Si chiama professionalità


Questa mattina, mentre correvo all’asilo a raccogliere un figlio in preda alla diarrea, ho rischiato grosso io stesso accendendo la radio.

A “Radio anch’io” (e chi l’avrebbe mai detto, non si vede e non si sente quasi più) c’era il Cav.

Ho sentito solo l’ultima peristaltica battuta su Ingroia, in cui si diceva scandalizzato che un magistrato possa accumulare popolarità con le sentenze e poi spenderla in politica e poi tornare a fare il magistrato.

Personalmente non nutro simpatie per Ingroia. Soprattutto a causa di alcune sue esternazioni alla stampa di quando era ancora membro attivo della magistratura e sull’operato di alcuni suoi colleghi. Cose che hanno prestato e prestano il fianco alle critiche di cui sopra, che sono, invece, assolutamente infondate.

Ammesso che al Cavaliere l’unica popolarita che piace sia la sua propria o, in subordine, quella di chi gliela presta (ricordisi come gli piaceva la popolarità di un altro magistrato di Mani Pulite cui offrì un posto da ministro, nientemeno).

Ammesso anche che a me di quel che scandalizza o non scandalizza il Cavaliere non può fregar di meno, salvo rilevare che statisticamente quando lui si scandalizza di qualcosa io normalmente quel qualcosa lo ritrovo codificato dentro qualche principio costituzionale.

Ammesso che, colite a parte, sentire un elefante ridere del naso di un formichiere mi mette di buonumore.

Rilevo però che queste stesse critiche, soprattutto quelle relative al congedo per attività politiche e al tornare a svolgere le attività precedenti al suo termine, sono diffuse anche tra chi normalmente non indulge all’antipolitica.

E allora a queste critiche mi riferisco, perché a mio modo di vedere non hanno fondamento.

  1. Mi pare auspicabile che se decidi di darti alla politica, tu lo faccia “a termine”. Ma comunque è giusto che, se vuoi farlo solo per una parte del resto della tua vita, tu lo possa fare. O no?
  2. Se hai la fortuna del Cavaliere e sei un capitano d’industria, o anche se sei un semplice libero professionista, al termine della tua esperienza politica non hai problemi: torni a fare quel che facevi prima. E’ uno scandalo? Ma come? Con tutte le conoscenze, i favori che avrai fatto in politica, vuoi non approfittarne?
  3. Se invece sei un dipendente, che devi fare? Licenziarti, darti alla politica e poi? E se magari quel lavoro che avevi ti piace pure, hai sudato per ottenerlo, ti dispiace abbandonarlo? O ti si dà la possibilità di tornare a farlo, o in politica non scendi proprio. Oppure punti tutto sul fare favori, così poi qualcuno si ricorderà di te. Cos’è meglio?
  4. Ma un giudice! Ma un giudice è un cittadino o no? Ha o non ha gli stessi diritti di ogni altro cittadino, compreso quello dell’elettorato passivo? Quindi, appurato che un giudice può entrare in politica, che per la separazione dei poteri è bene che quando entra in politica esca temporaneamente dal corpo che esprime il potere giudiziario, che è auspicabile anche che dalla politica a un certo punto esca, che è un dipendente pubblico e che magari il suo mestiere gli piace, ha accumulato e arricchito le proprie competenze, quando cessa il mandato politico che fa? Buttiamo tutto a mare?

Quel che voglio dire è che il congedo per attività politica è un segno di civiltà e permette a tutti, indipendentemente dalla professione, di dedicare una parte della propria vita al servizio della comunità nella politica senza costringerlo a preoccuparsi di rimanerci a vita, o di uscirne in balia degli amici degli amici.

Quel che voglio dire, ancora, è che tornare o non tornare a fare il mestiere di prima non è il problema in sé. Il problema si chiama professionalità. Che c’è, o non c’è. Per un giudice come per qualunque altra categoria professionale.

Se c’è, il giudice sarà in grado di svolgere la propria attività politica e poi di tornare a fare il magistrato senza problemi, magari svolgendo mansioni diverse, d’accordo, ma sarà lui stesso a riscontrarne l’opportunità prima che glielo facciano notare.

Se non c’è, invece, che entri o non entri in politica poco importa: rimane un problema anche se rimane nel ruolo in cui si trova.

E questo vale anche per i liberi professionisti, per gli industriali, per i direttori di banca, gli operai specializzati e le casalinghe.

Non capirlo, o far finta di non capirlo, non è un buon segno.

Detto ciò, auguro ad entrambi, Ingroia e Cavaliere, tanta fortuna e professionalità nel mestiere che facevano prima.

E io mi dedico all’Imodium.

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