Capodanno (3/4)


(segue da Capodanno (2))

Shawaine arrivò dal bar, evidentemente in cerca di qualcosa o di qualcuno.

“Dov’è David?”, gridò. “Dove diavolo è finito David? C’è da affettare il prosciutto, e tutti dicono che è il mestiere di David!”

“Eccomi, Sha!”, rispose gridando David, con improvvisa finta agitazione, “finalmente, non vedevo l’ora di affettare il prosciutto, anzi un intero maiale, se serve!”

Un grosso prosciutto al forno era stato appoggiato a un’estremità del tavolo, all’altro capo del quale stava una teglia di costine di manzo. Tra le due portate (anche etnicamente) rivali, giaceva una teoria di piatti, alcuni appena posti, altri già mezzi vuoti, in cui facevano bella mostra di sé cosce di pollo alla griglia immersi in salsa barbecue, costine di maiale, anatra al curry, riso bollito a profusione, coleslaw, sauze, riso e piselli, chutney, e due grandi insalatiere piene di roti, preparato da un ambulante di St James che lo riempiva di carne sul momento. Un altro tavolo presentava invece i dolci: una Dundee cake, ancora intatta, due fruitcake già intaccate, una torta di cioccolato incartata. E tutto intorno mandarini, pawpaw e anguria a cubetti. Sul banco del bar stavano invece bottiglie di Carib, di Rush, qualche Stag, una grossa bottiglia di rum punch piena a metà e fredda, un secchiello di ghiaccio, rum puro, Coca Cola, vodka, succhi di frutta di vario genere, sorrel, gingerbeer, shandy, ponch-de-crème.

Con decisione, David si posizionò tra il tavolo e la parete, dietro alla teglia di prosciutto. Dopo aver esaminato la lama del coltello che era stato preparato per lui, infilò profondamente il forchettone nella carne con la mano sinistra, e con l’altra iniziò a tagliare le prime sottilissime fette. Era un’operazione che aveva ripetuto tante e tante volte prima, l’ultima pochi giorni prima a casa dei suoi genitori, e David si sentiva sicuro nei gesti. Trovarsi a una tavola ben imbandita e compiere questo servizio era ormai per lui quasi un rito. Vedendolo pronto, diversi ospiti si avvicinarono con i propri piatti, in attesa di vederli riempiti.

“Pat”, egli disse. “Allunga il piatto, per favore… Ecco qua”.

“Grazie, David, che profumo!”

“Il profumo non è opera mia! Io affetto soltanto.”

“Grazie, David”, disse il prossimo invitato, il cui piatto mostrava abbondanti segni di precedenti acrobazie alimentari.

Mentre una ragazza si avvicinò per dare una mano a David con i piatti, Claire si posizionò dietro alla teglia del pollo, distribuendo, senza danni per l’immacolata tovaglia, la carne e la relativa salsa. Anche Lily si dette da fare al tavolo della carne, lei con le costine, anch’esse sugose, mentre dagli altri piatti, meno problematici, provvedevano gli ospiti stessi a servirsi. Lily aveva suggerito anche il tacchino, ma Shawaine aveva detto che ne aveva sempre fatto a meno e non era proprio necessario ordinare troppe varietà di carne: dopotutto, tra Natale e Divali, tutti esageravano sempre con il cibo in questi giorni. Gli invitati uomini si impossessavano abbondantemente, come avevano del resto già fatto finora, di bottigliette di birra, mentre le signore preferivano, come al solito, qualche bevanda frizzante, eventualmente corretta con uno schizzo più o meno abbondante di rum o di vodka. La musica proseguiva in sottofondo, ma ora che la mezzanotte si avvicinava e il cibo veniva servito ufficialmente, quasi nessuno era più impegnato nel salone in danze o in conversazione, mentre era la sala bar ad essere affollata. Non passò molto tempo, però, prima che anche il salone si ripopolasse, questa volta di ospiti con piatti in mano. I bicchieri iniziavano ad essere abbandonati qua e là, mentre Sha e Alana venivano spesso viste con scopa e spazzettone a cercare di prevenire infortuni agli ospiti bonificando i pavimenti resi scivolosi per le improvvide precipitazioni di bocconi dai piatti.

