Gambe senza volto


Ieri, domenica di Pasqua, vedo in città un nuovo cartellone appeso in diversi punto del mio percorso. Sembrerebbe una réclame, in realtà è un annuncio lavorativo: si cercano agenti pubblicitari. L’immagine: un paio di gambe in pantaloni stiratissimi, i piedi infilati in scarpe lucidissime, una ventiquattr’ore nerissima appoggiata lì di fianco. Tutto perfetto, una vista dal ginocchio in giù.

Io spero e credo che l’agente pubblicitario, quello reale, sia qualcosa di diverso, che implichi l’esistenza anche, che so, di uno sterno o di una clavicola, addirittura di una scatola cranica ripiena di neuroni e idee.

Mi concentro sul termine “agente”, e il pensiero scivola in due direzioni. Da una parte ci stanno gli agenti immobiliari che ho conosciuto. Come quelli del cartellone. Elegantissimi oppure casual assai di marca, macchinoni nuovi ogni settimana, modo di fare di chi ci sa fare, sigaretta, telefonino… omini rampanti abituati a maneggiare un sacco di quattrini. In realtà cosa fanno? Gli intermediari: non producono, non consumano, mettono in contatto domanda ed offerta, nell’ordine desiderato, convincendo domanda ed offerta a volere esattamente ciò che viene proposto. Fanno quelli che spingono, ed ecco la seconda direzione del pensiero. Agere: un dramma, nelle versioni dal latino. Pagine di significati ed esempi, roba da perdersi nel dizionario. Agente: colui che fa? Che spinge? Che porta via? Che conduce? (Che agisce, che sarebbe la scelta più sensata, l’unica prevista dalla lingua italiana, è l’unica che semanticamente non ci sta, visto che l’agente non è che agisca molto…)

Niente volto, eleganza, aspetto professionale. Agente.

Ripeto: non ce l’ho con chi fa l’agente. E’ questo modo di vedere l’agente che mi dà fastidio, particolarmente oggi.

Oggi che vorrei invece vedere volti, occhi. Capire se credono quel che dicono e dicono quel che credono. Andare oltre i modelli stantii e, francamente, puzzolenti del rampantismo, del successo, del self-made-man. Annusare l’onestà. Vedere il vendere, la pubblicità, la professionalità come un’offerta alla libertà di scelta e non come il tentativo di indurre bisogni fasulli.

Forse sta lì, in questa “libertà”, il disagio che sento proprio oggi di fronte a queste gambe senza volto. Sì, oggi, anche se è già lunedì, visto che se parliamo di Pasqua lo facciamo in riferimento a un fatto religioso giudaico-cristiano che non si limita a una domenica dell’anno ma si espande in un giorno di giorni, oltre il tempo. Oggi che, se voglio, e non è detto che io voglia, sono libero di credere cose incredibili, e che fanno impallidire molte altre cosiddette libertà.

Buona Pasqua.

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