Dichiarazione spontanea


Signore e signori, onde evitare illazioni prive di fondamento e ricostruzioni lacunose dei fatti, mi accingo a fornire l’unica versione originale e corretta dei fatti. Come si vedrà, al sottoscritto non potrà essere imputata alcuna colpa di quanto è accaduto.

Parliamo dunque di domenica sera. Al rientro intorno alle ore 22 da una piacevole serata in compagnia di amici in località amena tra le colline della vallata a fianco, il sottoscritto si ricorda che l’altra autovettura utilizzata quotidianamente e parcheggiata davanti a casa è in riserva di carburante e che saggezza vorrebbe che si approfittasse degli sconti fine settimana, ancora attivi per meno di due ore.

Entra in casa alquanto appesantito da un piccolo orsetto russante di quasi diciotto chili e dai vari zainetti, borse, borselli, deposita il suo incosciente carico, ne elimina l’abbigliamento superfluo al sonno, lo copre e si reca in cucina a svolgere l’altra operazione fondamentale della domenica sera: il conferimento della frazione organica e dell’indifferenziato ai bidoncini condominiali all’ingresso dello stradello di accesso al condominio.

L’ardito progetto prevede una singola uscita: deposito spazzatura e rifornimento carburante.

La stanchezza della giornata pesa: la domenica è stata una lunga sequenza di viaggi. Inizialmente in città (arrivo ore 8.15) a recuperare le chiavi dell’appartamento materno, in cui cugini stranieri hanno abitato nell’ultima settimana e da cui sono appunto ripartiti. Poi nei monti per la sagra di Sant’Anna. Quivi pranzo luculliano a base di pasta ai funghi, salamini e porchetta, caffè “delicato”. Poi a casa per una sosta tecnica, con fermata anticolpodisonno lungo la strada per un caffè “meno delicato” e doppio. Un momento in cucina per preparare una pasta fredda (uscita ovviamente già fredda dallo scolapasta) e via di nuovo verso la vallata a fianco per la già citata cena tra amici.

In queste condizioni, senza pisolini sulle spalle e con tutto il bendidio sullo stomaco, il sottoscritto si accinge alla prima operazione veramente pericolosa della giornata: il recupero del sacchetto dell’organico dal suo scatolotto marrone. Dicesi il sacchetto, ma intendonsi i sacchetti, uno dentro l’altro, in quanto già al momento della posa ci si era accorti di una imperfetta saldatura del fondo. Manco a farlo apposta, anche il secondo era forato in fondo. Si aggiunga che entrambi i sacchetti straripavano di bucce di melone, ritagli di melanzane pomodori bucce d’arancia: tutta roba voluminosa e liquamosa. Qualche composta imprecazione interiore viene alla mente nel momento in cui il sottoscritto si accorge di dover: 1) suddividere il contenuto del doppio sacchetto in due nuovi sacchetti, per questioni di volume; 2)  pulire sottolavello e davantiallavello e 3) di avere una nuova, ottima ragione per fare una doccia.

Dopo aver passato abbondanti strappi di scottex sul pavimento inondato di sughi fuorusciti, e aver gettato (nell’indifferenziato, per qualche strana ragione) detti strappi maleodoranti, con i sacchetti in mano e, nella stessa mano, anche le chiavi di casa e dell’auto da rifornire, il sottoscritto si prepara quindi ad uscire.

Perché “nella stessa mano”? Ecco, qui è opportuna una lista di motivi:

  1. nella stessa mano, la sinistra, perché la destra, quella del saluto, deve essere pronta agli eventuali, per quanto improbabili, incontri di personalità lungo il tragitto con il massimo nitore e la più agevole stretta;
  2. nella stessa mano, la sinistra, perché la destra, non particolarmente abituata, ha il suo turno apertura porte e pressamento bottoni apriporta, turno che detta mano si offenderebbe a dover saltare;
  3. nella stessa mano, la sinistra, perché il posizionamento dei bidoncini è tale da rendere molto più rapida l’apertura con la destra e lo sgancio con la sinistra;
  4. nella stessa mano, la sinistra, perché le tasche dei pantaloni non sono eccezionalmente abbastanza capienti per i tre sacchetti (si ricordino, due di organico e uno di indifferenziato) e non abbastanza sostenute in vita per i due massivi mazzi di chiavi (casa e auto).

Il sottoscritto quindi si avvia e compie le seguenti operazioni.