David ovviamente non riuscì a servirsi, ma questo faceva sempre parte del gioco. Ogni tanto si fermava accaldato, per le generali scherzose proteste degli ospiti in fila per essere serviti, per dissetarsi con una birra che calava e si riscaldava rapidamente. Boysie andava in giro con gli occhi ben aperti, assicurandosi che ciascuno avesse ciò che desiderava, dando consigli su quali prelibatezze assaggiare, indicando dove trovarle. Lee, con un piatto in mano, abbrancò Alana e la mise a sedere su una sedia, tra le risate, cedendole il proprio cibo. Quando la fila si fu esaurita, e nella teglia rimaneva un’abbondante quantità di fette pronte per essere prelevate, David disse:

“Ora, se qualcuno vuole ancora del prosciutto, lo dica subito”.

Un coro di voci lo invitò a servirsi e a star zitto, mentre Lily arrivò con un piatto di carne che aveva preparato per lui.

“Molto bene”, disse David amabilmente, prendendo un altro sorso preparatorio, “vi prego di gentilmente dimenticarvi della mia esistenza per qualche minuto, signore e signori”. Si allontanò dal tavolo con il suo piatto e non prese parte ad alcuna conversazione in corso tra i gruppetti di due o tre persone intente nella degustazione. Alcuni parlavano di cricket, altri di recenti incidenti avvenuti sulla Bus Route o di altri avvenimenti di cronaca, altri ancora degli ultimi film in programma nei cinema. Devin Andrews, un ragazzo nero magro e alto che lavorava al Globe, stava lodando un recente film dell’orrore in programmazione durante quella settimana, ma un suo interlocutore, che sembrava la sua controfigura, lo stava smentendo con termini tecnici e diceva che si trattava di un prodotto di bassissima qualità. Lee, che si era unito alla discussione, disse che gli era piaciuta molto l’interpretazione di un giovane attore inglese nel colossal del momento, appena uscito nelle sale.

“L’hai visto?”, chiese a Devin Andrews.

“No, non mi è capitato…”, rispose questi con un tocco di superiorità.

“Perché sarei curioso di avere la tua opinione”, spiegò Lee, “visto che vedi molti film. Penso che sia molto bravo.”

“Eh, lascia a Devin stabilire chi è bravo”, disse Boysie, passando di là, avendo un’idea molto vaga di ciò di cui si stava parlando.

“E perché non potrebbe essere bravo?”, chiese Lee piccato. “Perché non è Martin Lawrence o Laurence Fishburn? Solo perché è bianco come un cencio?”

Ovviamente nessuno rispose alla domanda, che, espressa a voce un po’ più alta del normale, era stata udita abbastanza diffusamente. Devin ricondusse l’argomento al film citato da Lee. Certamente, diceva, era il film di successo, ma non l’aveva visto semplicemente perché aveva promesso al suo fratellino Michael di andarlo a vedere con lui al Palladium, tristissimo cinema, tra l’altro, e quindi non era entrato a vedere la proiezione al Globe. Però sapeva che aveva avuto un grande successo, almeno a giudicare dai commenti dei suoi spettatori alla fine. E comunque, anche in questo film c’era un grande del cinema horror, Christopher Lee, che faceva la parte di un cattivo. E come mai, si chiedeva Devin? E si rispondeva dicendo che il cinema horror di una volta era stato una grande scuola di recitazione. Mentre oggigiorno…

“Basta vedere la maggior parte dei film dell’orrore di oggi”, disse Devin, “tutto basato sugli effetti speciali e senza sostanza”.

