Il tuono


Dovevo essere molto piccolo, perché i ricordi sono confusi, e non saprei dire se si è trattato di una sola volta o se capitava spesso. Però nella memoria è rimasta un’emozione difficile da descrivere, che mi porta, ogni volta che il cielo s’annuvola, a guardarlo e ancor più ad ascoltare: è il rumore della pioggia, quella pesante, di cui ogni goccia lascia una traccia sul cemento, è quel rumore che attendo.

E poi annusare l’aria bagnata, cercando di gustare quello che so chiamare solo “odore di pioggia”.

Ricordo allora le tende della sala, la finestra così in alto che avevo bisogno di essere sollevato dalla mamma per vedere fuori. E la sua gonna, a cui mi abbracciavo quando finalmente arrivava il tanto temuto, tanto atteso temporale.

Col tempo ho imparato che d’inverno non arrivavano mai, solo in primavera ed estate, chissà perché. E un po’ anche nel primo autunno. E infatti il temporale era uno degli ingredienti che rendevano delizioso l’arrivo della primavera: dopo mesi di cielo piatto, a tinta unita, finalmente guardando in alto si potevano vedere abissi, profondità, tutte le tinte del grigio come in un mare gratis, un mare vicino. Quel cielo portava con sé una pioggia vera, una pioggia che bagna, ma colpisce i sensi, non come la noiosa impalpabile o insistente pioggia d’autunno e d’inverno.

Il temporale portava i lampi. Meraviglie inafferrabili, sfuggenti: come le stelle cadenti, ci voleva occhio pronto e tanta fortuna per coglierli al volo. Ma soprattutto, i tuoni. I tuoni che qualche volta sembravano addirittura dimenticarsi dei lampi e andare per conto proprio. Scoppi fragorosi e vicinissimi o “bubbolii lontani”, lunghi, continui, che si trascinavano indecisi fino a svanire nel rumore dei tetti bagnati.

Era il tuono la vera attrazione, ciò che mi spaventava e affascinava sempre, perché sapeva far tremare i vetri, quando voleva, era impossibile da perdere, ma al tempo stesso era nuovo ogni volta, per durata, per intensità, mille variazioni. Come un discorso in un linguaggio sconosciuto, mi investiva, con delicatezza o con potenza, mi colpiva, mi lasciava a bocca aperta, musica da non capire, da ascoltare e basta.

Non so se il motivo sia l’allontanarsi di quei momenti d’infanzia dall’oggi, ma l’impressione è che i tuoni siano sempre meno. E allora quando capitano, quando, come pochi istanti fa, risuona improvviso il tuono, ho bisogno di rinnovare quelle memorie antiche, tornare tra quelle tende, accarezzare quella gonna di lana, guardare in alto e ascoltare fuori: cogliere le infinite sfumature delle nuvole e del loro canto. E di notte, come ora, chiudere gli occhi, infilarmi nello spazio caldo tra i ricordi e l’attesa di svegliarmi, al mattino, di aprire la finestra e scoprire nel cielo e nelle sue nubi a brandelli, un letto sfatto come quello da cui mi sono appena alzato.

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5 commenti

  1. Splendido affresco di sensazioni provate sicuramente da altri bambini,me compresa,che mi ha fatto tornare indietro nel tempo,facendomi assaporare quei momenti che si legano ai ricordi famigliari.Grazie per questo regalo.

    1. Sentire il tuono, per me, è davvero un tornare indietro in un tempo che non riesco a distinguere. Grazie a te, Marta, per aver voluto condividere con me questa esperienza.

  2. […] e le umili tamerici. Per questo ringrazio Pietro che, commentando su Facebook il mio ultimo post, mi ha fatto risonare con tre note di Pascoli. Eccole. Il […]

  3. […] A*: il temporale dalla VI sinfonia di Beethoven. Che era anche la parte di Fantasia che adoravo anch’io (cfr. il tuono). […]

  4. […] temporale, l’ho già detto. Il suono che fa la pioggia sulle lastre ondulate, se io ci sono sotto; il suono che fa sulla […]

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