Presentazioni e lezioni


Girovagando su Brainpickings.org mi sono imbattuto in una recensione che vi risparmio, ma a cui corredo è offerta una piccola animazione che riguarda “Cinque cose che ogni presentatore dovrebbe sapere sulla gente”.

Ora, per me “presenter” non è particolarmente affine a “insegnante”. Eppure, sapendo che altrove nel mondo le lezioni scolastiche fanno largo uso di strumenti più o meno tecnologici di presentazione, mi sono soffermato a leggere e visualizzare. In effetti si tratta di cinque consigli di buonsenso che, da insegnante, ho avuto modo di verificare di persona.

Li posto, quindi, commentandoli, sottolineando, oltre che i cinque punti stessi, anche l’interrogativo su quanto “insegnante” e “presentatore” siano effettivamente figure vicine.

  1. Si impara meglio in blocchi di 20 minuti. Gli adolescenti anche meno. Per questo mi sono spesso chiesto come suddividere strutturalmente il lavoro d’aula in unità di attenzione, anche se non sono ancora riuscito a darmi una risposta convincente.
  2. I canali sensoriali competono tra loro. Non so come funzioni con strumenti più tecnologicamente avanzati di una lavagna, perché non ho mai avuto occasione di usarli quotidianamente. Ma mi è evidente che l’attenzione a, e la copiatura di ciò che si presenta visivamente sulla superficie nera (sperando che sia nera e non verde o bianca) ha, per la maggior parte degli studenti, priorità assoluta rispetto a qualunque commento l’insegnante possa fare nel frattempo. Il parlato spesso soccombe ad altri canali sensoriali. E quei piccoli dettagli che non sono sul libro e che desideriamo ardentemente che i nostri studenti ricordino in mezzo alle lavagnate di informazioni?
  3. Ciò che dici è solo una parte della tua presentazione. Anche il come, evidentemente. Il tono, l’enfasi su alcune parti e la velocità su altre. Questa è abbastanza evidente, no? Eppure personalmente mi dimentico spesso del linguaggio non verbale e dei contenuti non espressi verbalmente nella comunicazione verbale.
  4. Se vuoi che gli uditori agiscano, devi chiamarli all’azione. Questo non è quasi mai un problema. Il problema è chiamarli all’azione in modo che sappiano esattamente cosa devono fare e come. E, ancor di più, che capiscano che l’azione, l’esercizio, lo studio, l’approfondimento sono condizioni necessarie per poter procedere. Non è tanto chiamarli all’azione, ma chiamarli in modo efficace.
  5. Gli uditori imitano le tue emozioni e sentono i tuoi sentimenti. E questa è, credo, la chiave di tutto. Difficile emozionare con un’equazione. Eppure deve essere possibile, deve esserci un modo per far avvertire la sfida intellettuale, linguistica, logica, storica che anche una semplice equazione può rappresentare. Non mi pare un problema di poco conto, nella scuola. Più avanti l’apprendimento è orientato all’utilità pratica delle nozioni o delle abilità acquisite. Ma prima, l’appello alle emozioni e ai sentimenti è, credo, cruciale per offrire motivazioni ad un apprendimento attivo in prima persona.

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