“E qual è oggi il settore del cinema dove si vedono i migliori talenti?”, chiese Boysie scettico.

“Mah, nel cinema europeo, forse. Quello americano è troppo commerciale e gli unici che fanno carriera sono i belloni e le strafighe”.

“Può essere”, disse Boysie. “Ma anche tra di loro ci sono dei talenti. Guarda Brad Pitt, o quell’altro, quello di ‘Sleepy Hollow’… E poi chi ha qualcosa in contrario sulle strafighe? E poi dimentichi”, aggiunse sogghignando, “il cinema indiano: Bollywood e dintorni!”.

“Johnny Depp”, disse informatissima Lily, che era accorsa con Shawaine e relativi piatti ormai quasi vuoti, attirate e allarmate dal rumoroso exploit di Lee.

“A me”, disse Shawaine con un’ala di pollo in mano, “Brad Pitt non piace. È troppo finto, si vede che recita. A me piace uno che ho visto in un film… come si chiama?”

“Chi, Shawaine?”, chiese Devin con interesse.

“Non mi ricordo il nome”, disse Sha, “era in ‘Hamlet’, non Ethan Hawke… fa ridere: faceva Rosenstein.”

“Hmm…”, disse Devin. “Non saprei. Non sarà Steve Zahn?”

“Sì, sì, è lui!”, disse Sha. “È molto carino. E probabilmente anche bravo”.

“Vedete? Prima carino, poi, probabilmente, bravo”, disse Devin, confortato nelle sue opinioni.

Nel frattempo la distribuzione si era rianimata. Gli ospiti ricominciavano ad affollarsi intorno al tavolo, mentre Claire si era spostata ai dolci e adagiava con agilità fette delle varie torte sui piatti flessibili, di solito riuscendo a mantenerle in piedi. Lily si era spostata ad aiutarla, porgendole i piatti. Le torte non provenivano dal servizio di catering, ma erano state fatte in casa da vari parenti, e la torta di cioccolato da Alana in persona, che declinava i complimenti delle signorine dicendo che non era riuscita abbastanza scura.

“E che cosa vuol dire?”, chiese Boysie. “Anch’io non sono molto scuro, ma sai bene che sono buonissimo lo stesso”.

Quasi tutti i signori ospiti, tranne David e pochi altri, presero del dessert. David, che non mangiava volentieri dolci, si servì di un’altra porzione di riso. Anche Lee prese di nuovo del riso e lo mangiò insieme alla fruitcake, una combinazione insolita, che destò l’ilarità nascosta e distante di parecchi ospiti che lo tenevano d’occhio come un’attrazione della serata. Il medico gli aveva consigliato la frutta e lui, incurante del fatto che la fruitcake contenesse praticamente solo frutta secca, non voleva assolutamente trasgredire gli ordini del suo dottore. Senza contare, ovviamente, la spropositata quantità di rum che costituiva l’ingrediente essenziale del dolce in questione. La sorella di Lee stava giusto dicendo ad alcune ragazze intorno a sé che sarebbe andata a Tobago di lì a qualche giorno. Le sue compagne iniziarono allora a parlare di Tobago, delle loro guesthouse abituali e di cosa ci fosse da fare una volta in vacanza là: visitare Scarborough, andare in spiaggia a Store Bay o a Pigeon Point, il curry crab an’dumplins di Jeanne, le cascate.

“Volete dire che siete tutte delle esperte di Tobago?” chiese un incredulo Boysie, che a Tobago non metteva piede da tempo.

“Ma sì, un paio di volte all’anno vale la pena andarci. Maracas dopo un po’ stanca”, disse Shawaine.

“Ah, se è per quello, ho smesso di andarci, a Maracas. Se voglio nuotare vado a Blanchisseuse o a Salybia, dove c’è scelta: i miei amici vanno in mare, io nel fiume”, disse Boysie candido. “E poi, sei ore di traghetto: mi passa la voglia solo a pensarci!”