  1. Apre (con la mano destra) il primo bidoncino dell’organico, vi trova sufficiente spazio, vi deposita i due sacchetti pertinenti rovesciando (con la mano sinistra) il sacchetto di servizio nel quale li aveva riuniti per timore di ulteriore rilascio di liquami;
  2. chiude (con la mano destra) il primo bidoncino dell’organico e apre (con la mano destra) il primo bidoncino dell’indifferenziato, trovandolo troppo pieno;
  3. chiude (con la mano destra) il primo bidoncino dell’indifferenziato e apre il secondo (sempre con la mano destra), trovandovi spazio sufficiente per il sacchetto nero che quivi deposita (con la mano sinistra);
  4. si volta per uscire dal cortile, accorgendosi di avere in mano solo uno dei due massivi mazzi di chiavi, quello di casa.

Per non tediare nessuno la farò breve. Trovandosi il deposito dei bidoncini in luogo totalmente oscuro (tanto che il sottoscritto confessa di non aver dubbi di aver confuso qualche volta il bidoncino blu e quello nero, di uguali dimensioni), il sottoscritto inizia a spostare i due candidati (il primo organico e il secondo indifferenziato) verso la luce, ma l’operazione, per quanto svolta con grande discrezione e agilità, non ha successo: in nessuno dei due bidoncini si avvista la minima forma del mazzo di chiavi mancante. Prova quindi a tastare il suolo alla ricerca di un portachiavi, trovando però solo erbe spinose che vegetano normalmente sopra i 2500 m di altitudine e nel suddetto deposito dei bidoncini. Sono appena state descritte operazioni che hanno comportato una certa quantità di improperi, principalmente rivolti nei propri stessi confronti, da parte del sottoscritto. Tuttavia, il tono di voce di tali ingiurie è sempre stato rispettoso della quiete e del riposo dei condomini.

Visto che alle 23:00 ormai tutte le tapparelle del condominio sono abbassate, si fa strada un’idea: abbiamo una torcia? avevamo una torcia… Ma la coniuge è assai meno certa, estrae una torcia ricaricabile di emergenza che deve, ovviamente, essere ricaricata; fornisce però il sottoscritto di una candelina da tè e un accendino tipo “bic”, con tanti auguri.

Questo porta il sottoscritto a rischiare la vita: per le vampate dei biogas all’interno dei bidoncini, per le ustioni dovute alla temperatura raggiunta dall’accendino dopo una ventina di secondi di accensione consecutiva; per la epilazione causata dall’abbondante bagno di cera su braccia e mani; per il pericolo di incenerimento del pattume; per le pene corporali inflitte solitamente dagli scherani di Montagna2000 a chi getta cera nel cassonetto sbagliato (visto che sicuramente è stata versata in due diversi). Esito sconfortante: delle chiavi nessun segno.

A questo punto la ricerca è sospesa: il sottoscritto si cambia e lava, prende un’altra mezza dozzina di mazzi di chiavi, l’altra auto, quella a cui il rifornimento era già stato fatto, e si reca di nuovo in città, all’appartamento avito, per recuperare la copia della chiave perduta (appartenente, è bene specificarlo, alla Fiesta dalla mamma, presa in prestito perché non era possibile prestare solo il climatizzatore da installare nella Punto a metano, l’utilitaria di casa, che ne è priva), torna a casa, estrae detta Punto dal garage e vi infila la Fiesta le cui chiavi giacciono da qualche parte in balia di orde di razziatori.

Infine va a dormire. Per poi alzarsi verso le 6:30 e riprendere le ricerche speleologiche alla luce del sole e prima che arrivi il veicolo adibito alla raccolta. Basta un secondo, ed eccole là, in fondo al secondo bidoncino dell’indifferenziato. Il sottoscritto svuota il bidoncino, che durante la notte ha assunto dimensioni spropositate, soprattutto quella verticale, tanto che infine deve tuffarsi al suo interno, col rischio di rimanere a gambe all’aria e testa nel posto meno morbido dove mettere il naso, ma l’agilità è ancora dalla sua parte e porta a termine il compito con un sorriso trionfale.

Tale buonumore lo manifesta anche nel ripristinare i sacchetti estratti e, addirittura, nell’esporre sulla pubblica via i bidoncini condominiali, crepi l’avarizia.

Ecco, così sono andate le cose, e mi riservo di adire le vie legali contro chi sosterrà il contrario. Tiè.

Se c’è una lezione che ho imparato da questa vicenda che è stata a lieto fine, ma avrebbe potuto finire in tragedia, con il sottoscritto triturato insieme all’indifferenziato (nonostante egli sia decisamente organico), è che le candeline da tè non servono a niente.

2 commenti

  1. “La versione di Barney” era un po’ meno articolata… 🙂 Ho condiviso la tua angoscia come pure il sollievo per le chiavi ritrovate. Caspita! Era questo che intendeva Stephen King per “thriller della quotidianità”?

    1. Per quanto riguarda King, non saprei, mi auguro solo che quotidianità sia inteso come modo e non come frequenza, perché una roba del genere ogni giorno e finisco presto rimbambito come Barney.

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