Libertà


Fonti del Clitunno, Umbria, 2009.

Cara mamma,

Zoe dorme e approfitto di questo momento di quiete per scriverti quel che ho scoperto in queste ore.

Non so quando sia iniziata la mia sete di libertà. Forse da quando mi sono accorta del valore che tu e papà davate a questa parola, in ogni vostra scelta, e contemporaneamente a quanto poco valore le assegnavate quando ero io a pronunciarla.

Vi ho sbattuto in faccia la mia libertà e ne ho sempre pagato le conseguenze. I miei primi amori, le mie scelte scolastiche, il mio tempo libero: anche quando decidevo ciò che mi consigliavate voi, non ho mai mancato di farvi sapere, spesso con rabbia, più spesso con l’orgoglio di poter opporre alle vostre ricette la mia certezza, che le mie motivazioni erano lontane anni luce dalle vostre. E ho pagato prima di tutto con la distanza che vedevo crescere tra noi, e che volevo fosse il segno del mio essere diversa da voi, del mio essere un’altra cosa, del voler pensionare i vostri valori perché ne avevo dei migliori.

Quando sono uscita di casa mi avete detto che sarei tornata. Non è stato così, ed è giusto. Quando ho lasciato l’università e mi sono dedicata completamente al lavoro in cooperativa, quel lavoro che non avete mai approvato né capito, mi avete comunicato tutta la vostra delusione. La mia, se c’era, era nascosta dall’ebbrezza di potermi gestire da sola, di pagarmi l’affitto e condurre la vita che volevo senza dover rendere conto a nessuno.

Ho smesso di raccontarvi le cose importanti, non ce n’era più bisogno. Quando sono rimasta incinta sono venuta da voi perché non sapevo se essere felice o disperata. Avete scelto la seconda. Non avete capito perché non volevo dirvi chi è il padre, perché non l’ho detto nemmeno a lui e non lo farò. Non l’avete capito, e di fronte a questa mia scelta mi avete proposto di non farla nascere, poi di farla nascere e di affidarla ad altri. Tutti sembravano dire che non ero in grado di amare mia figlia. E per questo ho deciso di tenerla, e di tenerla con me, che fosse mia figlia, che la crescessi insegnandole la libertà che a me era sempre stata resa così difficile, così cara.

Ho fatto tanti errori, ma di molte scelte sono contenta e le rifarei. Credo di avere imparato a usarla, la mia libertà.

Ma la sera di cinque giorni fa, quando mi è stata consegnata Zoe appena uscita dal mio corpo, ho capito che avevo scelto bene, anche se per il motivo sbagliato. Poi vi ho visti entrare nella mia stanza d’ospedale e tu hai detto, quasi per giustificarti: “siamo venuti ad abbracciare la nostra nipotina”, e il papà ha aggiunto “e la nostra bambina che è diventata grande”. Quella sera qualcosa è cambiato. Sono stata felice, come non lo ero stata mai.

Quella notte l’ho allattata piangendo. Quella notte ho capito che le uniche cose che non ho scelto nella mia vita, la vostra presenza e la presenza di Zoe, le uniche cose di fronte alle quali la mia volontà e la mia libertà erano impotenti, quelle catene che mi legano qualunque sia la mia scelta, quelle erano, sono le cose a cui tengo di più al mondo.

Grazie di essere venuta, grazie per aver compreso, come me e prima di me.

Tua figlia, V.

PS: non ho scritto al papà, ma ringrazia anche lui, per favore. Venirmi a trovare non dev’essere stato facile nemmeno per lui.

2 commenti

  1. A parte farmi piangere mentre sto mangiando cous cous davanti al computer dell’ufficio, che non è stato molto gentile da parte tua (scherzo, ma piangere ho pianto sì), questo post capita a fagiolo per alcune cose che stanno succedendo a casa nostra.
    Quindi grazie. Ma l’hai scritto tu?
    Rita

    PS 1 – no, le mie figlie non sono incinte (non credo, perlomeno)
    PS 2 – ho in sospeso un pensiero sulla storia e il voto per il restyling, ma in queste settimane proprio non ce la faccio….scusa. Tu continua a scrivere, che a leggere ci riesco!

    1. Ecco, suppongo che le lacrime siano dovute alla scarsa qualità del cus cus. E certo che l’ho scritto io… Ogni tanto ci vuole anche un po’ di fiction, no? 🙂

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