Rimase di sasso alla reazione delle signorine, che evidentemente tutte preferivano andarci in aereo.

“Ma certo! Hai ragione, sei ore di traghetto sono tantissime. A parte che ho letto che fra poco metteranno il traghetto veloce, che impiega la metà. Ma ogni ora c’è un volo per Tobago, e ci si mette mezz’ora! Ma da quanto non ci vai?”, chiese Shawaine decisa.

“Mah, una decina d’anni, forse. E costa molto?”, chiese Boysie.

Sha rispose che non ricordava esattamente, ma pensava fosse all’incirca un centinaio di TT. Boysie sembrava ancora più colpito. Lee gli spiegò come meglio poté che il governo teneva le tariffe basse per favorire gli spostamenti dei tobagoniani. La spiegazione non fu molto chiara per Boysie, probabilmente per il tasso alcolico di entrambi, tanto che quest’ultimo chiese:

“E quindi per i tobagoniani costa ancora meno?”

“Tutti uguali, Boysie, tutti uguali. Sta’ tranquillo, non ti fanno pagare di più solo perché è evidente che sei di Trinidad”, gli disse Sha ridendo.

La risata finì in un silenzio in cui nessuno si sentiva di aggiungere qualcosa o di cambiare argomento. Nel silenzio si poteva però udire la sorella di Lee sussurrare a qualcuno:

“Ho una cugina a Tobago. Una brava ragazza, sissignore, una brava ragazza.”

La mezzanotte era ormai alle porte. Boysie e altri amici andavano e venivano carichi di birra, bevande varie e persino un paio di bottiglie di champagne. Dei nuovi bicchieri furono distribuiti. Lee stava per lamentarsi quando gli versarono una quantità secondo lui insufficiente di vodka nel suo succo d’arancia, ma Alana, dietro di lui, gli sussurrò qualcosa in un orecchio e lui si zittì immediatamente. Gradualmente, via via che i bicchieri venivano riempiti, la musica si abbassò, poi cessò completamente e le conversazioni si fecero più tenui. Improvvisamente gli speaker gracchiarono e tutta la casa si trovò sintonizzata sul canale 95 della radio, a un volume decisamente alto. Il presentatore, evidentemente circondato da una folla festante, stava urlando che mancava ormai un minuto al nuovo anno. Ci fu una corsa alle bottigliette, a stappare le birre per essere pronti a trangugiare come prima buona azione del nuovo anno. Shawaine e Alana presero ciascuna una bottiglia di champagne e iniziarono ad aprirne la gabbietta. Quella di Sha si smontò subito, tanto che il suo tappo esplose quando ancora mancavano venti secondi alla mezzanotte; la prima bottiglia fu seguita immediatamente dall’altra, che ormai non aveva nessun motivo per rimanere chiusa. Lo champagne finì dappertutto, le bottiglie scosse apposta per tramutarlo in schiuma volante. I bicchieri si riempirono di qualunque liquido potabile a disposizione degli ospiti, ci furono abbracci, baci, auguri, la radio fu abbassata proprio quando iniziava il conto alla rovescia: per il fuso orario di casa Blake, la mezzanotte era già passata. Qualcuno intonò The Auld Lang Syne, che in pochi secondi conquistò tutta la casa. Al termine della canzone, in un applauso generale, Alana e Shawaine levarono il loro bicchiere, chiedendo attenzione, mentre Boysie picchiava con un coltello da carne su una bottiglia di rum per richiamare il silenzio. David si schiarì la voce.

