Un gigowatt di credibilità


M: “Un momento… un momento Doc. Mi stai dicendo che hai costruito una macchina del tempo… con una DeLorean?”
D: “Dovendo trasformare un’automobile in una macchina del tempo perché non usare una bella automobile!? E inoltre, l’acciaio inossidabile del telaio ha permesso che il flusso… […] Vieni ti mostro come funziona. Primo, innesti i circuiti del tempo. Questo ti dice dove stai andando. Questo ti dice dove sei e questo ti dice dov’eri. Registri il tempo di destinazione su questa tastiera. […] Ecco una data importante nella storia della scienza 5 novembre 1955”.
M: “Non capisco: ma che è successo?”
D: “Fu il giorno in cui inventai il viaggio nel tempo. Me lo ricordo benissimo: stavo in piedi sul water attaccando un orologio, la porcellana era bagnata sono scivolato e ho battuto la testa sul lavandino. Quando ho ripreso i sensi ho avuto una rivelazione… una visione… un’immagine scolpita nella mente… un’immagine di questo. Questo rende possibile viaggiare nel tempo… il flusso canalizzatore”.
M: “Flusso canalizzatore?!”
D: “Mi ci sono voluti quasi 30 anni e tutto il mio patrimonio per realizzare la visione di quel giorno… […]”
M: “Questa… questa è proprio forte Doc! E’ grande! Ma funziona con la benzina normale?”
D: “Sfortunamente no! Ha bisogno di un qualcosa di un pò più vivace: plutonio”.
M: “Ah plutonio… Come plutonio!? Vuoi… vuoi dire che questo aggeggio è nucleare?”
D: “[…] No no, questo aggeggio è elettrico ma ci vuole una reazione nucleare per generare 1.21 Gigowatt di elettricità che mi serve”.

(da “Ritorno al Futuro”, sceneggiatura di Robert Zemeckis e Bob Gale)

Ve la ricordate, la scena? Questo dialogo l’ho trovato su internet, ma è facile da verificare che si tratta di una trascrizione accurata dal film. Non è un testo anonimo: ha una paternità abbastanza certa.

Eppure non credo che esista alcun individuo sano di mente che lo assumerebbe come testo scientifico di riferimento nell’ambito di ipotetiche ricerche sul viaggio nel tempo.

Doh?

Ebbene, un paio di mattine fa, era il 21, stavo ascoltando la radio, e il programma verteva, ovviamente, sulla profezia dei Maya. Ospite d’onore: Roberto Giacobbo. Sorrisi? Aspettate.

Il quale Giacobbo, inaspettatamente per quanto mi riguarda, ha mostrato un buon senso notevole nelle sue affermazioni.

Riassumo velocemente. Qualcosa del tipo: “non lasciamoci fregare dalle sette e da chi ha interessi economici in questa vicenda, venditori di rifugi anti fine del mondo o di kit di sopravvivenza; non bisogna essere sprovveduti e prendere per oro colato qualunque testo anonimo che si trova sulla rete, ma leggere le fonti originali, per capire che non si tratta di una profezia della fine del mondo, ma di una credenza, comune ai Maya e ad altre culture talvolta ancora più antiche, come gli Egizi o i pellirossa della tribù vattelapesca, di un cambiamento epocale; comunque una credenza”.

Buonsenso, no?

Dopodiché mi sono però chiesto: ma le fonti originali dei Maya, degli Egizi, dei pellirossa vattelapesca, lui, come le ha lette? E noi, come possiamo leggerle?

Non metto in dubbio la cultura del professor Giacobbo e il fatto che sia in grado di interpretare i calendari Maya tanto quanto i libri dei morti o di carpire i segreti (oralmente trasmessi? scritti su cosa?) dei nativi nordamericani. Personalmente, però, farei un po’ fatica a citarlo come esperto di questi argomenti. “Ve lo giuro: anche gli antichi Egizi! Beh, l’ha detto Giacobbo…”, capite che non suona particolarmente convincente.

Quindi immagino che, per avere accesso alle sue fonti, io dovrei passare attraverso la mediazione di qualche studioso che ha pubblicato qualcosa a riguardo. Qualche testo “non anonimo”, ma su cui l’autore si prende la responsabilità di quanto afferma. Di cui Giacobbo in trasmissione non ha comunque parlato: non ha nemmeno nominato gli autori su cui basa le sue informazioni.

Che rimangono, al di fuori del “ve lo dico io” di Giacobbo, fonti anonime.

Allora Giacobbo, se non vuole rimanere incluso nel proprio anatema sulle fonti anonime (non importa se queste non sono tratte dalla rete intesa come internet: sono comunque tratte da una rete radiofonica), deve fare appello alla propria credibilità. Garantisce lui.

E la cosa magari va anche bene, a lui o a chi lo segue regolarmente nelle sue trasmissioni. A me no, mi dispiace. Capisco che nel giornalismo ci sia quella cosa che si chiama “protezione delle fonti”, ma in questo caso non mi pare sia applicabile. E la credibilità va guadagnata. Vorrei sapere su quali documenti si basa la sua autorevolezza. E’ necessario che sia così, se si comprende il significato dell’aggettivo “scientifica” che accompagna il sostantivo “informazione” nell’intenzione del giornalista in questione.

Perché altrimenti io mi aspetto il prossimo passo. Un bel programma su Rai2, la maratona del “Plu-thon”, in cui si invita la gente a spedire sms per una “gigo-colletta”: la sua Audi elettrica (a plutonio ma non nucleare, ci mancherebbe) ha bisogno di carburante per portarlo a intervistare Ramsete II. E che caspita! Non sono mica indizi anonimi sulla rete: l’ha detto “Doc” Emmett Brown che si fa così!

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