sua esperienza di neopadre a sessant’anni.

Mi hanno colpito alcune cose di quel che ha detto, e altre che mi sono trovato a pensare intanto che ascoltavo.

Il “tempo di qualità”. Una balla, sostanzialmente. Certo, meglio non passare tempo coi propri figli se l’alternativa è riempirli di botte. Ma per il resto, la quantità conta, eccome. Il “tempo di qualità” è un desiderio di consolazione di chi purtroppo non può (o non vuole, ci sono anche i genitori per caso) permettersi la quantità. Bella l’immagine di Zecchi, del padre che, di fronte agli altri padri che gli parlano del fantomatico “tempo di qualità”, si domanda se sta portando il passeggino con la qualità giusta o qual è la qualità del suo gioco e via dicendo.

L’intervistatrice chiede a Zecchi, docente di Estetica, se sia sua intenzione educare il figlio al bello, alla bellezza. La risposta mi è parsa inattesa e profondissima, del tipo: io questo ho studiato, questo posso insegnare, ma andrebbe bene anche l’intaglio del legno. Mette in evidenza non il “cosa” costituisce l’educazione, ma il “chi”, in prima battuta, e il “come” in seconda. Cioè, non è importante su che campo porti tuo figlio a camminare; l’importante è che ci sia tu, e questo perché non è tanto il camminare, ma il camminare insieme che fa strada.

Qualche giorno fa ho portato i miei piccoli in un supermercato ortofrutticolo. Mi capita spesso di dover sbrigare commissioni con prole al seguito e mi sono chiesto diverse volte se sia giusto sottrarre i bambini al gioco per portarli in un mondo in cui è possibile che si annoino o che debbano contenersi nelle loro espressioni di vivacità e curiosità. Ma la risposta è stata, finora, e la trasmissione di questa mattina me lo conferma, che questi momenti di esplorazione con il babbo sono per loro preziosi. Intanto, è tempo trascorso insieme. Poi, è tempo di apprendimento: per rimanere tra i banchi dell’ortofrutta, il maggiore mi indica gli ortaggi o i frutti, spiegandomene il nome, la necessità o meno di metterli in carrello, il suo gradimento, mentre il piccolo ripete in continuazione. Ma probabilmente il motivo principale di apprendimento non è l’esposizione a tutta questa messe di stimoli, ma il fatto che vi sia io presente a mediare le informazioni e le esperienze. E il fatto che il principale oggetto, oltre che strumento, di apprendimento sia il babbo in ciò che fa, dice, pensa, apprezza, il babbo lo avverte anche nell’apparentemente immotivato orgoglio che lo riempie mentre i suoi piccoli fanno la spesa (toccando senza guanti, facendo cadere le mele, correndo tra le gambe della signora anziana… che vi credete?).

Un orgoglio complesso, dai molti volti. Uno è quello di vedere nella reazione dei figli l’adeguatezza del proprio proporsi, un’adeguatezza razionalmente supposta, ma che ha bisogno della conferma sul campo. Un altro è relativo al ruolo “nuovo” (in questo caso doppiamente nuovo: a far la spesa e con i bambini). E l’orgoglio della novità non è ovviamente relativo alla novità in sé, ma all’essere in grado di affrontarla per quel che è: una situazione diversa da quella in cui, come figlio, mi sono trovato in passato e in cui la spesa, il tempo con i figli e altre cose erano demandati alla donna. Un po’ come quando mi sono reso conto di saper montare i mobili dell’IKEA, o di montare tasselli nel muro: decisamente da adulto, mai fatto prima, ma proprio per questo, anche alla centesima volta, sempre fonte di soddisfazione. E poi l’orgoglio (condiviso, collettivo di mamma e babbo) per loro, per chi sono, per come sono, visto che sono pur sempre figli nostri, sebbene sia impossibile quantificare il contributo dei genitori, quello della sorte, dei geni, del caso, della provvidenza, dell’ambiente, delle tate e maestre, dei nonni, degli eventi e di qualunque altro attore possa pretendere di influire. Insomma, un orgoglio complesso, non sempre presente, ma che dà il senso di una realizzazione personale, inimmaginabile prima, ma a cui oggi non rinuncerei. Giusto stasera ho risposto sinceramente a una domanda, affermando che non sono certo la fatica o le rinunce a spaventarmi di fronte all’idea (idea!) di poter avere un terzo figlio. No, la paternità cambia riferimenti, modi di vedere, definizioni.

E’ quel che anche Zecchi confessa e che un amico che di recente ha avuto la gioia di nascere come padre ha definito “la fine del mondo”. Ecco, io la festa del papà (anzi, del babbo) la chiamerei invece la festa dei sapori, perché dalla nascita del figlio (e del padre) tutto ha un sapore diverso, che a me pare molto più intenso di prima. Il salato del sudore, certo, ma soprattutto la freschezza di frutta e verdura.

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