L’applauso si levò subito più forte, per poi cessare completamente. David depose piatto e bicchiere sul tavolo davanti a sé, appoggiò dieci dita tremanti sulla tovaglia bianca e sorrise nervosamente alla compagnia in attesa. Incontrando una fila di sguardi, alzò gli occhi al lampadario-ventilatore. Il DJ aveva scelto un lento, a basso volume, per le persone rimaste nel salone. Fuori dalla casa si sentiva il crepitare di mortaretti e i cani di tutto il vicinato abbaiavano furiosamente. L’intera vallata era illuminata: le case, le decorazioni esterne, i fuochi d’artificio tingevano di colori e di luce tutta la valle da San Juan a Cantaro. Dietro alle colline, Laventille e poi Port-of-Spain in questa nottata di pioggia leggera scintillavano come vestite di paillettes. Iniziò:

“Ladies and Gentlemen,

“tocca a me stasera, come gli anni passati, un compito assai piacevole ma per cui le mie capacità temo essere inadeguate.”

“No, no!”, gridò Boysie.

“Comunque sia, vi chiedo di accettare la mia buona volontà e prestarmi la vostra attenzione per un momento mentre cerco di esprimere i miei sentimenti in quest’occasione.

“Ladies and Gentlemen, non è il primo capodanno che celebriamo insieme in questa casa, in questa casa ospitale. Per me è un piacevole ritorno a casa. Un appuntamento che ho il grande piacere di poter onorare, tornando da lontano qui tra voi, tutti voi. Salutiamo le splendide nostre ospiti, Alana e Shawaine Blake”. L’applauso scrosciò rumoroso, frammisto di urla e commenti entusiastici più o meno espliciti sulle due sorelle. David decise di non citare Bob, che non si era ancora fatto vivo. Fece un segno circolare con il braccio e si fermò alle due sorelle che, vicine, stavano arrossendo sotto gli sguardi di tutti. Continuò con più coraggio:

“Sono tanti i ricordi che mi legano a questa casa, a voi tutti. Alcuni ricordi sono belli, altri purtroppo si riferiscono a situazioni spiacevoli o persino tragiche. Sono memorie che si sono accumulate di anno in anno, di giorno in giorno, che fanno parte di me, di ciascuno di noi che le ha vissute, memorie di volti cari, di episodi che legano questi volti alle nostre vite. Per me, che abito lontano, questo momento, questa serata è la mia fabbrica di memorie di casa per tutto un anno. In questi pochi giorni, in questa serata si concentrano i momenti del mio Paese che ricorderò in futuro.”

Un mormorio di assenso si diffuse tra il pubblico. David ricordò che Michelle non era là e, anzi, se n’era andata piuttosto scortesemente; disse, con sicurezza:

“Ladies and Gentlemen,

“d’altra parte, non sono le uniche memorie che vedo costruirsi. Da lontano, come su una cartina, Trinidad sembra così piccola, mentre il tempo che vivo in altri luoghi molto più ampi è molto più lungo. Ciò mi rende meno amati il mio Paese, la mia isola, la mia casa? No, rende più libera la mia mente nel giudicarle, ma non le rende meno care. Ne vedo più chiaramente i difetti, ne apprezzo meglio le qualità; ma non le amo di meno. Capisco meglio quanto ristretti e provinciali siano alcuni loro tratti, certo. E proprio perché continuo ad amarle, mi viene il desiderio di cambiarle; vorrei che tutti vedessero quel che ho visto io”.

“Giusto, giusto!”, disse Boysie ad alta voce.

“Perciò”, continuò David, con voce più morbida e confidenziale, “il mio augurio, per tutti voi, è che il nuovo anno vi porti questa esperienza, questa consapevolezza, questo spirito critico. Dio viene da Trinidad…”

Tutti scoppiarono a ridere e ad applaudire alla citazione di questo detto, noto a tutti, ma qui inatteso. Shawaine, che si era distratta un attimo, chiese invano ai suoi vicini di ripeterle la battuta di David.

“Dice che Dio è un trinidadiano”, disse Alana.

Shawaine non capì cosa c’entrasse, ma rivolse nuovamente lo sguardo su David, sperando che la prossima frase chiarisse il suo pensiero.

