Eliot


Un commento (uno a caso!) al post di ieri mi ha fatto tornare alla mente come è nata la mia predilezione per Thomas Stearns Eliot, nel panorama della poesia contemporanea.

A scuola, sicuramente. Avevo un’ottima insegnante di inglese, in quinta liceo, Maria Teresa P, che, immagino seguendo i programmi ministeriali (ancora esistevano), ci aveva proposto “La terra desolata” dal nostro testo antologico.

Poi, nell’ambito del consueto inquadramento biografico, aveva citato i “Four Quartets”, tra le altre opere, sottolineando il fatto che il presentare unicamente “La terra desolata” era molto riduttivo nei confronti delle tematiche toccate da Eliot nella sua opera (inclusa quella saggistica).

Il che mi aveva incuriosito. Prima di tutto perché mi ero francamente stancato di tutta la sequela di autori che svisceravano da ogni possibile punto di vista i drammi della condizione umana, la caduta delle certezze, i panorami desertici dell’anima. Come se fosse l’unica cosa degna di essere raccontata della cultura del Novecento.

Il titolo musicale dei “Quartetti” mi portò in libreria, dove ne trovai una piccola edizione con traduzione a fronte, che ancora occupa un posto di rilievo nella mia libreria personale.

Iniziai a leggerli, non capendoci molto. Poi arrivò la maturità, in cui “portavo inglese come seconda” (cioè, inglese era la seconda, possibile materia su cui speravo di essere interrogato all’orale; la prima era sempre certa, e avevo scelto italiano , la seconda dipendeva dalla benevolenza della corte, anche perché in scienze la prof, senza chiedere se l’avrei gradito, aveva pensato bene di darmi un voto più alto che in inglese, ma questa è un’altra storia), e quindi dovetti sorbirmi le desolazioni della terra di Eliot in lungo e in largo: c’era quello, in programma.

Poi, dopo l’esame, ripresi in mano il libercolo, iniziai a tradurmelo, a gustarmelo, a leggere le note, ad appassionarmi.

E a chiedermi perché.

Perché non veniva proposto nella letteratura scolastica.

Certo, la disintegrazione dell’umano faceva, e credo ancora faccia, molto figo, tra i teenager. Lo spirituale tira(va) molto meno.

Poi se la tesi è che la cultura del Novecento fa a meno di Dio, e persino di una qualunque forma di spiritualità, i Quartetti vanno nascosti bene.

E infine, credo la ragione principale, è che per proporli occorre esserci stati, là dentro. Altrimenti sono vaneggiamenti. E’ un po’ come Dante: se non senti una qualche forma di nostalgia di una qualche forma di empireo, la Commedia è solo un bell’esercizio razionale e niente più. E temo che, nel caso dei programmi di insegnamento e di chi li prepara, non sia nemmeno una questione di impronta culturale: è il cuore dei burocrati che non è fatto per le altezze e le profondità.

Ma per fortuna, qualche insegnante ancora non ha paura di provare, o anche solo di poter far provare, qualche vertigine.

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2 commenti

  1. Diario della steppa · · Rispondi

    È vero: per parlare dei “Quartetti” bisogna esserci stati, bisogna aver girovagato in un roseto, aver percepito l’odore del salmastro, immerso i piedi nell’acqua di mare e ascoltato il silenzio di una preghiera. Il mio professore al liceo ci propose “La terra desolata” e ricordo lo scetticismo di molti compagni quando comprendemmo che Eliot gridava contro l’assenza di una qualsiasi forma di spiritualità. Poi, per caso, trovai in una libreria di periferia un libro usurato, perché l’edizione risaliva a una decina d’anni prima ed era stata a lungo esposta al sole. Lessi i primi versi e rimasi un pomeriggio a riflettere sulla connessione del tempo. Poi mi sono avventurato in “Burnt Norton” e ci sono tornato molte volte, in vari momenti della mia vita. Grazie anche per questo tuo post, fa sempre piacere condividere le idee su qualcosa che si ritiene “alto” e “profondo”.

    1. Grazie a te, di nuovo. Apparentemente i Quartetti amano farsi trovare da chi non teme di sporcarsi le mani con la carta ingiallita, su bancarelle provvisorie, come “zaffiri nel fango”.

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