Vista dall’inizio di un percorso


Devo essere sincero: quando ho iscritto i miei bimbi al nido, l’anno scorso, avevo in mente solo la possibilità per me e mia moglie di lavorare, sapendo che i bambini erano in un ambiente sicuro e vagamente educativo. Perché non avevo idea di cosa fosse un nido d’infanzia.

Già meno lo scorso settembre, con la materna per il più grande, forte dell’esperienza dell’anno appena passato. Sì, perché col passare delle settimane, dei mesi, e, ormai, del secondo anno di frequenza per entrambi, mi sono reso conto che il nido e la materna sono molto più di un “ambiente sicuro e vagamente educativo”.

Sono rimasto colpito dalla preparazione delle educatrici e delle insegnanti; dal loro lavoro corale, preciso e pianificato; dall’estrema attenzione sul tipo di approccio da offrire a ciascun bambino, sulla relazione da instaurare; dalla loro abitudine a documentare ogni passo del percorso del gruppo e dei singoli bambini. E, soprattutto, sono rimasto colpito nel vedere i progressi in fatto di autonomie, attenzione, curiosità, socializzazione, conoscenze… che i bambini portavano ogni giorno a casa da “scuola”.

Il nido, anche se comunale, è caro. Per le nostre finanze famigliari è stato un salasso. La materna, statale, ha pochi posti. Pur se viviamo nel ricco nord (est? ovest? centro, forse), mi rendo conto che siamo stati in qualche modo fortunati nel vedere garantiti ad entrambi i nostri figli la possibilità di frequentare una scuola che non è dell’obbligo, ma che è obbligatoria se vogliamo pensare di continuare a lavorare entrambi, noi genitori che dobbiamo pagare un mutuo, le rate dell’auto, le tasse, le utenze e provvedere a una famiglia di quattro persone. Ma ho scoperto che questa possibilità di lavorare non è il frutto più importante di questo sforzo che abbiamo fatto e stiamo facendo. Ciò che i bambini sperimentano a scuola: è questo il frutto che vale tutto lo sforzo passato, presente e futuro.

Io non lo so che differenza ci possa essere, crescendo, tra un bambino che non ha frequentato il nido e uno che lo ha frequentato, tra uno che ha avuto la possibilità di passare tre anni alla scuola dell’infanzia e uno che questa possibilità non l’ha avuta. Io, personalmente, non ho frequentato il nido, ma la materna sì; mia sorella né l’uno né l’altra (o solo parzialmente e con drammatici esiti). Ma oggi i tempi sono diversi da trentacinque anni fa. Radicalmente. Non è un paragone possibile.

Io credo che ciò che viene negato ai bambini che non possono frequentare (per motivi economici o di posti disponibili, solitamente) questi primi anni di scuola potrebbe essere recuperato in famiglia, grazie all’attenzione, alla presenza, al quotidiano tessere relazioni dei genitori. Non so in quante famiglie questo oggi sia nemmeno lontanamente pensabile.

Allora, chi si mette a pontificare su chi “primeggia”, se il nord o il sud in italiano e matematica, leggendo i risultati dei test INVALSI, provi prima a riflettere sulle opportunità che, fin dai primi mesi di vita, i figli del nord e del sud hanno in questo Paese. Provi a ragionare, se possibile, sullo stato dei servizi scolastici, dei supporti che hanno le famiglie. E sul perché, certo, su dove vengano usati i soldi, sul come. Invochi la formazione degli insegnanti, e la possibilità che gli insegnanti accedano a una formazione che continuamente permetta loro di crescere al pari con i loro alunni. Ma pensi anche che se non ci sono asili, non ci sono educatori, se non ci sono scuole materne non ci sono insegnanti da formare. Ma ci sono bambini che perdono, che partono in svantaggio. E mediti un po’ su quale situazione sociale i bambini, quelli che vanno a scuola, quelli che fanno i test INVALSI, trovano una volta usciti dalle aule, sempre prima nell’arco della giornata, sempre prima nell’arco della loro vita. Ricordi, per favore, chi ha investito sulla scuola italiana, e chi invece ne ha tagliato i finanziamenti; chi ha cercato di riformarla con un piano strategico e chi, invece, con un piano di risparmio.

Non credo ci sia da vantarsi su chi “primeggia”. Il vanto potrebbe essere di accogliere il 100% delle domande, di portare al termine del percorso scolastico il 100% degli studenti: su questo sarei prontissimo a riconoscere il merito a chiunque, verdi, gialli o rossi. Ma queste sono cose che non fanno notizia, forse proprio perché non succedono. Poi si può ragionare sull’inno di Mameli, sulle abilità di base, sulle materie, la didattica, la preparazione degli studenti: quando si parte dall’idea che è la scuola, fin dall’inizio, a fare il Paese, a costruire integrazione, a sostenere e a collaborare con le famiglie, si finisce a lavorare con intelligenza per il bene di tutti.

Con intelligenza. Senza, c’è poco da fare. Forse solo gongolarsi per due punti in più nelle graduatorie INVALSI.

Un commento

  1. Scusa, Alle, non riesco proprio a “commentare” nel senso di provare a dialogare con questa nota intessuta di passione umana, consapevolezza civile e molto altro. Però lo condivido sul mio FB, con consapevolezza e orgoglio. (come spesso faccio, peraltro, e nemmeno tutte le volte che dovrei!). Hai visto il mio fiore, ieri?

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