Non ha fatto il militare…


E no, nemmeno io ho fatto il militare, come il pinocchio di Bennato e contrariamente al mio quasi conterraneo Leo Ortolani, che rivendica all’esperienza della naja l’aver causato una svolta nella sua vita, il passaggio all’età adulta.

Io che la naja non l’ho fatta (obiettore, obiettore!) da qualche parte anch’io il mio bravo passaggio all’età adulta devo ben averlo trovato. So già che dovrò compiere una fatica d’Ercole per individuare in che momento questa svolta sia arrivata. Possibile che io abbia girato la boa a mia insaputa (da precursore di un vasto movimento oggi molto diffuso, quello degli insaputelli)?

Leggendo il sullinkato post (lo rilinko un po’ a caso, tanto per gradire, visto che io l’ho gradito – seriamente – in modo particolare) mi sono anche ritrovato nella categorizzazione di “maschio senza scoglioni”. Forse nel mio caso il sottotipo potrebbe essere “senza né scoglioni né naja”, ma d’altra parte se mai riuscirò a individuare quand’è che sono diventato adulto, mettiamo a titolo di esempio i tre mesi di delirio a casa obiettori, suppongo che anche l’Ortolani dovrà aggiornare il suo tipo in “senza né scoglioni né Caritas”. Ma qua la faccenda si fa tecnica, e io non ho i mezzi (stavo per scrivere: gli scoglioni) per portare avanti un’analisi del genere.

Non che ci abbia mai dedicato un’attenzione pazzesca, ma, dico, un po’ inizio a preoccuparmi. Triplamente, visto che in casa ho due maschietti. Dovranno venir su anche loro senza scoglioni? Non che sia un destino tremendo: a me non dispiace la mia condizione, anzi. Però, insomma: avere un “senza” nella propria definizione ha un che di lacunoso, no?

Voglio dire: le auto non mi hanno mai interessato più di tanto; la macchina “bella” di casa (no, scusate, togliamo le virgolette, che se quella lo viene a sapere e si imbizzarrisce sono guai seri), quella con centoventi cavalli, e lo so che ce li ha perché quando vai a fare l’assicurazione online questi sono dettagli che devi sapere, maschio o femmina, la macchina bella, dicevo, la guida mia moglie; che ha sempre amato più di me le macchine sportivine (quando io avevo una station wagon, lei guidava una Civic di quelle che sembrano delle sogliole, bassa bassa che io che non sono certo un cestista mi ci potevo sedere sul tetto, larga larga, tutta schiacciata sull’asfalto – il che, in un paese in cui le strade son tutta una buca, sono bombate in mezzo per far scorrere via la pioggia, e i dissuasori di velocità autoadesivi li vendono in edicola con i gratta e vinci, non è proprio un vantaggio, diciamolo, ma questo è un altro discorso). Allora, le auto no. Se non per le questioni termodinamiche legate al ciclo Otto e al ciclo Diesel, ma non ne farei un tratto particolarmente maschio. Senza scoglioni a GPL.

Il motorino: mai avutone il permesso, mai richiestolo con sufficiente convinzione. In fondo: fregava niente. La prima volta che mi sono trovato ad usare un motorino, con divertimento, l’ammetto, fu alla soglia dei trenta su e giù per le colline di Kos (che è un’isola greca, non un mondo parallelo uscito dalla penna di Asimov), un motorino noleggiato con cui riuscii persino a prendere una multa per divieto di sosta. Il maschio non li becca i divieti di sosta, ma quandomai? Senza scoglioni pedonale.

Al maschio di solito piacciono film di un certo spessore, come gli odierni cinepanettoni a base di supergnocche e improbabili machi, tutti accomunati dall’essere, chi più chi meno, dei decerebrati. Confesso nemmeno troppo a malincuore di non aver mai visto un film con Villaggio Rambo Conan Rocky Terminator DeSicaJr; dirò di più: qualche sera fa, quando mia moglie per migliorare la sua conoscenza del cinema italiano (come, ce n’era bisogno?) ha organizzato una pubblica visione domestica di un noto film in cui Diego Abatantuono (che del resto, da Mediterraneo in avanti, mi piace molto) interpreta diversi ruoli di ultrà calcistico, un film che ho imparato ad odiare da piccolo perché tutti a scuola parlavano come questo sventurato Ras della Fossa, addirittura per interposta persona, imitando qualcuno che imitava Diego Tispiego, ebbene, dopo dieci minuti, confesso, mi sono addormentato. Una scena pietosa, ve l’assicuro. Per nulla mascolina, con gli ospiti, colleghi di mia moglie, che dopo essersi beccati il marito cuoco hanno pure visto il marito pensionabile ronfare davanti alla tivù. Senza scoglioni e per nulla eccezziunale.

