Note a margine della notizia del giorno


Ringrazio Elena Dusi di Repubblica.it, che ha pubblicato un resoconto della conferenza stampa di presentazione dei risultati del ritrovamento del bosone di Higgs. Mi permetto di riportarlo e di commentarlo qua e là, dove serve.

GINEVRA  – Da oggi l’universo è diventato un luogo più stabile, perché l’ultima particella elementare è stata finalmente trovata. Ma è anche diventato più instabile, perché il bosone di Higgs, che dopo 48 anni di ricerche è finito nella rete dei fisici del Cern, ha lasciato un’impronta piuttosto diversa dalle attese.

Da oggi. Perché l’universo intero segue la conferenza stampa e ha deciso, in seguito a quel che è stato detto, di stabilizzarsi un po’. E che cribbio, tutta questa precarietà fa male anche a lui. Ma anche più instabile, perché, ricordato che è la diciassettesima particella, si è seduto, l’universo, un po’ più scomodo sulla sedia: chissà che non porti sfiga. Forse la giornalista intendeva dire che, se i dati sperimentali saranno confermati dalle inevitabili esperienze future, il quadro che abbiamo, cioè la conoscenza che abbiamo, dell’universo è un po’ più completa, ma anche con qualche nuovo punto di domanda legato al fatto che i dati non sono esattamente come li si attendeva.

L’annuncio nell’auditorium gremito di scienziati del Consiglio europeo per la ricerca nucleare a Ginevra è stato come una scossa di elettricità.

Infatti, non se l’aspettava nessuno: erano tutti lì perché le patatine del distributore del CERN sono notoriamente le migliori d’Europa.

È passato infatti quasi mezzo secolo da quando Peter Higgs, uno schivo fisico 35enne dell’università di Edimburgo, armato solo di carta e penna, nel 1964 lanciò l’idea che spiega perché l’universo è un luogo pieno di stelle e pianeti, di chimica e fisica, e non una zuppa informe, fatta di particelle che fuggono all’infinito senza incontrarsi mai.

Poesia pura. A partire dall’armamentario, “carta e penna”. A parte che nel ’64 non c’erano grosse alternative, specialmente per un fisico teorico. Magari un droghiere una calcolatrice poteva anche averla; a un bibliotecario un po’ di letteratura da leggere non l’avrebbero negata. Ma al povero e schivo Higgs, su nella povera e schiva Scozia…

“Abbiamo raggiunto una tappa storica nella nostra comprensione della natura”, ha detto il direttore del Cern Rolf Heuer. “Nei nostri strumenti abbiamo osservato tracce chiare di una nuova particella a circa 125 Gev di massa”, aveva appena annunciato Fabiola Gianotti, la scienziata italiana che guida l’esperimento Atlas, uno dei due enormi rivelatori sotterranei incaricati di identificare le impronte dell’Higgs.

Ancora una volta le tappe storiche. Almeno un condizionale mi sarebbe piaciuto. Ma qui non è colpa della giornalista, e Fermilab soffia sul collo…

Senza quel minuscolo frammento di materia teorizzato dal fisico scozzese in appena tre settimane estive del 1964, tutte le particelle elementari dell’universo sarebbero infatti state prive di massa.

No cara, ancora una volta confondi il piano della realtà e quello della descrizione. Senza quel minuscolo frammento teorizzato da Higgs il Modello Standard, cioè la teoria che cerca di spiegare alcune delle interazioni fondamentali, non sarebbe stato completo, visto che le particelle la massa ce l’hanno, a quanto pare, checché ne dicano i fisici.

Ma la massa è sorgente di forza di gravità. E senza la forza di gravità descritta da Newton non c’è attrazione fra gli atomi, le molecole, le stelle, i pianeti e gli esseri viventi.

La forza di gravità descritta da Newton ha poco a che fare con gli atomi e le molecole, per il semplice motivo che ai tempi di Newton sicuramente non si parlava di molecole e qualunque cosa si intendesse per atomo era certamente molto diversa da ciò che si è venuto chiarendo nei primi decenni del XX secolo. Sull’attrazione tra atomi, molecole, e persino esseri viventi, la gravità ha poca influenza, se non in casi particolari in cui le altre forme di interazione, normalmente preponderanti, sono per qualche motivo trascurabili.

Il bosone di Higgs appena scoperto al Cern è una sorta di colla che tiene insieme l’universo, ed è anche per questo che si è guadagnato il soprannome di “particella di Dio”, con un termine poco amato dai fisici e giudicato dallo stesso Higgs “inutilmente offensivo nei confronti di alcuni credenti”, ma ormai diventato irreversibilmente popolare.

Non so, evidentemente appena la gente scopre di avere a che fare con un fisico smette di parlare di questa “particella di Dio”. Io posso assicurare che, tra fisici, credenti o meno, il “bosone di Higgs” è noto come “bosone di Higgs”, ci si scherza(va) su parecchio come si scherza dello Yeti, consapevoli che sia lo Yeti che il “bosone di Higgs” potrebbero tutto a un tratto fare cucù. Come pare sia successo, appunto. Della “particella di Dio” abbiamo letto da Leon Lederman, e poi da una selva di giornalisti a cui, evidentemente, “bosone di Higgs” fa schifo, mentre “particella di Dio” piace da morire. De gustibus non est disputandum, dicono. Io direi che l’intervento divino sta al bosone di Higgs come sta alla giraffa e alla Luna, mentre Higgs con la giraffa e la Luna c’entra meno e quindi, a titolo di paternità, il bosone lo attribuirei a lui.

