A caccia di una ricetta


Ricordo che mio padre, che mangiava spesso al ristorante con i clienti dell’azienda per cui lavorava, poi tornava a casa e cercava di riprodurre i piatti che aveva provato.

Non so com’erano gli originali, ma le sue copie erano generalmente degli ottimi falsi.

Nel paese in cui mi trasferii quando mi sposai, per qualche tempo comparve una pizzeria, a due minuti di strada a piedi da casa. Ovviamente la sfruttammo a dovere.

Mia moglie prendeva le pizze più inverosimili, per poi rifilarmene i tre quarti mentre io cedevo di buon grado la mia metà. Ma c’era un “modello” di pizza che difendevo con unghie, denti e posate.

Poi, piuttosto improvvisamente, la pizzeria chiuse, arrivò al suo posto un bar.

E da allora quella pizza là non l’ho più trovata. Non feci nemmeno in tempo a chiedere al pizzaiolo che roba ci metteva sopra. In realtà lo sapevo, vagamente, cosa ci metteva sopra. Ma, non trovandola altrove io poi non mi sono molto preoccupato di sperimentare in casa. O meglio, ho sperimentato in casa sulla pizza in generale, ma quella composizione particolare non ho mai più provato a recuperarla.

Fino a quando… Fino a quando, qualche settimana fa, grazie ad un’altra ricetta ho scoperto un sapore che mi ha riportato ai tempi della pizzeria a due minuti da casa. Si tratta di una roba che al supermercato trovo sotto il nome di “salsiccia Napoli”.

Ora io non ho idea se esista effettivamente una salsiccia tipo Napoli, se è proprio quella lì, se a Napoli si chiama invece salsiccia tipo Limoges o altro.

Fatto sta che, avendo trovato la salsiccia Napoli presso il locale supermercato, ho tentato il mio falso d’autore. Ci manca ancora un piccolo dettaglio, importante, ma credo di esserci riuscito.

Quindi, scusate se faccio un po’ l’Antonella Clerici della situazione, prometto che non prenderò l’abitudine, ma vi dico quel che ci va messo su questa pizza meravigliosa che sono riuscito a ricostruire quasi in ogni dettaglio.

Oltre al pomodoro e alla mozzarella, ci vuole appunto la salsiccia Napoli a fette, con il dettaglio di qualche semino di finocchio sparso qua e là, e poi le cime di rapa (o i friarielli). Io queste le ho passate con aglio e olio, e poi un goccetto di vino, giusto per appassirle un po’, prima di adagiarle sulla pizza.

Ecco, fatto.

Vi assicuro che mangiarla è stato emozionante. Sia perché un sapore che avevo molto apprezzato non è andato perduto, sia perché… beh, immaginatelo voi.

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