Il calcio: nemmeno. Alle elementari tifavo Inter (pessima partenza, lo ammetto), perché mia mamma mi aveva fatto una cuffia a righe blu e nere. Poi sono passato, in tempi non sospetti, alla Doria, sempre su base cromatica. Poi arrivarono i Viali i Mancini i Boscov fui contento di vincere uno scudetto (e certo: l’ho vinto io!) e pensai: dove mai si possono sperimentare queste gioie con una frequenza maggiore? e mi dedicai alla Juve. Tante gioie e tanti dolori. Sono persino andato a vedere uno Juve-Real al delle Alpi, vinta ai supplementari, e la successiva Juve-Liverpool (credo uno zero a zero, ma non ne sono certo: vedete cosa intendo?) che segnò l’uscita dalla Champions (poi vinta dal Liverpool a Istanbul, quella l’ho vista in TV e gongolo ancora pensando a certe facce in tribuna, e questo vorrebbe essere un riferimento colto per voi che sicuramente siete molto più appassionati di calcio). Ma questo già in età adulta, credo. Nel senso che credo che la svolta fosse già intervenuta. Beh, ero già sposato. No, la svolta dev’essere arrivata prima. Insomma, i miei amici maschi appassionati di calcio sembrano un almanacco ambulante: ricordano risultati, marcatori, spettatori paganti, wags in tribuna e aneddotica delle ultime trenta stagioni, e, a volte, sono in grado di tirar fuori apprezzamenti sul Pro Patria del ventinove o l’Alessandria del trentasei (non ho idea, le ho sparate a caso, scusate). Io va bene se mi ricordo se la Juve quest’anno “va bene” o meno. (Sì, mi pare non vada malaccio, quest’anno; sull’anno scorso devo già fare uno sforzo). In una conversazione con i miei colleghi padri dell’asilo, se l’argomento scivola sul calcio, sono fregato: il più che riesco a dire è qualche salace commento sull’altezza di Rui Barros. Senza scoglioni e senza Gazzetta dello Sport.

Gli sport praticati: un tentativo di nuoto, abbastanza da farmi galleggiare e spostare con relativa facilità tanto in acqua dolce quanto in quella salata (che preferisco, perché per motivi di densità, ci si galleggia meglio, nota del fisico). Poi, che palle avanti e indietro! E ‘sta storia che per nuotare bisogna mettere la testa sotto, ma chi l’ha detto? Poi minibasket e basket: il basket cresceva, io rimanevo mini, almeno in altezza. Abbandono per noia dopo una stagione o due. Tennis: verificato che le palle le prendevo una sì e una no, che la racchetta in mano mia sembrava comunque una padella, abbandono per noia. Calcio, mai provato; interesse: zero. Bicicletta? E dove vado? Ci vuole una meta, no? Solo così per il gusto di andare? Ma anche no, dai. La corsa? E dove vado? Ci vuole una meta, no? Solo così per il gusto di… ah, sì, l’ho appena scritto. Palestra? Giusto il tempo di far scadere l’abbonamento mensile. Eh, lo so, dovrei, dovrei. Forse questo mese. Senza scoglioni pigro.

L’alcool. Sono andato vicino all’ubriacarmi una volta, di gutturnio. Da quasi-ubriaco (dai, un giorno questa cosa la leggeranno i miei figli, mica posso toglierlo, quel “quasi”, no?) non mi sono divertito più di quanto non mi divertissi normalmente a gradazione zero, non ho fatto nulla di diverso dal solito (ecco… il mio problema era in gioventù piuttosto l’ebbrezza analcolica) e il mattino dopo ho maledetto il gutturnio, la tazza del gabinetto (che ingrato!), il filetto di Angus, Angus chiunque egli fosse, e chi bussava per chiedere se andava tutto bene. Ce n’era abbastanza. Qui però un po’ mi salvo: l’alcool lo reggo bene (anche a causa dell’ampia massa corporea su cui l’alcool va a disperdersi) e quindi almeno il bere in compagnia non è mai stato un problema. Senza scoglioni aperitivabile.

Il luna-park: non tollero le accelerazioni verticali. Non è che vomiti o altro. Proprio non ci vado, punto e basta. Non concepisco questa cosa come divertente o emozionante. Quando imparerò a godere dell’adrenalina sprigionata nel darmi martellate sulle nocche delle mani forse considererò le montagne russe in modo diverso. I tuffi? Come Ortolani: con la scaletta. Il mare? Lido sabbioso: ci si può sempre ferire con i cocci di heineken lasciati lì da qualche macho ubriaco la sera prima, ma almeno non te le vai a cercare. E non mi si venga a dire del tuffo dove l’acqua è più blu: io l’acqua più blu l’ho sempre vista dove la sabbia era più bianca, mica dove gli scogli erano più scogliosi. Orgogliosamente senza scoglioni.

