Capodanno (1/4)


(parafrasando Joyce)

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Queste cose si capiscono con il tempo e l’esperienza. (Cesare Pavese, “La luna e i falò”)

Lily, la figlia del vicino di casa, si dava un gran daffare alla porta. Non faceva in tempo ad andare ad aprire il cancello e a far entrare un tizio nel portico ingombro di bottiglie vuote e piene di Carib, che subito un clacson si faceva sentire sulla strada. Lily doveva allora districare un percorso tra gli amici semiubriachi che occupavano la stanza e il cortile per accogliere il nuovo ospite. E le andava bene che i membri della famiglia o gli amici più intimi si aprivano il cancello da soli. Ma Alana e Shawaine avevano pensato anche a questo e avevano dedicato un angolo del salone ai parenti, con sedie di plastica e il divano, in modo che potessero sedersi dopo l’indubbia immane fatica di entrare senza aiuti. Alana e Shawaine erano lì, a portata di voce, immerse in risate piuttosto rumorose e in pettegolezzi quasi altrettanto udibili, a sbirciare dalla cucina verso l’ingresso e a chiedere a Lily chi fosse arrivato.

Era sempre un grande evento, il party di fine anno delle sorelle Blake. Tutti quelli che le conoscevano declinavano ogni altro invito: parenti, vecchi amici, membri della congregazione a cui Alana apparteneva, qualunque amico di Shawaine e, ovviamente, tutte le amiche di Bob. Mai una volta l’evento si era rivelato un fiasco. Da anni si svolgeva in grande stile, fin da quando, alla morte dei genitori, le ragazze erano rimaste sole con il loro fratellino Robert, lasciando la piccola e decrepita casa coloniale di Ariapita Avenue, venduta a una società che ne avrebbe fatto un ristorante, per accendere un mutuo congiunto e acquistare una splendida, moderna, ampia casa a Santa Cruz, tanto grande da poterne persino affittare una discreta parte a un medico cubano in servizio temporaneo al Mount Hope. Questo era accaduto una decina di anni prima. Bob, che al tempo era un ragazzino piuttosto impacciato di dodici anni, era ora l’elemento più vivace della famiglia. Lavorava alla Republic Bank, come esperto informatico, aveva potuto studiare in Giamaica e ora faceva un sacco di soldi. E li spendeva abbondanti e volentieri. Molte delle sue girlfriends erano tra le ragazze più in (bella) vista di tutta l’isola. Maggiori d’età, anche le sue sorelle facevano la loro parte. Alana, anche se iniziava a mostrare qualche ruga, poteva vantarsi di essere single giusto per un paio di settimane all’anno, e precisamente durante il carnevale e intorno al Great Race di Tobago, in luglio, quando questo significava opportunità senza rimorsi. Shawaine, più giovane di lei, era da anni intricata in una storia sentimentale del cui basso contenuto intellettuale si lamentava spesso in pubblico, ma dei cui aspetti meno evidenti parlava solo in privato e non certo lamentandosi. Lily, la figlia del vicino, veniva spesso a dare una mano in casa. La vita dei tre fratelli era agiata, sfacciatamente gaudente: credevano nel buon divertimento; il meglio di tutto: birra, rum, party, concerti, viaggi, dormire (o non dormire) a casa dell’uno o dell’altro (nel caso di Bob, dell’una o dell’altra), o anche in casa propria, quando era `libera’. Lily sapeva come sistemare la casa in modo che fosse pronta per qualunque evenienza: lei ci rimediava qualche dollaro (e un po’ di invidia per quelle gattine spettacolari che Bob portava a fare il giro delle stanze); grazie a lei, i tre fratelli potevano stare tranquilli di avere sempre la tana pronta, e su questo non c’era da scherzare.

Naturale, c’erano buone ragioni per non voler scherzare su un party come questo. Erano le otto di sera passate e non c’era traccia di David e della sua ragazza. Inoltre, avevano paura che Lee potesse arrivare già su di giri. Non avevano voglia di sorbirsi Lee sotto l’influenza di qualche sostanza, questa sera, anche perché in quelle condizioni lui diventava un personaggio molto difficile da gestire. Lee arrivava sempre tardi, ma in molti si domandavano che cosa poteva aver trattenuto David: ecco perché ogni due minuti le due sorelle si affacciavano verso la porta d’ingresso per chiedere a Lily se ci fossero novità.

