Gite scolastiche


Ho delle mie gite scolastiche dei ricordi indelebili. Come tutti, credo.

Ricordo che in seconda e in quarta elementare la nostra maestra, ai primi di giugno, ci aveva portato in “settimana verde” in una vecchia struttura termale ristrutturata e adibida all’accoglienza di scolaresche a una ventina di chilometri dalla città. Da lì gite bellissime al Lago Santo, ai barboj, a Torrechiara…

Ricordo la gita di seconda media, a Trieste e le prime volte che avevo qualche soldo in tasca da spendere autonomamente (il calippo!); quella di terza media, a Vienna: l’albergo in cui c’era sempre un sottofondo di Mozart, e la nostra camera da sei: un accampamento in stile Schoenbrunn, quante risate!

Ricordo la stupenda gita in quarta scientifico, in Provenza, la scoperta di posti che ancora oggi rimangono in testa ai luoghi dove tornerei, la scoperta di un nuovo modo di vivere nella mia classe.

E poi quella meravigliosa a Parigi, l’anno dopo, da “grande”, in un posto da grandi, i discorsi tra noi, le discussioni, la musica, gli amori…

E anche da insegnante, mi è rimasta nella memoria una gita a Praga che mi ha dato la preziosa opportunità di conoscere meglio diverse persone, non tutte miei alunni.

Purtroppo è sempre più arduo organizzare i cosiddetti “viaggi d’istruzione”. Nelle classi aumenta la difficoltà nel raggiungere il numero minimo di partecipanti, soprattutto quando le mete proposte non sono quelle generalmente ritenute a ragione o a torto le uniche ad offrire divertimenti notturni. E anche da parte degli insegnanti, offrire la propria disponibilità ad accompagnare una classe è sempre meno scontato per gli aspetti economici e di responsabilità, se non diventa addirittura uno strumento di lotta sindacale.

Non voglio entrare nel merito e mi limito ad osservare che sindacalmente parlando l’obiettivo “gita” è da una parte economicamente rilevante per tutto il mondo del turismo scolastico, e formativamente sempre meno centrale, anche, ma non solo, perché la graduale concessione all’evento di connotazioni extra-scolastiche da parte di tanti insegnanti ha fatto sì che queste siano diventate col tempo l’aspettativa primaria negli studenti. Non a caso le destinazioni che vedo più gettonate sono grandi città quali Amsterdam (oggi in declino), Barcellona, Berlino, un interesse difficilmente associabile a motivazioni di carattere culturale o formativo, mentre proponendo, ad esempio, la Provenza si va facilmente incontro a una defezione di buona parte della classe.

Ed è un peccato, perchè nella mia esperienza, come credo in quella di tanti della mia generazione, la gita scolastica è un elemento cruciale per la costruzione della propria autonomia personale, per una certa forma di autostima, per le relazioni di gruppo, per la conoscenza reciproca tra alunni e tra alunni e docenti; tutto questo non è direttamente legato al profitto scolastico, è vero, ma non credo ci voglia un pedagogista per capire quanto, indirettamente, possano pesare sul modo di vivere la scuola, il proprio percorso formativo, le proprie modalità di apprendimento.

Una domanda intelligente, secondo me, che al ministero o anche nelle scuole i collegi docenti dovrebbero porsi, è come restituire valore a questa esperienza, magari cercando al contempo di sostenere le ragioni di chi protesta contro il precariato nella scuola, ma senza dover penalizzare sulla gita, su una rinnovata forma di gita, proprio gli studenti.

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2 commenti

  1. Che bello Ale, ti ricordi anche tu la gita a Vienna !!! Che spettacolo, era la prima volta che andavo all’estero e mi ricordo soprattutto i bagni della camera: uno rigorosamente spoglio con la sola presenza del vater e l’altro con tutti i sanitari tranne di bidet. Che ridere: la cacca la facevo da una parte e per lavarmi dovevo andare dall’altra, dovevo praticamente fare la doccia perché ancora non esistevano i doccini e, per lavarmi meglio, sarebbe stato necessario andare in verticale, acrobazie da ragazzi !!

    La gita scolastica è una delle esperienze più belle che si possa fare a scuola, condividere qualche giorno con i compagni di classe crea unione. Capisco che lo sforzo economico delle famiglie è notevole, io stessa sono figlia di un’operaio e, quando chiedevo di andare in gita, erano sempre sacrifici (anche se allora non li capivo). Quando ho potuto essere economicamente indipendente, ho viaggiato molto, imparando tanto. Oggi mi ritrovo (fortunatamente) ad aver girato mezzo mondo, ad aver imparato a spiegarmi in almeno 3 lingue, giro le grandi città senza paura, bazzico gli aeroporti con disinvoltura, conosco le diverse culture ma soprattutto ho grande rispetto per ciò che mi circonda, per la gente, per i luoghi e il mondo mi affascina per la sua diversità. “Viaggiare non è solamente partire e tornare, ma imparare le lingue degli altri, imparare ad amare”

    1. Io devo dire che sono stato fortunato, avendo un pezzo di famiglia all’estero: sono stato abituato a viaggiare e a cercare e trovare un pezzetto di “casa” anche lontano da casa. E trovo che uno degli aspetti che le gite scolastiche mi hanno aiutato a vivere è proprio quello della curiosità dell’altrove. Oggi ho paura che in tanti casi, invece, si punti molto più sulla libertà di eccedere lontano da casa nel fare ciò che si è abituati a fare a casa.
      In tanti casi ma non sempre: ricordo ad esempio una bella gita in giornata a Genova con una classe veramente in gamba, e che in questi giorni sta facendo la maturità, che si era organizzata nel cercare le cose interessanti da visitare nel poco tempo a disposizione. Sono stati gli alunni a portarci a visitare non ricordo più se Palazzo Bianco o Palazzo Rosso, con la sua bella pinacoteca e la terrazza sui tetti…

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