Elogio d’una macchina


La nostra macchina per l’espresso è uno degli elettrodomestici che usiamo di più, e specialmente nei momenti salienti della giornata in casa, in cui tutta la famiglia è riunita: i pasti. Ovviamente.

Lo so che sono capaci tutti di dirlo, e anzi probabilmente ciascuno ha in casa un elettrodomestico di cui è particolarmente soddisfatto e di cui probabilmente direbbe lo stesso: ma non sto esagerando e sono sincero quando affermo che la nostra macchina del caffè è speciale.

Non è una questione di bontà del caffè che produce. Che talvolta, invece, è piuttosto deludente. E nemmeno mi riferisco al fatto che funzioni senza bisogno di manutenzione, perché di quella, ordinaria e straordinaria, c’è pur sempre bisogno anche con lei.

Il fatto è che in dieci anni d’onorato servizio ha sviluppato dei tratti caratteriali umanoidi.

Intanto riconosce il caffè. All’inizio per ogni marca di caffè riuscivamo a trovare la quantità e la pressatura giusta della polvere nel filtro per ottenere un caffè almeno almeno decente. Ora non più: ha capito quale marca le piace, e con quella fa dei caffè egregi (normalmente), ma altrimenti non c’è verso: una ciofeca.

Poi, è diventata suscettibile e rancorosa quando la si fa girare con poca acqua in pancia. Fino a qualche tempo fa, finita l’acqua durante l’erogazione del caffè, ci accorgevamo di una particolare schiumosità del prodotto e di un leggero cambiamento di tono del suono della pompa, e allora intervenivamo prontamente a riempire il serbatoio e, seduta stante, il caffè riprendeva a scendere, con il bonus della schiuma residua. Ora non più: si offende quando finisce l’acqua. Non è una questione di pescaggio dei tubicini: la loro posizione è identica. E’ proprio lei che si rifiuta. Per convincerla bisogna solleticarla col vapore, parlarle un po’, chiederle scusa. E comunque il caffè che ne esce è da buttare e bisogna rifare tutto.

Non parliamo poi di quando si sveglia: è diventata una brontolona. Ronzii, sbuffi, rumorini vari, tutto sommato né fastidiosi né preoccupanti, ma certo piccoli lamenti di chi cerca di affermare il proprio protagonismo.

E per darci un buon caffè richiede attenzione. Vuole sì il suo caffè, quello macinato 10. Ma vuole anche scaldarsi il giusto, né troppo poco né troppo; vuole che il filtro sia inserito all’ultimo (questo, in realtà, fin dall’inizio), ben pulito e con i forellini tutti liberi; che il contenuto di polvere di caffè sia una quantità precisa, pressata quanto basta. Non eravamo abituati ad averla così schizzinosa. E’ un attimo sbagliare qualcosa. Ed è qui la cosa che ci fa sospettare: se sbagliamo qualcosa perché abbiamo perso tempo a causa dei bambini, o siamo sovrappensiero perché stiamo parlando di loro, o ci hanno distratto, ecco, lei chiude un occhio. Un occhio: per modo di dire, ovviamente. E magari non eccelsa, ma non ne esce una roba imbevibile. Ma se i bambini non c’entrano… inchiostro, per colore e sapore.

Non vi sembra che sia il comportamento di una zia un po’ bisbetica con cui condividiamo i momenti più belli, tutti insieme, della giornata? Io spero che questo suo acquisire una personalità non significhi che sta invecchiando troppo. Anzi, sono curioso di vedere come si svilupperanno le sue pignolerie, le sue spigolosità, ma anche la sua generosità. Perché, va detto, quando è in forma, quando l’abbiamo trattata bene e lei ne è soddisfatta, ci regala un caffè che ripaga tutto lo sforzo che ci chiede.

Ecco: oggi le parlerò e le dirò che ho scritto di lei sul mio blog. Le leggerò queste righe nella speranza che senta in qualche modo l’affetto che abbiamo per lei. In realtà non è che glielo dimostriamo molto: ma come si fa, con un elettrodomestico, anzi, un’elettrodomestica? Non siamo attrezzati! O non dovrei leggerglielo, questo post? Secondo me, se non glielo leggo io, ci penserà comunque il mio portatile. Certo, perché io sono convinto che comunichino. Infatti, anche il mio portatile ha acquisito una personalità. Ma questa, dai, è un’altra storia.

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