“Finalmente”, disse Lily a David quando gli aprì il cancello, “avevamo cominciato a dubitare”.

“Immagino”, disse David, “Troppo banale dire che è colpa di una signorina?”.

David si fermò un attimo sotto il portico, una duMaurier accesa in mano, mentre osservava le casse di birra e si sistemava gli occhiali da sole e Lily faceva strada a Claire, gridando a gran voce all’indirizzo della cucina, per sovrastare la musica a tutto volume:

“Sono arrivati!”

Lann e Sha uscirono dalla cucina nel salone, e, infilando ripetutamente le proprie sottili, lunghe, nude e nerissime gambe tra quelle stese di ospiti seduti in divano o poltrona, aironi neri in un canneto obliquo, guadagnarono l’ingresso. Entrambe salutarono Claire, le comunicarono che doveva avere una fame terribile e che poteva servirsi pure in cucina, in attesa del momento gastronomico ufficiale, e chiesero se David fosse venuto con lei.

“Eccomi, vengo a salutarvi fra un attimo”, disse David dal portico.

Continuò a fumare, mentre le donne si allontanavano nel cuore della festa, ridendo. Qualche goccia di pioggia si era depositata sulla sua capigliatura riccia e impomatata; mentre la sua mano passava con leggerezza per verificarne lo stato, un buon odore di brillantina si diffuse nell’aria.

“Piove ancora, Dave?” chiese Lily.

Lo stava aspettando sull’uscio. David sorrise al monosillabo in cui lei aveva trasformato il suo nome e la guardò. All’ombra del portico, sembrava ancora più scura. David l’aveva conosciuta fin da quando lei era una bambina e si sedeva sull’orlo del canale di scolo fuori dal cancello di casa, spesso con la bambola di pezza preferita, Mrs Mellon, in mano.

“Sì, Lily”, rispose, “e le previsioni dicono che va avanti per un paio di giorni. Ma ci credi?”.

Egli guardò i vetri che davano su quella parte di portico che veniva normalmente usata come garage, vetri che vibravano al suono dei bassi che imperversavano all’interno della casa; ascoltò per un momento Shurwayne Winchester nella canzone vincitrice dell’ultimo carnevale, e poi guardò la ragazza, che si stava sistemando i capelli, aspettandolo, lo sguardo fisso sullo stipite opposto a quello contro cui stava appoggiata.

“Lily, dimmi”, le disse in tono amichevole, “vai ancora a scuola?”

“Nossignore”, lei rispose. “Ho finito con la scuola”.

“Beh, allora”, disse David con leggerezza, “immagino che uno di questi giorni verremo al tuo matrimonio, eh?”.

La ragazza mosse appena la testa, ricambiò lo sguardo, gli prese la sigaretta, diede un tiro, gliela rese, e disse, non senza malizia:

“Quelli che ho provato finora non erano da sposare. Mi sa che verrò prima io al tuo…”.

David, con esperto gesto della mano scagliò il resto della sigaretta lontano, oltre la cancellata, nella pioggia, si voltò verso la ragazza, le strizzò l’occhiolino, si sistemò la giacca con una bella scrollata di spalle e passò davanti alla ragazza nello stretto uscio, senza che lei facesse nessun gesto per agevolarlo.

Era un giovane alto, muscoloso. Il colore scuro della sua pelle era uniforme, dalle guance fino alla fronte; il suo viso ordinato e ben curato era ornato da un pizzetto di barba e sottilissimi baffi neri; sotto gli occhi, vivaci e anch’essi neri, vi erano due ampi aloni scuri, tipici di chi ha almeno una parte di sangue indiano, ma il resto del viso evidenziava maggiormente le caratteristiche africane. I capelli, tuttavia, ricci e non crespi, erano un altro tocco che testimoniava una parte di provenienza asiatica. Sistematosi, oltrepassata la soglia e la ragazza, si fermò e si voltò, estraendo dalla tasca un biglietto da visita.

