Scuole performanti


Io ho fatto la maturità cantando “Notti magiche”. E’ passato qualche anno, ma ancora oggi mi trovo a scoprire, e scoprire nel senso che si tratta di cose nuove, motivi di debito nei confronti della mia esperienza scolastica.

Mi capita spesso di tornare con la memoria ai giorni della scuola elementare (meno, devo ammetterlo, a quelli della media) o delle superiori, e di farmi aiutare nel leggere ciò che mi sta accadendo con analogie, categorie, conoscenze che riconosco in tali ricordi. E non so se sia un segno di vecchiaia, è possibile, ma tali occasioni non mi sembrano diradarsi, se non forse per il fatto che le esperienze nuove effettivamente sono di meno col passare del tempo.

Rileggendo oggi pomeriggio il programma di uno dei due candidati alle primarie del Centrosinistra (non voglio usare qui il suo nome, che è facile da trovare, del resto, ma non è questo l’argomento), leggo frequentemente il termine performance della scuola, inteso come qualcosa da misurare, da usare come criterio di merito e di premio.

Mi chiedo di cosa si tratti, come si possa misurare la performance di un istituto scolastico.

Perché dipende tutto dall’obiettivo che la Scuola si pone.

Se l’obiettivo è superare una certa percentuale in una serie di test standardizzati, la performance è facilissima da misurare.

Se l’obiettivo è portare tutti quanti al termine del percorso scolastico, la performance è altrettanto facile da misurare, anche se in modo radicalmente diverso dal precedente.

Se l’obiettivo è avere una piena occupazione dei diplomati a dieci anni dal termine del percorso scolastico, la performance è meno facile da misurare e soprattutto arriva dieci anni in ritardo.

Se l’obiettivo è un’esperienza scolastica che ti segna la vita, ti forma come cittadino, ti rimane dentro e ogni tanto riemerge nel tuo modo di interpretare la realtà, la performance è difficilissima da misurare e richiede un’analisi che dura quanto la vita delle persone.

Io credo che misurare in qualche modo la performance delle scuole sia un intento lodevole e, forse, un percorso inevitabilmente da intraprendere. Basta però essere consapevoli di ciò che si rischia di perdere. Eh già, perché valutazione e obiettivo sono legati a doppio filo. Non c’è solo la valutazione che viene operata sulla base degli obiettivi specificati, ma c’è anche l’adeguamento degli obiettivi alla valutazione. Se la scuola viene valutata sulla base dei risultati di un questionario, è ovvio che i percorsi che la scuola adotterà saranno quelli che porteranno alla migliore riuscita dei questionari. Il resto: mancia.

In altre parole, risulta piuttosto schizofrenico il rivendicare alla scuola un ruolo come quello che entrambi i candidati stasera al dibattito su Rai1 le assegnavano, fornire gli scaffali per le informazioni, formare alla cittadinanza, alla legalità e via dicendo cose bellissime, e poi proporre di valutare le scuole (dico la prima modalità che mi viene in mente) sulla base dei risultati che i gli alunni riportano in test a crocette  su nozioni di base delle varie materie, costringendo le scuole a orientare la didattica sulle strategie per risolvere bene tali test a crocette e sulle nozioni ivi contenute. E d’altra parte, per valutare gli obiettivi di grande portata che idealmente la scuola dovrebbe porsi sono necessari tempi lunghissimi e modalità molto flessibili, ciò che renderebbe la valutazione in sé alquanto inutile.

Come fare, allora?

A mio modestissimo avviso, il primo elemento da tenere bene a mente è la complessità. Non esiste un modo scientifico per valutare la performance della scuola. Non esiste, punto. Esistono modi diversi che pesano diversi elementi in modo diverso. Tant’è vero che ci sono diverse scuole (di pensiero) anche sull’evaluation e sull’assessment nella scuola.

Secondo, basta andare a scopiazzare a destra e a sinistra in Europa e negli States metodi che non hanno nulla a che fare con la nostra scuola e la sua tradizione. Siamo molto orgogliosi, noi Italiani, del modo in cui confezioniamo la pizza nel forno a legna, o la fontina, o altre cose che chi non è italiano considera fatte male, ma che, se fatte in modo diverso semplicemente non sono più loro stesse. Bene, è possibile che il nostro sistema scolastico sia diverso da altri senza per questo essere peggiore, anzi. Ed è possibile che questa diversità richieda diversi strumenti. Se nel mondo anglosassone sembrano convinti dell’utilità dei test “oggettivi”, mentre noi forse, casomai, eventualmente saremmo quasi convinti che nessun test sia effettivamente oggettivo e che sia molto meglio una valutazione complessiva, complessa, basata su elementi soggettivi oltre che su dati misurabili, beh? Perché non possiamo puntare i piedi e mostrarci convinti di quel che facciamo, anche se non si tratta di pizza o fontina?

In terzo luogo, smettiamo di metterci in bocca paroloni senza offrire un’idea chiara di cosa si tratti: è facile dire performance, e sicuramente si incontra il favore di tutti coloro che vogliono, finalmente e forse giustamente, promuovere il merito; ma se poi ti chiedi cosa significhi, ti accorgi che è un bluff, che lì dietro c’è tutto un mondo che semplificato non ci piace e non semplificato è incredibilmente più complesso di quanto siamo in grado di gestire senza una seria riflessione.

In quarto luogo, però, questa seria riflessione facciamola. E invece di andare a proporre riforme che penalizzano gli organi collegiali nelle scuole, costruiamo luoghi di confronto che estendano la riflessione all’intero sistema, che raccolgano le idee dal territorio e le distillino su, via via, fino al livello centrale. Io credo che questa sia l’unica strada non solo per trovare un significato condiviso all’idea di misurare la performance delle scuole, ma anche per riuscire a realizzare una qualunque, necessaria riforma complessiva del sistema scolastico.

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