Nastri e memorie


Nel cassetto più in basso del mobile del soggiorno c’era un mangianastri. Rettangolare, con un solo pulsante nero e lungo che non andava premuto ma si poteva spostare in alto, e ci rimaneva, oppure lateralmente, ma non vi si bloccava; poi il cassettino di plastica grigia trasparente, un vestitino di similpelle dotato di cinghiette per il trasporto a mano o a tracolla, tutto bucherellato nella metà da cui usciva il suono. E c’era un auricolare, uno solo, che assomigliava più a uno strumento da medico che a un oggetto per ascoltare senza disturbare.

Dentro c’era un nastro BASF. Lo ricordo perché era una parola che non conoscevo. Ma non c’erano le pile. E questo ha continuato ad alimentare la mia curiosità, visita dopo visita in quel cassetto pieno di tante altre meraviglie: pellicole, penne stilografiche, buste e scatole.

Ogni volta che aprivo, che mettevo le mani in quel cassettone, mia mamma non tardava ad allontanarmene. Come se fosse stato collegato ad un allarme. E ogni volta ritornavo, per osservare, toccare, spostare quelle meraviglie, soprattutto il mangianastri.

In casa avevamo un giradischi e tantissimi dischi, soprattutto di musica lirica e sinfonica. Non ricordo chi li ascoltasse, né quando. So che fin da quando fui portato al cinema a vedere Fantasia, ed ero molto piccolo, il giradischi veniva fatto suonare per me, che mi lasciavo assorbire dalla Pastorale prima, poi dal primo concerto per pianoforte di Ciaikovski, dalla marcia di Radetzky o chissà che altro.

Non so quando concepii il fatto che il mangianastri poteva funzionare allo stesso modo, ma dove volevo io e con la musica che sceglievo io, senza timore di rovinare la puntina. Fu però in prossimità di un compleanno, o forse della prima comunione, visto che ottenni l’uso del registratore e una visita in un negozio di musica per scegliere qualche cassetta per me.

Era un negozio speciale, quello in cui mio padre ci portò. In realtà non ricordo se venne anche lui, ma se non venne certamente chiamò il titolare, il maestro Gavarini, preannunciando la nostra visita. In via Trento, vicino alla Stazione, ora non saprei dire esattamente a che altezza, se dove ora c’è l’albergo o poco prima, e non so nemmeno come mio padre lo conoscesse, il maestro Gavarini. Un tenore, diceva, un tenore bravissimo, che cantava le opere più difficili. Un signore anziano, un nonno alto e imponente, ma sorridente: fu lui a mostrarmi la rastrelliera delle cassette, lasciandomi solo per chiaccherare con mia mamma intanto che decidevo, che sceglievo.

Credo che furono due o tre le cassette che mia mamma mi comprò quel giorno. Ne ricordo una sola, con il bordo giallo e il volto di un vecchio Rubinstein ritratto sicuramente nell’atto di suonare ciò che la cassetta conteneva, il quinto concerto per pianoforte di Beethoven.

E lo ascoltai in camera, in sala, con l’auricolare o senza, di pomeriggio e di sera, sul tanto desiderato mangianastri, per molto tempo.

Col passare degli anni il mangianastri scomparve, sostituito da altri strumenti, più moderni e fedeli. Ma le cassette rimasero a lungo. E crebbero di numero.

Mio padre viaggiava per lavoro; non spesso, ma anche all’estero. L’aeroporto era il posto in cui si ricordava dei miei nastri, chissà perché, e mi portava sempre a casa qualche cassetta nuova. Dall’Inghilterra Elgar, o la Missa Papae Marcelli eseguita dai Tallis Scholars. Dalla Germania, a rate, le nove sinfonie di Beethoven, o Mozart. Dal Belgio cioccolatini, ma fu una festa ugualmente.

Poi imparai a duplicare su nastro i dischi che riposavano di fianco allo stereo, e anche questo contribuì ad espandere la collezione.

Tutto finì improvvisamente l’anno in cui mi sposai, lasciando lo stereo a casa dei miei, e in cui cambiando auto scoprii solo troppo tardi che aveva solo il lettore CD.

Oggi mi è capitato di ascoltare due note dell'”Imperatore”. Ogni tanto succede, è musica nota, ma non so perché proprio oggi ascoltandola il libro della memoria si è aperto sull’immagine di quella copertina gialla, su Rubinstein, sul maestro Gavarini e il mangianastri.

E così ho cercato un po’ su internet. Ho scoperto che aveva ragione lui, il babbo: il maestro Gavarini era davvero il tenore delle opere difficili. E chi avesse voglia di ascoltare un po’ di Gluck, ne può sentire la voce nei panni di Admeto, con Alceste interpretata da Maria Callas, in una rappresentazione alla Scala del ’54. (In realtà Admeto entra in scena a metà del secondo atto… così, giusto per avvisare).

Ecco, no, non volevo andare a parare da nessuna parte. Mi fermo qui. Forse con l’unico scopo di preservare una memoria, di raccontarmela di nuovo per sentire, momento dopo momento, la musica che emozioni ormai remote ancora sono capaci di far risonare. E per leggere, sotto sotto, il tocco nascosto dei miei genitori, di mio padre, l’orchestratore di questa storia.

Un commento

  1. Francesco · · Rispondi

    Chapeau.

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