Di storia, biblioteche e blog


Ecco, io mi vedo un video online, il video mi provoca, ci scrivo un post in cui commento dicendo, in sostanza, che ci sono cose in una classe scolastica per cui ci sarà sempre bisogno di un insegnante, per quanto potenti e connesse siano le macchine che gli alunni hanno a disposizione.

E poi, proprio la mia connessissima e potentissima (dai, un po’ di autostima fa bene pure a lei) macchina mi porta, senza che nemmeno mi sforzi a cercare, il post dal blog di Sara R in cui in fin dei conti si respira la stessa aria (oddio, mi pare… vuoi vedere che ho capito pomi per pere?).

L’aria di biblioteca, l’aria della visita a un paesino, l’aria di una classe scolastica in cui si lavora su tutto, compresa, certo, la rete, ma non solo.

Credo che sia paradigmatico: entrambi i contributi sono online, sono post di un blog (quanto slang, eh?). Ma il cuore non è lì.

La mia prima esperienza in una biblioteca è stata a Cavalese. Eravamo in vacanza, mia mamma io e mia sorella. E la saggezza un po’ mitteleuropea di mia madre ci condusse non solo nei parchi giochi, ma anche nella biblioteca locale, a cercare Pollyanna, Piccole Donne (per mia sorella, certo), Verne, Poirot, la banda dei Cinque per me. La scoperta di questa ricchezza di storie a disposizione ancora la ricordo come un’emozione unica.

Poi nella mia città, la scoperta della Biblioteca Civica, in un edificio storico: un luogo quasi di culto, con i suoi riti. Ricordo quando dovemmo andarci, io e alcuni compagni di scuola, per un compito di punizione, per una ricerca sull’imperatore Tiberio. Trovammo Svetonio e Tacito, ci facemmo raccontare da loro, nella traduzione italiana di testi latini che probabilmente ancora non eravamo in grado di affrontare, su volumi rilegati e quasi anonimi.

Non è una questione romantica, non solo. Non sto parlando della bellezza della fatica nel trovare ciò che si cerca. La bellezza della fatica: anche no. Lo so anch’io che oggi con internet si trova tutto (tutto?) senza uscire di casa in una frazione del tempo che serve in biblioteca.

E non sto nemmeno parlando della differenza tra lo sfogliare il libro e il suo omologo elettronico. Che c’è, sicuramente, ma dai, può anche non essere così fondamentale.

No, è che la biblioteca è un antidoto alla superficialità. Devi uscire, è un atto deliberato, non sono dita che si muovono oziose su una tastiera. Devi sapere cosa stai cercando: non c’è il tasto "mi sento fortunato". Devi chiedere, devi attingere al sapere di altri, che hanno cercato e trovato prima di te. Poi puoi anche essere fortunato, trovare casualmente, anche perché ogni biblioteca ha i suoi gioielli, spesso testi di letteratura locale, messi lì in attesa che qualcuno li sfogli. Ma devi comunque prenderli in mano, decidere che possono fare al caso tuo, e perché. E che sono frutto di lavoro, paziente e scrupoloso, nella maggior parte dei casi, di tante persone, di tante competenze e professionalità diverse.

No, se vogliamo proprio etichettarla come esperienza non la etichetterei come romantica. Andrei più indietro, direi che è umanistica. E siccome gli "ismi" mi provocano spesso l’orticaria, mi limiterei all’etichetta di "umana". Come è umana, profondamente umana, forse costitutivamente umana, l’attività di cercare, anzi, di ricercare.

E certo, non voglio buttare via internet, che pragmaticamente ha tanti vantaggi, come ricordavo qualche riga sopra. Ma c’è tanto di più.

Grazie Sara R per avermi riportato in biblioteca, anche solo con la memoria. Che è la mia storia. E se c’è qualcosa di veramente pericoloso, è perderla, la storia, la memoria.

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Un commento

  1. Prego 🙂

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