“Dio viene da Trinidad, ma per fortuna non si è fermato qua, per quanto bello sia il nostro piccolo giardino dell’Eden”.

David guardò le cugine; vedendo il sorriso sulle labbra di Alana e di Shawaine, il dubbio di aver sprecato il fiato gli fu confermato. Si affrettò a chiudere. Levò il bicchiere pieno di champagne con trasporto, mentre tutti gli altri lo imitavano, e disse a voce ben alta:

“Brindiamo al nuovo anno. Salute, prosperità, felicità…e un po’ di saggezza e di conoscenza per tutti noi! Cheers!”

Tutti gli ospiti presenti, bicchiere in mano, ripeterono. Boysie intonò nuovamente The Auld Lang Syne e al suo canto, una volta vuotati i rispettivi bicchieri, tutti quanti si unirono.

Should old acquaintance be forgot

and never brought to mind?

Should old acquaintance be forgot

and auld lang syne?

Alana cantava a pieni polmoni, e persino la solitamente più compassata Shawaine partecipava con trasporto al momento. Lee batteva il tempo stritolando ritmicamente un bicchiere di plastica in mano, e tutti cantavano con grande solennità, voltandosi l’uno verso l’altro:

For auld lang syne, my dear

for auld lang syne

we’ll take a cup o’kindness yet

for auld lang syne.

Le acclamazioni che seguirono furono colte e amplificate anche dagli incalliti ballerini nel salone, che le ripresero più e più volte, con Lee che fungeva da direttore d’orchestra con una forchetta di plastica bianca alta e ben in vista. Il canto scozzese sfumò in nuova musica, bassi che pompavano, bevande che scorrevano, gente che camminava, passava, ballava, si sedeva e si alzava, s’addormentava o mangiava, parlava, gridava, fumava, entrava ed usciva: come poteva e voleva, si divertiva.

Uno spruzzo raggiunse Shawaine, che si guardò attorno per capire chi la stesse schizzando, per poi rendersi conto che la porta-finestra del bar era stata aperta e che ciò che le era arrivato in faccia era proprio pioggia. Disse:

“Chiudiamo subito la porta. Rischiamo di affogare!”

“Boysie è fuori, Sha”, rispose Lily.

“Boysie è dappertutto”, disse Alana, a bassa voce.

Lily rise alla battuta e riprese, affettando sincerità:

“Davvero, è molto attento.”

“Si è installato qui come un elettrodomestico”, disse Alana nello stesso tono, “fin dal giorno di Natale.”

Rise di buon umore, questa volta, e poi aggiunse:

“Cosa sta facendo là fuori? Ormai di cibo non ne serve più… Digli di venir dentro, Lily, e di chiudere la porta. Speriamo che non mi abbia sentito!”

In quel momento si spalancò la porta e Boysie rientrò, ridendo a crepapelle e tentando di pulirsi le mani in un tovagliolo di carta fradicio. Aveva i capelli completamente bagnati e rivoli di pioggia gli segnavano il viso. Indicò con il pollice l’esterno alle sue spalle e disse:

“Sono uscito a godermi la pioggerellina, ma mi sono ricordato che preferisco il rum all’acqua”.

E con questo diede l’avvio alla seconda fase della festa, quella in cui alla musica si sovrapponevano le abbondanti libagioni e insieme a coloro che salutavano e se ne andavano per primi, partiva certo anche la sobrietà di quelli che rimanevano.

David avanzò verso Boysie, sistemandosi la giacca e guardandosi intorno, chiese:

“Dov’è finita Claire?”

“Forse di là a ballare?”, provò Shawaine.

“Ballano ancora?”, chiese David.

“Ma sì, qualcuno… lo sai come va a quest’ora: sempre meno in piedi, sempre più seduti o sdraiati”.

“No, no”, disse Lily. “Devin e quella ragazza che ha ballato tutta la sera con Boysie non se ne sono ancora andati e sono là, avvinghiati come due rampicanti”.