“Lily”, egli disse, infilandolo nelle mani di lei. “È un nuovo anno, no? Beh… chiamami, se hai bisogno”.

Si voltò dall’altra parte, verso i primi ospiti seduti e immersi nella conversazione.

“Lo farò…”, disse la ragazza, poco convinta ma mostrando un sorriso sorpreso, seguendolo.

“Sì, non so, per il lavoro… Ho ancora qualche conoscenza qua in zona… Un buon anno, un buon anno!”, disse David sopra una spalla, rivolgendole un ultimo sguardo.

La ragazza lo lasciò andare, continuando a sorridere perplessa e mettendo in tasca il biglietto.

“A più tardi, Dave!”

David dovette aspettare qualche istante: una coppia di persone di mezza età, impegnata nel ballo, ostruiva il passaggio. Stava ancora pensando alla reazione non certo entusiastica della ragazza. Si sentiva ora addosso una sorta di incertezza, che cercò di scacciare salutando da sopra le spalle dei ballerini alcuni amici che vedeva dall’altra parte. Ripassò mentalmente il discorso che si era preparato per il brindisi della mezzanotte. Non era sicuro della citazione di Joyce, perché temeva che fosse esagerata per l’occasione. Meglio una citazione da qualche calypso o forse dalla Bibbia. Guardando gli ospiti presi nel ballo e le loro bottiglie di birra e di Rush gli ricordò che il livello culturale era abbastanza diverso da quello a cui era abituato negli States. Si sarebbe reso solo ridicolo citando prosa che gli altri non potevano capire. Avrebbero pensato che stava facendo sfoggio del suo più alto livello di educazione. Sarebbe stato frainteso, proprio come era stato frainteso da Lily all’ingresso. Aveva preso il tono sbagliato. Tutto il suo discorso sapeva di errore, dall’inizio alla fine. Proprio in quel momento le sue cugine e la sua fidanzata uscirono dalla cucina per venirgli incontro e trascinarlo dentro, nella stanza più tranquilla della casa, dove si poteva effettivamente scambiare quattro parole senza dover gridare. Le sue cugine erano due ragazze alte, elegantemente poco vestite. Alana (per quasi tutti, Lann) era di poco la più alta, sul metro e ottanta. I capelli, lunghi, raccolti in un mare di treccine, scendevano fin oltre le spalle scoperte, a metà dell’ampia schiena, anch’essa scoperta. Nel suo viso nerissimo, pulito, senza trucco, risaltava il bianco degli occhi e dei denti, costantemente visibili nel sorriso che la caratterizzava. Il fisico atletico era sottolineato dal vestito rosso brillante che indossava, lungo tanto da coprire (e scoprire, all’occorrenza, in modo agevole) le uniche parti che la decenza imponeva coperte; senza maniche, legato dietro al collo e con un ampio spacco sul retro fino alle natiche. Aveva l’aria di una persona ben consapevole di sé. Shawaine era più elegante. Il suo viso, sebbene meno attraente di quello della sorella, era impreziosito da orecchini di perle e da un tocco di trucco color argento. Indossava un vestito più lungo, grigio-azzurro, al ginocchio, estremamente attillato, che non aveva bisogno di scoprire per mostrare la biancheria sottostante. Anche i suoi capelli erano raccolti in treccine, più corte, una specie di caschetto con accenni di un innaturale colore biondastro. Entrambe baciarono David con trasporto. Era il loro cugino preferito, l’unico figlio della zia Ellen, che aveva sposato il celebre A.J.B. Anderson, della Petrotrin.

“Claire dice che tornate a Miami dopodomani mattina presto. Mi portate con voi?”, disse Sha, ridendo.

“Sì”, disse David, voltandosi verso la sua fidanzata, “ne abbiamo avuto abbastanza l’anno scorso, con le nevicate e tutto quanto. Ti ricordi, Sha, che siamo rimasti bloccati a Washington per due giorni perché Columbus era chiuso? Claire si è presa un raffreddore che si è trascinata fino a febbraio”.

Sha aggrottò le curatissime sopracciglia.

“Santa cacca, è vero…Ma dovete vivere proprio così lontani? Speravamo di poter stare in compagnia per qualche giorno in più”, disse. “Anche Bob è un anno che vi aspetta”.

