La sua Africa


Sergio Favarin è stato a cena da mia mamma agli inizi di maggio. Era tornato da diverso tempo, per curarsi. Purtroppo non sono riuscito ad incontrarlo.

Non saprei dire quando è entrato per la prima volta nella nostra storia famigliare. Ricordo una vacanza, io dovevo avere qualcosa come sette o otto anni, ad Asiago, vicino al luogo dove lui trascorreva l’estate. Ricordo una gita in cui lui ci condusse in un posto lì vicino, ad una profonda buca nella montagna, in fondo alla quale c’era ancora neve, e ne facemmo una granita.

Da allora, ogni tanto lui o padre Virginio o padre Roberto venivano a trovarci a casa, quando passavano dalla casa madre. In tempi più recenti anche padre Zaltron, con le sue suggestive poesie. Ma da tutti, e in particolare da padre Sergio, il regalo più grande che attendevo quando i miei ci annunciavano una prossima visita, erano i racconti.

I racconti di padre Sergio parlavano dell’Africa. Del Burundi, del Ciad, del Camerun. Tra una barzelletta e l’altra, parlavano di dignità.

La dignità dell’igiene, la dignità del lavoro, la dignità di cercare di migliorare la propria situazione. La dignità di persone che venivano ritratte con affetto, amicizia, simpatia. Anche quando questa dignità doveva scontrarsi ogni giorno con abitudini ataviche, con modi di pensare e di essere difficilmente conciliabili con il mondo di oggi, i cosiddetti diritti umani. Ricordo, ad esempio, la pazienza non rassegnata con cui raccontava della gente del villaggio dove aveva la parrocchia, e della difficoltà che incontrava nel convincerli a non spendere immediatamente in libagioni ad alta gradazione i pochi soldi ricavati al mercato dalla vendita del poco miglio coltivato con enorme fatica dalle loro mogli.

Ricordo diapositive, colori, suoni, arte. Credo che il grande rispetto e la grande curiosità per l’Africa, la sua gente, le sue culture lo devo a lui. La prima Africa che ho conosciuto è la sua Africa, con gli occhi di chi l’ama, di chi ne conosce foreste e deserti e non si stanca di seminare umanità in entrambi.

Anche questa è Chiesa. Persone che a questo dedicano la propria vita: alla dignità di chi non la conosce. Persone che così vivono la propria fede, che così la testimoniano: giocando la propria vita, talvolta rischiandola pure, non solo per gli ultimi ma con loro, al loro fianco, dalla loro parte. Anche quando tornano a casa, una casa lasciata con tutte le sue sicurezze, quando vi tornano per raccontare le loro storie.

Caro padre Sergio, non sono riuscito ad ascoltare i tuoi ultimi racconti. Per questo oggi ho raccontato io.

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