“Beh, qualcuno sta ballando, sentite il DJ come ci dà dentro!”, disse David.

Lily guardò David e gli chiese:

“Non te ne starai andando, spero, David. Non sono ancora riuscita a ballare con te, bello!”

“Ho paura che dovrai aspettare di essere più grande, piccolina”, disse Boysie sorridendo malizioso, “sembra proprio che il nostro David stia per andarsene, in effetti. Ma io rimango, cara, e le bambine mi piacciono tanto…”

“Ma no, David, aspetta ancora un po’: hai fatto un bellissimo discorso, aspetta un po’ di complimenti, almeno”, disse Alana, che, passando con il sacco dei piatti usati, aveva sentito la risposta di Boysie e aveva compreso l’intenzione di David.

“E chi me li fa adesso i complimenti? Sono tutti ubriachi. Ma no, penso che dovremo andare. Domani avremo una giornata di saluti e preparativi, e in più credo che Claire abbia accettato un invito di Michelle per un bagno a Las Cuevas. Non so con chi verrà, se col suo ragazzo…”

“Ne dubito!”, disse Lily, con un’occhiata ad Alana.

Shawaine disse:

“È stata carina a venire, comunque. Quella ragazza ha un bel caratterino! Sai chi era sua nonna, David? Mrs Persad”.

“Mrs Persad chi?”, chiese David, il cui volto subito cambiò espressione in un lampo di tardiva comprensione.

“Lei!”, dissero Alana e Shawaine all’unisono.

Boysie si lamentò di non aver capito di chi si stava parlando. David iniziò a raccontare la storia.

“Il fu Sheldon Blake, nostro nonno”, spiegò David, “comunemente noto nei suoi ultimi anni come ‘il vecchio caimano’, importava noce moscata e immigrati da Grenada”.

“Dai, David”, disse Sha, ridendo, “aveva un’azienda di import-export!”

“Ma sì, sto scherzando”, disse David, “il vecchio caimano aveva questa azienda che aveva rapporti con le isole, soprattutto con Grenada. Mrs Persad era la sua… diciamo contabile-segretaria-legale-factotum. Era come il suo braccio destro. Una donna che tutti rispettavano quasi più di lui! E si faceva rispettare anche da noi nipotini, anche se ci voleva molto bene e ci comprava sempre dei regali”.

“Pace all’anima sua”, disse Shawaine con compassione.

“Amen”, disse David distrattamente, “Era molto più giovane del nonno, no? Mi ricordo che era noto in tutta la famiglia che all’inizio la nonna non la poteva sopportare, ma poi ci fu una serata come queste, in cui le due donne si affrontarono in privato, e da allora divennero inseparabili. Le donne, eh?”

Tutti risero, e Shawaine disse:

“Dai, inseparabili… Diciamo che le ostilità cessarono. Io mi ricordo che la nonna comunque non ne parlava sempre benissimo”.

“Inseparabili’!’, continuò David, “La nonna era una donna di casa: la sua unica occupazione era crescere i figli e mandare avanti la casa, giusto? Bene, lei e Mrs Persad erano diventate tanto inseparabili che a qualunque meeting, cena, occasione più o meno mondana legata al lavoro, il nonno dovesse andare e a cui sarebbe stata presente anche Mrs Persad, iniziò ad andarci anche la nonna!”

Shawaine e Alana, insieme a Lily e Boysie eruppero in una fragorosa risata, specialmente quest’ultimo.

“Mia madre mi ha raccontato”, proseguì David, “che una volta il nonno aveva chiesto ironicamente alla nonna se doveva far liberare un ufficio per lei, così poteva seguirlo anche al lavoro. E, alla risposta acida di lei, che se lui non si fosse tolto dai piedi quella gattamorta, lei sarebbe certamente arrivata anche a controllarlo in ufficio, lui rispose che avrebbe immediatamente provveduto a installare fornelli e lavatoio nell’ufficio vicino al suo, perché ‘quelle sono le uniche cose che devi controllare, donna!’”

