Pubblico e privato


Impazza nel governo e fuori la discussione sulla possibilità di introdurre la licenziabilità dei dipendenti pubblici per motivi disciplinari.

Chi sostiene tale innovazione lo fa indicando una parità di trattamento tra pubblico e privato.

Mi permetto un paio (abbondante) di osservazioni.

1) Da paziente, vorrei che il Sistema Sanitario Nazionale si potesse permettere non dico i migliori medici, infermieri, ostetrici, fisioterapisti e via dicendo, ma almeno operatori e dirigenti motivati e presenti, capaci tecnicamente e umanamente. Gli altri, non so, forse varrebbe la pena riconvertirli ad altri settori, ma…

2) Da genitore, vorrei che i miei figli venissero a contatto con insegnanti fidati, che condividono con me non già idee o ideologie, ma la preoccupazione educativa per chi è loro affidato; aggiornati, in gamba; che avessero a che fare con personale amministrativo e tecnico in grado di svolgere le proprie mansioni in modo inappuntabile e preciso. Gli altri, chissà, forse si può metterli da qualche altra parte.

3) Da cittadino, vorrei che le amministrazioni locali, gli uffici, i ministeri, fossero pieni di dipendenti onesti, competenti, servizievoli (parola antica, ma che forse da certe porte fa molta fatica ad entrare). Gli altri, boh? è possibile ridistribuirli?

E potrei andare avanti ad esemplificare. Tutto questo per dire che, a mio avviso, il pubblico dovrebbe tornare a meritare il prestigio di cui godeva un tempo con un’iniezione di professionalità esemplari. Non si tratta di togliere privilegi per equiparare al basso i diritti di tutti, ma di tornare a gestire le amministrazioni con rigore e serietà, dando esempio al privato (sì, al privato, che in Italia in troppi casi non è né un modello di scelte oculate da parte degli imprenditori, né di gestione illuminata da parte dei dirigenti, né di efficienza da parte dei livelli più bassi), eliminando sprechi logistici e organizzativi, imponendo un cambiamento prima di tutto culturale e allontanando, con buona pace dei sindacati, chi questo cambiamento non vuole affrontarlo.

Se questo vuol dire licenziare, mi dispiace: ma chi se lo deve tenere l’insegnante incompetente, che scaglia dizionari in testa agli alunni perché non è in grado di mantenere la disciplina in classe? Chi se lo deve sorbire il medico che non è capace di guardare in faccia i propri pazienti, che sbaglia due diagnosi su tre in media, che raddoppia lo stipendio a forza di regali dalle case farmaceutiche? Chi deve avere a che fare con il poliziotto che maltratta la gente in fila dalle quattro di mattina sotto la pioggia per un permesso di soggiorno perché tanto chi vuoi che si lamenti, o il funzionario che ha il vizio di far pagare l’accelerazione dell’iter di certe pratiche? O il tecnico che dovrebbe andare in giro e monitorare ma sono mesi che non si schioda dal computer e dal suo monitor?

Non credo che queste, e tante altre, siano cose che possiamo o vogliamo più permetterci.

Allo Stato sono affidati compiti fondamentali. Per la salute, per il benessere, per la sicurezza, per la formazione di tutti. Sono compiti che richiedono il meglio, ma ci siamo un po’ addormentati, e ora ci troviamo con un po’ di tutto. Il momento di crisi è l’occasione per cambiare le carte in tavola. E se licenziare non è il nodo del problema, è però una possibilità che non deve essere negata, non ora.

Come, quando, con che contropartite: è su queste domande che bisogna riflettere.

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2 commenti

  1. son d’accordo. e, un po’ in tema un po’ no, direi anche che è pur vero che tra il ‘poter fare’ e il ‘fare’ c’è di mezzo quel famoso mare, ma se non ci si attrezza con un ‘poter fare’, al di là di quel mare ci sarà sempre e soltanto un vuoto orizzonte…., no?

    prishilla

    1. Io credo che nel corso degli anni si è venuta a creare una gabbia di diritti acquisiti che rende impossibile qualunque tipo di azione di riforma o di miglioramento. E’ comprensibile che chi i diritti li ha acquistati tema di perderli. Ed è altrettanto chiaro che se l’unico criterio che muove chi vuole riformare è puramente quello del taglio della spesa, anche i cittadini temano di perdere servizi e qualità. E’ per questo che occorre un impegno coraggioso e determinato, sia nell’andare a smantellare la gabbia che nel proporre alternative che siano qualitativamente valide. Liberarsi dei rami secchi e delle mele marce, però, mi sembra un’azione imprescindibile, la premessa per “poter fare”, come dici tu, qualunque altra cosa. Poi quel che si sarà in grado di “fare”, dove si arriverà salpando per il mare che c’è in mezzo, dipenderà dalla creatività, dal consenso, dalla volontà politica. Ma intanto, senza il “poter fare”, la nave non lascia nemmeno il porto. Grazie, prishilla.

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