Bachiana #2


Ricordo chi me le ha fatte conoscere, le Toccate.

Erano anni in cui le chiavette USB ancora non c’erano, o, se c’erano io non me n’ero accorto. I supporti di memoria più diffusi erano i dischetti da 1.44 Mb, quelli da trepolliciemmezzo. Quelli che oggi qualcuno chiama “floppy”, ma che quelli come me che i primi corsi di informatica li avevano fatti con i floppy veri, quelli mollicci e grandi, non possono che indicare con il termine un po’ denigratorio di “dischetti”. (Questo è un floppy, perdiana!)

Ecco, 1.44 Mb non è proprio un formato esagerato. Gli mp3 (a parte che nemmeno quelli mi risulta che ci fossero già, o, se c’erano io non  me n’ero accorto) di oggi non ci stanno, e sono ben compressi. Figuriamoci file musicali più pesanti, come i wav.

Perciò io e alcuni amici ci scambiavamo files midi. Che suonavano un po’ come i videogiochi, e tra l’altro la resa era diversa da computer a computer, a seconda della scheda audio, dei banchi MIDI installati e via dicendo. In sostanza un file midi non contiene il suono, contiene le note e qualche indicazione sul tempo e sulle voci: poi ci pensa un programma a tradurre il tutto in musica, con le risorse della macchina su cui è eseguito.

E come si facevano questi files midi: beh, un modo era di suonare la musica su una tastiera collegata a un computer con un programma apposito, che leggeva le note eseguite e le traduceva in informazioni, nel file midi, appunto. Oppure, quel che facevo io che non avevo nessuna tastiera da collegare al computer (quella era una cosa più da musicisti), c’erano dei programmi su cui si potevano scrivere le note su un numero imprecisato di pentagrammi, ciascuno associato a un particolare banco, e quindi a un timbro, e ottenerne il file midi. Ovviamente questo secondo metodo risulta molto più artificiale del già artificiale suono del primo metodo. Perché nel primo, il computer traduce le normali imperfezioni di un’esecuzione in informazioni, e quindi si sentono le piccole accelerazioni, le piccole attese, le note sporcate, anche in una certa misura le differenze di tocco. A voler inserire queste imprecisioni manualmente sul pentagramma, invece, c’era da diventar matti: ogni nota andava ragionata e “pasticciata” in modo verosimile. Ovvio che io non facevo nulla del genere, e al suono standard e finto dei timbri aggiungevo anche un’esecuzione assolutamente meccanica, asettica, ogni nota uguale alle altre (salvo applicare qualche funzione pseudocasuale del programma che doveva rendere il tutto più realistico).

Per qualche strano motivo, era proprio Bach il compositore di classica più frequentato dai midi-atori.

E così un giorno il mio amico F, che amava “giocare” con la tecnologia, penso gli piaccia ancora, mi portò un dischetto con le Toccate.

Ricordo di aver passato giorni ad ascoltarli a volumi improponibili, talvolta cambiando anche strumento. Il piacere della forma, della costruzione, della perfezione evidentemente compensava e superava il disagio di quelle cyberesecuzioni dai timbri irritanti e dai toni disumani. A mia mamma il piacere della forma eccetera eccetera, invece, non compensava un bel niente, e si lamentava abbondantemente.

Poi, il tempo è passato, i file midi sono rimasti lì, inutilizzati per anni sul mio computer, finché oggi ho scoperto un modo per poterli riascoltare. Non tanto per le Toccate, ma per altre cose a cui avevo dedicato tempo e che mi dispiaceva perdere. E’ un server online che consente la conversione gratuita da midi a mp3 e si chiama Solmire.

Con F, invece, ci siamo rivisti domenica scorsa, e mi ha fatto molto piacere. Ci siamo trovati su strade un po’ più lontane di prima, ma la vita non è una partitura semplice, ci sono melodie che iniziano su un pentagramma e finiscono su un altro, poi ritornano, indugiano, si arrestano di colpo, finendo, o rimanendo, trasformate. E poi ci sono cose strane, come un basso continuo, che magari ti dimentichi che c’è, ma c’è, e quando è il momento giusto te ne accorgi.

E allora, forse, Bach mi piace proprio per questo: ha nelle note la complessità della vita.

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