“Ah, fosse per Claire, rimarremmo fino a capodanno dell’anno prossimo”, disse David. “Si metterebbe in malattia per un anno e manderebbe le sue foto col termometro in bocca e le palme di Maracas sullo sfondo”.

Claire rise. L’unica bionda naturale presente alla festa, l’unica bianca (se non si contavano un paio di Trinidad-whites), indossava una mini color crema e una maglietta bianca senza maniche. Poco trucco, solo un po’ di rossetto pallido, non aveva bisogno di altri espedienti per dare nell’occhio. Un bel fisico, longilineo, tonico, le dava qualche anno in meno dei suoi ventotto, la stessa età di Shawaine.

“Non dargli retta, Sha”, disse, con un accento marcatamente americano. “A sentir lui, è l’unico che lavora. No, quest’anno non possiamo permetterci di arrivare in ritardo al lavoro, dopo quel che è successo l’anno scorso. Anzi, probabilmente, quella che avrebbe più problemi sarei io, non lui! Io ho dei colleghi che devono copririmi, in ospedale. David gli racconta quel che vuole, all’università!”.

Scoppiò a ridere e guardò il suo fidanzato, i cui occhi curiosi e vivaci stavano vagando dal vestito di lei, al suo viso, ai suoi capelli. Anche le due cugine risero di cuore, perché l’abilità di David nel raccontare fandonie era un fatto che tutti conoscevano bene da lungo tempo.

“Si è persino fatto comprare un i-pod, con la scusa che gli serviva per ascoltare i testi delle sue lezioni!” disse Claire. “E quelli gliel’hanno preso senza fare una piega! Un giorno o l’altro mi tornerà a casa con la macchina nuova e mi dirà che se l’è fatta prendere dalla Urbana University”.

David rise composto, aggiustandosi la giacca, mentre Shawaine si piegò quasi in due, come se il volume sonoro della sua risata non fosse sufficiente a testimoniare il gradimento della battuta. Il sorriso svanì invece presto dalle labbra di Alana, i cui occhi curiosi erano piantati in faccia a suo cugino. Dopo una pausa, chiese:

“E… che cos’è un i-pod, David, che non mi ricordo?”

“Un i-pod, Lann!” esclamò sua sorella, “ma dai, a momenti te lo sei fatto regalare da Martin, e poi hai preferito il massaggio per i piedi… Quella cosa per ascoltare la musica, no?”

“Sì”, disse Claire, indicando con le dita più o meno le dimensioni dell’oggetto in questione. “È grosso così e ci stanno dentro un sacco di canzoni… ti dice qualcosa?”

“Ah, sì sì sì, ho capito, l’avevo visto anche a Miami a novembre”, riprese Alana, ridendo quasi più di sua sorella.

David scrollò le spalle.

“Non è niente di che, un centinaio di dollari… US, ma mi serve per concentrarmi quando sono in ufficio… è tutto così silenzioso al campus, e sapete che un trinidadiano non riesce nemmeno a dormire senza musica!”.

“E dove alloggiate, David?”, chiese Sha bruscamente. “Siete dai tuoi o avete preso una stanza?”

“No, no, dai miei c’è troppa confusione. Abbiamo preso una stanza al Crowne Plaza”, rispose David.

“Non ci sono mai stata. Io avrei prenotato all’Hilton”, disse Shawaine, “è il migliore. Ogni tanto Kevin e io ci andiamo, per sguazzare nel lusso e farci una colazione colossale… Quand’ero più giovane prendevo il maxi e andavo al Bel Air, a Piarco… non c’era nessuno che mi conosceva, a quei tempi era meglio così…”, concluse ridacchiando.

“Ma sì, per un paio di notti”, disse Claire, evidentemente non troppo entusiasta di conoscere le scappatelle di gioventù di Sha, “va benissimo il Crowne. Poi è vicino a casa di David, in un attimo andiamo e veniamo”.

“Beh, sì, quello è vero”, concesse Sha. “Quando sei ospite, è meglio non essere di peso. Però potevate venire qui da noi, il liming era assicurato, non pagavate niente, e tra noi tre, beh, tra noi due più eventualmente Lily avevate anche il trasporto gratis a tutte le ore. Oltre ovviamente alla compagnia delle due ragazze più ricercate dei Caraibi del sud! E del loro impareggiabile fratello, ovvio, Claire!”