Le ragazze. Una volta sola ho fatto un po’ il macho (per fare il cretino, principalmente, ma sotto sotto per vedere di nascosto l’effetto che fa), e stava anche funzionando benone, ma proprio sul più bello optai per un’altra, con cui il machismo non era proprio necessario. Per il resto, una scala completa di picche data e ricevuta (anche data, sono stato choosy anch’io, ahimé). Non posso certo paragonarmi a certi maschi che conoscevo e conosco. Senza scoglioni tolasudolsa (questa la capiscono solo i locali).

Insomma: nelle cose che mi pare definiscano “il maschio”, pensandoci, mi trovo un attimo in difficoltà. Altroché un attimo.

Ma non è che mi senta confuso, beninteso. La mia identità sessuale credo sia abbastanza delineata, nonostante gli stereotipi cerchino di confondermi in tutti i modi.

Tanto per dire, c’era in offerta un cellulare (uno smartphone, per la precisione) rosa che costava pochissimo e non ho avuto nessun problema a farlo mio, a sfoggiarlo con orgoglio (il mio primo smartphone, bassissime emissioni) ai miei ghignanti studenti del classico, e se oggi vedo gli sguardi divertiti di chi mi sta intorno quando lo estraggo (di solito perché attacca la suoneria della Melevisione), di solito ricambio il sorriso (ma se nel contempo vedo qualcuno con in mano un i-qualcosa, plasticizzo lo schifo sul volto, così, tanto per spiazzare il mio pubblico).

Ad esempio, a me piace molto cucinare. Odio stirare, lavare i gabinetti, fare i bagnetti ai bimbi. Mi sono adattato senza problemi a cambiare i pannolini (nel senso che i salti di gioia, quelli no) e attività consimili via via che i bimbi crescono, ma l’esatta ubicazione in casa dei loro vestiti (e delle scarpe!) è e rimane per me un mistero. Probabilmente mia moglie li tiene in borsetta. A dire il vero, anche l’esatta ubicazione dei miei vestiti rimane per me un mistero. E delle mie scarpe. L’unica cosa che non è un mistero è dove sono i vestiti e le scarpe di mia moglie, quello è facile: dappertutto. Odio lo shopping, ma la spesa al supermercato non mi scompone più di tanto, e sono persino diventato bravino nello sport estremo di andare alla coop da solo con entrambi i marmocchi. Mi piace la musica, a partire da quella sinfonica (no, quella lirica no, è un’altra cosa, c’è gente che mediamente strilla troppo e non mi gusta), ma col passare del tempo e l’esposizione ho imparato ad apprezzare il rock, la pop e altre robe che passano in radio. Sul jazz sto lavorando. Hip-hop e rap per ora sono fuori dalla mia portata, non ce la posso fare. Mi piace leggere: i classici, anche i mattoni, alcuni, pochi. Joyce sì, Proust no. Non ancora, mi sono detto. A Woolf non credo arriverò mai, senza nessun rammarico. Dei contemporanei non so, devo ancora capire se esiste un criterio o se sono effettivamente onnivoro. Non credo di essere onnivoro; anche perché gli onnivori sono solitamente animali di cui non c’è molto da fidarsi (non so, orso, maiale, corvo, uomo, struzzo, dice Wikipedia, vedete un po’). Mi piace scrivere, mi piace “giocare” con il computer (giocare nel senso di smanettare, programmarmi i miei database, scrivermi il mio blogghino, sperimentare 2.0, anche se effettivamente ci sono alcuni pc games per cui ho una nostalgia che io stesso trovo inquietante); soprattutto mi piace il mio lavoro. Ho anche sviluppato una serie di allergie (graminacee a parte): a dedicare a cose di cui non mi frega nulla il poco tempo che potrei destinare alle cose che mi piace fare; a fare cose che so farmi male solo perché gli altri le fanno e sembra si divertano un casino; a parlare se non so nulla di ciò di cui si parla; a farmi confondere le idee da chi non le ha già lui o lei ben confuse; a usare più categorie mentali di quelle sufficienti (questa non è mia, neh?), ma nemmeno usarne meno di quelle necessarie; ai dualismi e ai binomi antitetici; agli stereotipi.

E che vuol dire questo? E’ da maschio? E’ da femmina? Ci sta nel ritratto del “maschio senza scoglioni”? In quella del “maschio in divieto di sosta”, o del “maschio daspo”?

Non lo so, sta certamente nel mio, di ritratto. Mi viene quasi il dubbio che le trentatré sfumature di maschio di cui parla il post di Leo Ortolani (mai sentita questa teoria, comunque, eh? secondo me te la sei inventata tu) in realtà sono di più. Parecchie di più. Ma, come dicevo sopra, qui si va sul tecnico, e io sono già impegnato a scoprire come si sfiletta il persico.

Però, la curiosità di scoprire quando è arrivata la svolta che mi ha trasformato da un bimbo grassottello in tutto questo, quella rimane. Se c’è stata. Oddio! Magari sono ancora un bimbo grassottello, sposato e con due bimbi? Panico.

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