Oggi Higgs è seduto in prima fila nel seminario del Cern che illustra i dettagli della complicatissima caccia alla sua creatura. La conferma sperimentale della sua previsione teorica gli srotolerà quasi sicuramente un tappeto rosso verso il premio Nobel. E lui risponde al successo della sua intuizione giovanile con un sorriso da 83enne dolce e schivo. “Congratulazioni, è straordinario vedere questo risultato mentre sono ancora vivo”, ha detto emozionato, ricordando il contributo di una manciata di colleghi ugualmente invecchiati in attesa di questa giornata, e che oggi sono seduti nell’auditorium del Cern accanto a lui, sorridenti dopo decenni di invidie e rivalità.

Così, solo per sensibilità, un paio di virgolette intorno a “creatura” gliele metterei. Giusto per dire che il fatto che ne abbia previsto le caratteristiche teoricamente non comporta il fatto che l’abbia anche creato dal nulla la sera dopo.

Con la scoperta del bosone di Higgs si completa così il quadro delle 17 particelle elementari che compongono la materia a noi nota.

Secondo la teoria oggi più accreditata e meglio rispondente ai dati sperimentali. Sempre il vecchio “per quanto ne sappiamo”, please.

L’ultimo pezzo mancante è stato finalmente trovato.

Ne siamo sicuri? O è stato trovato un candidato che si adatta piuttosto bene all’identikit offerto da Higgs?

Ma per i fisici riuniti al Cern l’annuncio di oggi rappresenta anche l’apertura di un capitolo nuovo. Da domani gli strumenti di fisica più potenti del mondo verranno rimessi in moto per definire meglio i dettagli ancora ambigui dell’impronta del bosone di Higgs e per partire alla ricerca di quella parte dell’universo composta da materia oscura ed energia oscura. Ingredienti a noi del tutto ignoti, ma che pure rappresentano il 96% del contenuto dell’intero universo.

Un po’ troppi indicativi per i miei gusti. Come sempre.

Per catturare l’impronta del bosone di Higgs c’è voluto l’acceleratore di particelle più potente del mondo, il Large Hadron Collider, un tunnel sotterraneo lungo 27 chilometri, che lambisce il lago di Ginevra e le pendici del Giura, che ha iniziato a scagliare protoni furiosamente l’uno contro l’altro nel 2008, dopo 20 anni di costruzione e 10 miliardi di spesa.

L’LHC non è IL tunnel. E’ NEL tunnel, se no non se ne spiegano i costi. Per fare un tunnel non serve la tecnologia usata per LHC: basta una piccozza (e tanto tanto tempo). Mi piace molto anche quell’avverbio: “furiosamente”. Vedo mentalmente cattiveria nei volti di chi preme il bottone on-off.

La lunga attesa per mettere nel sacco il bosone di Higgs è dovuta in buona parte alla necessità di costruire questo gioiello della tecnologia, in cui l’Europa ha nettamente scavalcato gli Stati Uniti e a cui l’Italia partecipa con 3mila dei circa 10mila scienziati attraverso l’Istituto nazionale di fisica nucleare. Tre dei quattro esperimenti che studiano i frammenti di particelle generati dalle collisioni fra i protoni sono attualmente guidati da fisici italiani. Fabiola Gianotti in particolare è responsabile di Atlas, un gigante da 7mila tonnellate e 48 metri capace di individuare il passaggio di particelle di dimensioni infinitesime. Questo rivelatore, insieme al gemello Cms, ha dato la caccia per 18 mesi alle impronte lasciate dal bosone di Higgs.

Le dimensioni non contano, in questo caso. Lasciamole in pace, se non sappiamo a cosa riferirle. 48 metri di che? Dimensioni infinitesime? Ma siamo davvero a questo punto? Ma sono infinitesime perché non si possono nemmeno immaginare, o perché non riusciamo a misurarle?

L'”ultima particella mancante” viene prodotta nelle collisioni ad alta energia, ma poi decade in un tempo brevissimo, impossibile perfino da misurare, trasformandosi in altre particelle che invece gli strumenti sono in grado di rilevare. Ed è stato proprio nei prodotti di decadimento del bosone di Higgs che gli scienziati si sono ritrovati dei dati inattesi. Gli Sherlock Holmes del Cern si sono accorti che il ricercato non ha esattamente le caratteristiche previste. E addirittura i ricercati potrebbero essere più di uno.

Ah, vedi! Allora questo è o non è IL “bosone di Higgs” (scusa: LA “particella di Dio”?) Ce ne sono altri/e? Come diceva Ezio Greggio tanti anni fa: è lui o non è lui? Quello che non si dice è che sono proprio le anomalie del bosone misurato, le sue caratteristiche che scartano dalla previsione, che potrebbero aprire la strada alla comprensione di una parte di quel mondo ancora ignoto perché “oscuro”, cioè non interagente con nulla.

“Le osservazioni di oggi ci indicano la strada da seguire in futuro. C’è ancora molto da fare per capire i dettagli dei nostri dati”, ha detto Sergio Bertolucci, direttore della ricerca del Cern. Da spiegare, in fondo, resta ancora il 96% dell’universo.

Ecco, io direi anche più del 96%. Perché non sono solo la materia e l’energia oscura che necessitano di essere comprese. Anche tanto di quel che diciamo di avere a portata di mano, compreso il nostro “bosone di Higgs”, ha bisogno di molta cura e approfondimento. Certo, ogni tanto un comunicato stampa va dato, anche per giustificare le spese enormi e mostrare di essere un passo avanti rispetto alla concorrenza. La cautela e un po’ più di attenzione a ciò che si comprende al di fuori delle sale stampa, sono però sempre benvenute, anche in quelli che, a ragione, si collocano come annunci di vere e proprie svolte nella conoscenza che abbiamo del mondo.

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