Lo scroscio di risa che seguì l’imitazione del nonno che David aveva appena inscenato fu interrotto da un rumore alla porta-finestra. Lily corse ad aprirla, per trovarvi dietro Lee, completamente fradicio, con un cappellino da baseball in testa, che imprecava contro la pioggia.

“Fottuta macchina!”, disse trascinando le parole più che mai, “non vuol saperne di partire!”.

“Con questa pioggia e al buio è inutile provare a ripararla: cercati un passaggio, Lee”, disse David.

“Ma certo”, disse Sha. “Piuttosto, tua sorella non può tornare a Toco stanotte. Dai la facciamo dormire qui, domani chiama il meccanico e ti porta la macchina a St Joseph. Cosa ne dici?”

La sorella di Lee fu ben contenta di non doversi sottoporre a tre ore di viaggio con il fratello in quelle condizioni al volante e sotto la pioggia. Le fu preparata una stanza al piano di sopra, dove si ritirò quasi subito, dopo aver salutato calorosamente David. Lee trovò un ospite diretto a Diego Martin che lo avrebbe accompagnato subito fino a City Gate; da lì avrebbe potuto prendere un qualche maxi fino a St Joseph. Ma subito dopo un altro tizio, diretto a est, verso Valencia, lo avrebbe portato direttamente a St Joseph, ma sarebbe partito fra un’oretta. Ovviamente Lee accettò entrambe le proposte, generando una discreta confusione, accentuata dal fatto che una ragazza di Chaguanas aveva anch’essa chiesto un passaggio a quest’ultimo autista, e tutti intorno si davano da fare nel consigliare dove quest’ultima dovesse essere lasciata senza far troppo deviare l’autista dal suo percorso. Lily cercò di rendersi utile, ma il fatto che ancora non guidasse non giovava alla qualità delle sue proposte. Lee, intanto, in mezzo a tutta questa confusione, era piegato in due dal ridere, finché l’autista della prima macchina decise per tutti e gridò sopra le risate di tutti:

“Lee viene con me, a City Gate, e da lì si arrangia, è un uomo di mondo e sa cavarsela”.

“Sissignore”, disse Lee cercando di rimanere serio.

“Invece la signorina viene con te e tu la porti a Chaguanas. Fai una deviazione sulla Uriah Butler, ci metti un quarto d’ora in più, ma la porti a casa, hai capito bene? Non è la notte da far girare da sola per la strada una fanciulla innocente! Innocente, dico bene?”

“Fino a prova contraria, vostro onore”, rispose la ragazza.

“Sissignore”, fece eco ridendo il secondo autista contemporaneamente.

“Bene, situazione risolta”, disse il deciso autista, accasciandosi su una sedia.

“E quando partiamo? Faccio in tempo per un’altra birra?” chiese Lee.

“Non se ne parla nemmeno”, disse l’altro, “partiamo subito! Andiamo a salutare!”, e si alzò di nuovo, partendo a distribuire baci, abbracci e ringraziamenti.

(segue)

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4 commenti

  1. […] (segue) 44.701909 10.125738 Share this:Like this:Mi piaceBe the first to like this post. Questo articolo è stato pubblicato in giochi di storie e parole ed etichettato capodanno, racconto, trinidad. […]

  2. […] (segue da Capodanno (3)) […]

  3. Incontrando una fila di sguardi, alzò gli occhi al lampadario-ventilatore. Il DJ aveva scelto un lento, a basso volume, per le persone rimaste nel … vventilatorelampadario.wordpress.com

    1. Grazie del pensiero. Mi fa talmente ridere che tu abbia pensato di inserire una pubblicità come commento a questo brano che glielo lascerò… 🙂

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