A occhio nudo


Ieri sera abbiamo scritto le letterine a Babbo Natale.

Il maggiore mi ha sorpreso chiedendomi di inserire, come primo desideratum, un telescopio.

Al che, ovviamente, ho preteso una seconda scelta: magari Babbo Natale non ce l’ha, non è esattamente un giocattolo e gli elfi costruiscono solo giocattoli… Il risultato è stato una Ferrari radiocomandata. A questo punto non so bene cosa succederà.

La mia perplessità non è ovviamente nei confronti del telescopio: riguarda la sua capacità di giocare con un oggetto simile a quattro anni e mezzo senza disintegrarlo dopo quindici minuti, indipendentemente dalla presenza di un adulto, e, invece, con grande riguardo per la presenza costante di un altro personaggio di tre anni e mezzo, il fratello bilama, che taglia alla radice dove il primo solleva il pelo.

Ho anche provato a fare il brillante per dissuadere il piccolo astronomo con la complessità della decisione: ma vuoi un telescopio rifrattore, newtoniano, Cassegrain, come lo vuoi insomma?

“Un telescopio per guardare le stelle”. Servito.

Non servirà a nulla raccontargli di un grande astronomo nato in Danimarca il 14 dicembre di 466 anni fa, che guardava il cielo a occhio nudo, e vedeva e capiva cose che nessun altro prima di lui aveva visto e capito.

Passò una vita a guardare il cielo a occhio nudo, e le stelle visibili le conosceva benissimo. Tutto quel che vedeva lo scriveva, numeri su numeri, posizioni su posizioni, giorno per giorno. E così, guardando senza nessun telescopio scoprì che c’erano delle stelle nuove, “novae”, come le chiamò nel linguaggio scientifico del tempo. Erano troppo lontane per essere delle comete passeggere, non sembravano muoversi come si muovono le comete, e perciò dovevano essere delle stelle vere e proprie. Ma questo era un problema, perché a quel tempo si credeva che il cielo delle stelle fosse sempre uguale, che vi non potesse succedere mai nulla di nuovo. E così questo astronomo iniziò a pensare che quel che aveva visto, comunque, l’aveva visto, non si era sbagliato, e perciò doveva esserci qualcosa di sbagliato nel modo in cui si pensava fosse fatto il cielo. E così, aiutandosi con il lavoro di altri astronomi che erano vissuti prima di lui, provò a immaginare un modo diverso per descrivere il cielo, un modo alternativo in cui questo doveva essere stato costruito. Un sistema diverso, che cercava di mettere insieme il buono che avevano i punti di vista precedenti, quello antico e consolidato, che però non spiegava le “novae” e altre cosette, e quello più moderno, che però non piaceva a molti per altri motivi.

Ecco, credo che dovrò aspettare qualche anno, per potergliela spiegare almeno così. Per cui stasera lascerò perdere la storia di Tycho e continuerò a leggere di hobbit, goblin e maghi, “perché tra qualche giorno guardiamo il film”, come dice lui.

E nel frattempo, il telescopio? La Ferrari? Chissà cosa verrà in mente, a Babbo Natale…

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