Libertà di ricerca


Ringrazio A’kos per lo spunto interessante.

Immaginiamo che a qualcuno, un ricercatore, venga in mente che il sale da cucina possa essere un rimedio per una importante malattia, diciamo l’epatite virale. Magari è ammalato lui stesso e prova a somministrarsi sale da cucina. E nota miglioramenti.

La cosa che vorrebbe fare è, essendo un ricercatore, non tanto andare a dare sale da cucina a tutti gli ammalati di epatite, ma provare a verificare scientificamente se quello che ha provato su se stesso è un puro effetto psicologico, se ha ragioni organiche ma individuali o se invece il cloruro di sodio effettivamente ha un effetto terapeutico che può essere utilizzato clinicamente.

Essendo il sale da cucina un prodotto chimico di classe alimentare e un costituente essenziale della dieta sembrerebbe giusto far partire la ricerca direttamente in vivo e sugli umani, per risparmiare tempo e soldi. Ma ci sono molte strade per fare ricerca, tutte interessanti e che possono aiutare a capire meglio non solo se la molecola individuata sia utile, ma anche perché e come.

Non sono esperto di ricerche in campo farmacologico e clinico, ma credo di poter dire che la fase finale sia quella in cui una istituzione dà la propria disponibilità per la sperimentazione e ad alcuni pazienti somministra la molecola indicata, mentre ad altri solo cure tradizionali e poi si confrontano i risultati.

Servono soldi, per una sperimentazione efficace. Chi sponsorizza è solitamente la casa farmaceutica che ha già brevettato la molecola che vuole testare e che spera tanto che gli investimenti compiuti si traducano in una prova di efficacia e quindi una possibile commercializzazione del prodotto.

Ma cosa succede se la molecola è il cloruro di sodio? O l’aspirina, o l’acido citrico, il bicarbonato, l’arginina… cioè composti che non possono essere brevettati perché sono naturali o il loro brevetto è già scaduto da tempo? Provate un po’ a immaginare chi può voler sponsorizzare ricerche del genere.

Solo un servizio sanitario nazionale può essere interessato a trovare farmaci non brevettabili. Solo le università possono svolgere ricerche del genere. Il primo perché terapie non brevettabili uniscono il risparmio sociale ed economico di una terapia efficace al risparmio economico di farmaci a basso costo da rimborsare ai cittadini. Le seconde perché non sono interessate a lucrare sulle proprie scoperte, ma solo a renderle pubbliche.

Vale la pena pensarci, mi pare.

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