Il lutto dell’ultima pagina


In un’intervista radiofonica di Paola Calvetti, ho sentito citare un’esperienza che conosco bene e, in qualche modo, mi è cara.

Si tratta di quel senso di smarrimento che si prova quando si chiude un libro particolarmente significativo. Per quanto mi riguarda, a me è capitato unicamente con libri di narrativa ma non mi stupirei nell’apprendere che qualcuno possa provare lo stesso per una raccolta di poesie o una biografia o (qui mi stupirei già di più) un saggio.

A me è capitato con qualche libro di Jules Verne, da ragazzino (ad esempio, “L’isola misteriosa”, sicuramente), oppure con un romanzo il cui titolo si dev’essere perso nelle nebbie dell’adolescenza, scritto da Enid Blyton e con protagonisti la Banda dei Cinque.

In tempi più recenti, con tutti i grandi romanzi di Tolkien, ma anche con un decisamente più intimo “Missa sine nomine” di Ernst Wiechert, giusto per fare qualche esempio.

La Calvetti lo definiva un “lutto”. E pensandoci credo che non sia un’esagerazione. Per come lo avverto io, voltare l’ultima pagina di un romanzo significa consegnarne le storie alla finzione, uscirne, sancire l’esclusione, la mia, da un mondo di cui, per un certo tempo, sono stato parte. E’ una separazione, non definitiva, è vero, perché si può sempre riprendere il libro dalla prima pagina o da dove si vuole, ma la seconda lettura non sarà mai come la prima: si scopriranno nuovi dettagli o nuovi sentimenti, ma il senso di sviluppo del racconto nell’ignoto che accomuna la finzione alla realtà è perduto.

E in quanto lutto, richiede una “elaborazione”. Mi ritrovo, ancora, nelle parole della scrittrice: ogni altro racconto, ogni altra lettura intrapresa in questa fase si rivela una delusione. Occorre aspettare, lasciare che il mondo perduto della lettura appena terminata si sedimenti nel serbatoio delle storie passate e lasci spazio a nuove esperienze.

E a te, che tipo di storie procurano questa esperienza? Quali libri ti hanno fatto sentire “a lutto”, una volta terminati?

8 commenti

  1. Maria Beatrice Venturelli · · Rispondi

    ‎Sono molti i libri che mi hanno lasciato questa sesazione ma tra gli ultimi sicuramente “Suite francese” di Irène Némirowsky, “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery” e “Un albero cresce a Brooklyn” di Betty Smith.

    1. Grazie Bea! Barbery ce l’ho su uno scaffale, e ormai il lutto per l’ultimo letto è elaborato…

  2. Una cosa che mi accade, con certi libri, è di leggerli molto rapidamente fino a tre quarti per poi rallentare progressivamente, arrivando ad una specie di lentezza patologica, per ritardare il momento del ‘lutto’ dell’ultima pagina.
    E poi c’è anche il lutto dell”ultimo libro di…’: ho letto tutti i libri di Viriginia Woolf, tranne uno. E’ sullo scaffale da anni e non riesco a leggerlo.
    Poi accadono anche cose come leggere Mr Brothers – racconto di Michael Cunningham – in metropolitana. Arrivare alla fermata che mancano poche pagine alla fine. Scendere, sedersi sulla panca sul binario e finirlo. E restare seduta sulla panca finchè non lo si è riletto tutto per la seconda volta, coi treni che sfrecciano sferragliando e la gente che passa e tutto il resto.
    Forse sono malata 🙂

    Prishilla

    1. Che meraviglia! Grazie!

  3. Grazie di questo momento di riflessione. Credevo di essere un po’ stupida a provare quel sentimento di perdita…
    Paola Calvetti

    1. Benvenuta! In realtà anch’io provavo un certo pudore nel riferirne, prima della tua intervista. D’altronde, come dicevo, è un’esperienza che mi è cara, perché l’associo alle letture che più mi hanno coinvolto e assorbito. E quindi… perché no?
      Grazie del commento!

  4. Ho postato il tuo pezzo sulla mia pagina fb e… hanno scritto tante persone… commenti di “lettori in lutto”. leggili se ti va,
    ciao
    paola

  5. […] mondo continuerò a vagare per qualche tempo anche dopo averlo riposto, magari non con un senso di lutto, ma con una certa […]

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