A David era venuta subito in mente una domanda su Bob, ma dovette tenersela per sé, visto che Lann si era allungata verso la porta della cucina, chinandosi per raccogliere qualcosa, e lo spettacolo lo lasciò senza fiato. O forse fu la gomitata di Claire.

“Lann, ma scusa!”, disse Sha tra le risate per la piccola scena a cui aveva appena assistito, “Risparmiaci! Usa le tue armi con i tuoi futuri boyfriends… Noi siamo innocenti! Lann? Alana! Dove vai?”

Lann si era rialzata e si era affacciata nel salone, trattenendosi però con una mano allo stipite della porta. Si voltò quindi indietro, verso il piccolo gruppo che aveva appena lasciato, per annunciare, candida, inclinando il capo:

“È arrivato Lee”.

Nello stesso istante un applauso e un momento di silenzio nei bassi rivelò che il DJ aveva appena proclamato una tregua. Alcune persone, specialmente giovani uomini, si diressero verso la sala dedicata al bar, o uscirono verso il portico dove altri frigoriferi portatili potevano fornire abbondanti bevande ghiacciate. Shawaine prese David per un braccio e gli disse in un orecchio:

“Va’ fuori un attimo, David. Va’ a vedere se sta bene e non lasciarlo entrare se è fatto. Molto probabilmente lo è. Quasi certo”.

David si avviò verso il portico e il garage, cercando di cogliere tra le conversazioni, finalmente parlate e non urlate nella musica, la voce di Lee. Riconobbe la sua risata. Uscì.

“Ci manca”, disse Sha a Claire con una certa leggerezza, “con David sì che ci divertivamo. Il cugino con cui siamo cresciuti come quattro fratelli. Specialmente Bob si è sentito solo quando David è venuto negli States. Facevano tutto insieme, tutte le loro avventure, sembravano gemelli… Lann, va’ a sentire se Kurl è a posto o se ha bisogno di qualcosa. Kurl è il DJ, Claire, un altro vecchio amico… credo che Alana ci sia uscita insieme per un po’… ma questo accomuna la metà della gente che è qui stasera!”, sfumò ridendo la sorella minore.

Un uomo sulla quarantina, alto, indiano, capelli e corti baffi neri, passando davanti alla cucina si fermò e disse:

“È finito il Rush. Ne avete ancora o devo dire che finalmente si passa al rum puro?”

“Lann,” urlò Sha alla ormai lontana sorella, “aspetta Boysie e fagli vedere dove sono le altre bibite”. Proseguì poi rivolto al nuovo arrivato: “Ecco, segui Alana fino al tesoro, tesoro!”

“Lo so che mi vuoi bene”, disse Boysie, allungando le labbra in un immaginario bacio a Shawaine, e i suoi baffi si contorsero sul labbro superiore proteso. Alle risate della giovane, vedendo che Lann lo stava aspettando, riprese:

“Aspetta, vado a vedere se ho ancora qualche chance con tua sorella, ma lo sai che l’uomo della tua vita sono io…”

Lasciò la sua passione per Sha in sospeso onde seguire quella per gli alcolici e si diresse con decisione verso la sorella maggiore, sul lato opposto del salone, verso il bar, dove Lann stava parlando con il padre di Lily, che si era occupato del catering. Su un tavolo che era appena stato portato, ma che doveva essere spostato, stavano piatti, bicchieri e posate di plastica, e in questo momento uno degli ospiti stava appoggiando una grossa caraffa di sorrel da cui si era evidentemente appena servito. Gli stessi due uomini erano ora all’esterno, visibili dalla posizione di Lann, e stavano scaricando i vassoi con il cibo. Boysie arrivò al tavolo e, vedendo Alana ancora impegnata in conversazione con il padre di Lily, si servì di ponch-de-crème da un’altra caraffa appena deposta sul tavolo dagli addetti ai rifornimenti. Si voltò intorno e cedette con un gran sorriso il bicchiere appena riempito a una ragazzina, meno della metà dei suoi anni, che ringraziò ammiccando. L’indiano si versò di nuovo un bicchiere, sempre tenendo d’occhio la ragazza, levò il bicchiere in segno di brindisi, che la ragazza ricambiò allontanandosi. Un giovane lo stava guardando sorridendo, come in attesa di un suo giudizio sulla bevanda.

