Per chi si lavora


All’inizio della puntata di ieri di Servizio Pubblico, uno spot elettorale del 1994 in cui Silvio Berlusconi sollecitava gli elettori dicendo, più o meno: “lavoriamo per lo Stato dal primo gennaio al 28 luglio, e dal 29 luglio al 31 dicembre per noi stessi e le nostre famiglie”.

Con la qual cosa voleva mettere in evidenza come del frutto del lavoro la maggior parte viene pagata in tasse ed imposte, credo.

Diciannove anni dopo siamo ancora allo stesso punto, se non peggio.

Peggio, nel senso che probabilmente la pressione fiscale si è alzata e quindi, non so, oggi forse Berlusconi direbbe, usando la stessa metafora, che si lavora per lo Stato fino al primo settembre o più avanti.

Ma peggio anche nel senso, ed è quello che mi fornisce una dose sempre crescente di fastidio, che lo stesso tipo di metafora viene utilizzata, quello dello Stato che mette le mani in tasca, sottrae beni e risorse, a chi lavora.

Invece di spiegare perché non si riesce a tagliare gli sprechi dello Stato, si fa, ancora una volta, l’allusione al fatto che è lo Stato a sottrarre indebitamente.

Quando ti ammali, lo vuoi un ospedale che funzioni? Medici presenti? Attrezzature diagnostiche pronte e funzionanti?

I tuoi figli vuoi mandarli in scuole che stiano in piedi senza impalcature, pulite e riscaldate, ad imparare da insegnanti decenti organizzati decentemente?

Se litighi con qualcuno, vuoi trovare un sistema in grado di definire chi ha ragione in tempi rapidi? Se subisci un torto o un attacco, vuoi che il colpevole sia preso e punito?

Se cammini per la strada, vuoi che nessuno venga a minacciarti? Vuoi poter uscire di casa senza il timore che qualcuno ci entri in tua assenza e ti porti via quel che ci lasci?

Allora, caro mio, lo Stato ti serve. E quando lavori per lo Stato, lavori anche per te stesso e per la tua famiglia, per i tuoi beni, per la tua comunità locale. Anche se il ventotto luglio non è ancora passato.

Se la questione è quante tasse si pagano, credo assolutamente che se ne paghino la quantità minima per avere il funzionamento di una macchina come è quella che si ha: nessun politico ama aumentare le tasse oltre ciò che è strettamente necessario.

Uno dei due problemi è il funzionamento della macchina, gli sprechi e la corruzione. Questo sì. Ridurre non le tasse, ma gli sprechi e l’illecito nella gestione del denaro pubblico. Il che, a sua volta, molto probabilmente si traduce in risparmio e quindi in riduzione delle tasse e delle tariffe.

E l’altro è che a fronte di chi paga regolarmente, perché non può farne a meno o perché sente di doverlo fare, ci sono i parassiti che vivono in una comunità senza contribuire o contribuendo meno di quanto dovrebbero.

Allora, non stiamo a valutare fino a che punto lavoriamo per noi stessi o per lo Stato: chiediamoci invece in che percentuale lavoriamo per noi stessi come comunità, o piuttosto per chi ruba o spreca.

Questa è la differenza tra uno statista e un arruffone populista.

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Un commento

  1. Aggiungo: forse i Padri Costituenti, quando parlavano di “lavoro” come fondamento della Repubblica, non si riferivano principalmente al PIL, alla crescita o agli indicatori macroeconomici. Forse pensavano prima di tutto all’appartenenza a una nazione, alla solidarietà.

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