In partenza


Chiusi lo schermo del portatile e mi guardai intorno alla ricerca di oggetti da non dimenticare. Intorno a me non vidi nulla di mio. Guardai allora Pau, che era seduto dal suo lato della scrivania. Era concentrato, con le cuffie alle orecchie: ascoltava qualche gruppo folk catalano, come al solito. Mi rivolsi a lui in inglese: lo spagnolo non mi veniva. “Quando vuoi, io sono pronta”.

Pau alzò lo sguardo dalla tastiera, fece per chiedermi di ripetere, ma capì prima, guardandomi: rispose in spagnolo che aveva bisogno di un minuto per inviare un’email.

Andai per un’ultima volta alla finestra. Vidi il parcheggio dell’Istituto, il cancello pedonale con il suo traffico di studenti e docenti; appena fuori l’ingresso dell’Hotel Princesa Sofia e un piccolo tratto di marciapiedi dell’Avinguda Diagonal. Mi sfuggì un sospiro: stavo dicendo addio alla città in cui avevo trascorso gli ultimi sei mesi e di cui mi ero, un poco, innamorata.

Non volevo cedere alle emozioni. Assolutamente escluso. Chiusi gli occhi e visualizzai il volto di Giorgio. Ancora una settimana e l’avrei abbracciato di nuovo, questa volta ad Anversa. L’ultima volta era stato qui, era venuto lui, un mese prima.

Tra qui e Anversa c’era in mezzo una settimana a Roma, l’umiliante esercizio di bussare a tutte le porte della “Sapienza”, di contattare i pochi amici rimasti in giro per l’Italia. A riferire, a spiegare, a chiedere. Non ne avevo nessuna voglia. Non questa volta, basta. Dovevo solo sperare che Giorgio potesse trovare qualche contatto in Belgio, o magari un bando interessante per un post-doc per me, da qualche parte non troppo lontano.

Gli ultimi sei anni erano stati un continuo rincorrerci. Nessuno dei due voleva rinunciare alla propria carriera, alle energie, al tempo, ai soldi spesi per arrivare dov’eravamo arrivati. C’erano stati momenti in cui a turno uno dei due era stato lì lì per cedere, ma poi era arrivata una chiamata, un’email, un contatto che aveva fatto ben sperare.

Pau era pronto. Presi la mia valigia e lo seguii giù fino alla sua auto. La Corolla si infilò nel traffico, diretta all’aeroporto.

“Allora, quando torni?”, mi chiese in spagnolo.

“Se potessi, domani. Ma Anversa ha la precedenza, ora”, risposi in inglese.

“Hai deciso cosa rispondere a McReady?”, chiese di nuovo passando anche lui all’inglese.

“Gli ho già risposto, Pau. ‘No, grazie’. Come faccio? La pendolare tra la Virginia e il Belgio?”.

“E’ un peccato. Ma Giorgio non verrebbe negli Stati Uniti?”.

“Lui verrebbe in capo al mondo, se ci fosse un laboratorio dove lavorare. Alla Virginia State non c’è. Ho chiesto a Stan se conosce qualcuno nel campo di Giorgio, ho chiesto a Giorgio se conosce qualcuno in Virginia e dintorni, ma niente da fare. Guarda, ormai sia lui che io abbiamo una bella lista di pubblicazioni e le chiamate iniziano ad arrivare. Resistiamo così un po’ finché non ci arrivano due chiamate vicine”, conclusi, sperando di non dover riaprire.

“Auguri! E nel frattempo tu?”, chiese Pau mettendo la freccia.

“Io devo sistemare un po’ di cose. Ho diversi articoli ancora in ballo qui, c’è quello con te, quello con Tevez, con Heyes, quella collaborazione a Tampa, con Frankowiak, sai quello del convegno a Cracovia; poi c’è quel progetto europeo di cui ti parlavo… No, di cose da fare ne ho. E posso farle anche in Belgio. Chissà magari riesco a passare tre mesi di seguito con mio marito”, risposi sorridendo e slacciandomi la cintura.

“Se sento qualcosa, ti chiamo. Ma magari mi chiami tu per dirmi che hai trovato qualcosa per voi due  in Italia”, disse lui mentre apriva il bagagliaio.

Scoppiai a ridere per quell’uscita inattesa. “Certo, come no? Grazie Pau, di tutto! Alla prossima! Ci sentiamo…”.

Entrai nella hall, guardai lo schermo delle partenze, infine mi mossi verso il banco del check-in del mio inutile volo per l’Italia.

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