“Ahh…” egli disse, sorridendo, “Non è Natale senza il ponch-de-crème di casa Blake”.

Sul suo viso simpatico comparve un sorriso ancor più ampio, quando Lann gli si rivolse, sorriso malizioso, facendogli segno col dito di seguirlo. La sconosciuta compagna di brindisi, vista la situazione, si mise le mani sulle anche, in segno di scherzoso rimprovero. Al che, allontanandosi verso il deposito delle bevande, Boysie allargò le mani a palme aperte, con un’espressione sul viso che diceva “che ci posso fare?”.

“Boysie, guarda, incarico te, ok? Le casse con le bibite sono qui. Fa’ un giro ogni tanto e accertati che ci sia un po’ di tutto nei cooler, va bene? Se vedi che qualcosa inizia a scarseggiare, ci pensi tu a rifornire? O magari chiedi a qualcuno di darti una mano. Scusaci tanto, Boysie, sai che ci pensa sempre Bob…” lo investì Alana, quasi senza guardarlo in faccia.

Boysie bevve del suo punch, allungò il labbro inferiore in espressione di perplessità e disse:

“Baby, non ti preoccupare, adesso chiedo a Caleb di tenere le bevande sott’occhio. Io preferisco tenerle nel bicchiere! Comunque tu non ti preoccupare, ok? Vai e fai quello che fai di solito, a questo ci penso io. Vorrà dire che mi farai un regalo domani.”

Il suo viso abbronzato si sporse verso Lann come in attesa di un cenno d’intesa.

“Fa’ il bravo, Boysie”, disse Lann, guadagnando l’uscita e scoccandogli dalla distanza un bacio in punta d’indice.

Boysie sorrise, abbandonò il suo bicchiere ormai vuoto, si scarmigliò i capelli, prese mezza dozzina di bottigliette di Rush e tornò nella mischia, con lo sguardo un po’ sconvolto. Non tardò a vedere la ragazza di prima, che guardò con un “non hai un’idea di quel che mi è appena successo di là” dipinto sul volto.

Una ragazzina, diciott’anni a dir tanto, arrivò trafelata nel locale bar, richiamando tutti:

“Kurl è tornato! Kurl è tornato!”

E subito dopo entrò Shawaine, gridando:

“Ragazzi, è l’ultimo giro prima di mezzanotte! Coraggio! Si balla! Let’s wine an’grind!”

“Mi fai ballare?” chiese la ragazza del brindisi a Boysie, mentre entrambi si avvicinavano alla porta che dava sul salone. “Alicia”.

“Boysie”, disse l’altro, “puoi chiamarmi zio Boysie, oppure non chiamarmi e tenerti forte…”

I due ormai si erano sistemati nella pista ed erano pronti a iniziare le danze.

“Secondo me, sei tu quello che si deve tenere forte, zio Boysie…”, rinfacciò lei.

“Vedremo… Ma dov’è la musica?”

“Si può fare anche senza, lo sai?”, maliziosamente ribatté lei.

“Certo, ma senza musica preferisco ballare in privato. Ma eccola qua…”, disse Boysie concludendo il suo intervento verbale con l’inizio di una nuova canzone piuttosto movimentata.

“Grande scelta”, gridò Shawaine, che nel frattempo si era avvicinata a un marcantonio dall’aria stupida che evidentemente doveva essere “il suo Kevin”. Questi, appena la musica iniziò, la prese come fosse una bambola per farsela muovere contro, mentre lui, con buon senso del ritmo, scuoteva il bacino e poco più.

“Vieni a ballare”, Gridò Shawaine a Lann che passava non troppo sorridente. “Che c’è?”

Alana, che aveva in mano un vassoio di salatini, si voltò verso sua sorella e le gridò di rimando semplicemente, come sorpresa della domanda:

“Niente, solo Lee. C’è David con lui”.

(segue)

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  1. […] (segue da Capodanno (1)) […]

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