Ritrovare la bussola


Ieri pomeriggio primo giro post-legale e doposcuola con i bambini.

Andiamo a trovare il nonno, il cui compleanno ricorreva. Poi un salto al Parco Ducale, al tramonto.

Il Parco Ducale è un luogo in cui da almeno un anno non tornavano, il che equivale a dire che non c’erano mai stati.

Piaciute molto le statue, le foglie cadute (raccolte un sacchetto, tra platano e ippocastano), il laghetto con {i cigni, le papere} (vi sono evidentemente due scuole di pensiero), e i misteriosissimi “grilli” (“motociclette per bimbi!”). Il gradimento, lo specifico, si misura in etti di domande: in questo caso mezzo chilo cadauno.

I bimbi hanno anche gradito (un altro mezzo chilo di “perché?”, sempre cadauno) sapere che quello era il luogo in cui da piccolo andavo con lo zio Narciso (ed effettivamente è stato difficile far capire che in famiglia io avevo un babbo e uno zio provvisti dello stesso impegnativo nome, mentre per me è stato scioccante pensare che probabilmente mio zio sarebbe stato oggi arrestato dalla solerte polizia municipale qualora colto con un bimbo sulla canna senza seggiolino omologato elmo antinfortunistico liberatoria di entrambi i genitori), e che quivi sempre mi divertivo con cotali tricicli a catena.

Quando l’assideramento ha iniziato a manifestarsi, abbiamo preso l’auto per tornare verso casa, era ormai il crepuscolo.

Ed è stato in questo momento che, ciascuno a proprio modo e, forse, adeguatamente rispetto alle età, ci siamo trovati a stupirci della sovrabbondanza di bellezza che i quattro punti cardinali ci regalavano.

Il Nord, dalle nostre parti solitamente assai noioso, svelava lì, tra il cielo blu e lo strato violaceo della foschia qualche timido tocco di bianco, il Monte Baldo, credo, che solo quella particolare limpidezza dell’aria che segue a giorni di pesanti piogge può manifestare.

A Est, una grande, luminosa, nettissima bianca luna si stagliava tra il moderno palazzo a specchi dell’Autorità e l’illuminazione blu di viale Piacenza, in un cielo indaco sempre più scuro.

A Sud, il profilo nerastro delle colline contro un cielo terso e, in lontananza, le vette dell’Appennino reggiano, innevate e quasi sottolineate (o meglio, sopralineate) dalla sosta di gonfie, piccole nubi che giocavano a specchiare il proprio candore sulle cime più alte.

E a Ovest, i rimasugli del tramonto. Sottili linee di nuvole rosa, rosse, fucsia su uno sfondo arancione.

Così, tra vivi e morti, tra foglie cadute e statue, tra terra e cielo, tra oscurità e colori, tra ricordi e domande, ci siamo trovati a casa, al caldo, con la mamma che ci aspettava per un bagnetto e la cena.

Forse è proprio così che si ritrova la bussola, anche senza il bisogno di perderla.

Un commento

  1. […] poi, pochi mesi dopo, arrivò Edith. Fu lo zio Narciso (sì, quello della bicicletta, appunto) a volersi liberare della sua Punto 55 SX che deteneva dal 1997 e che in dodici anni aveva […]

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