Se oggi


Se oggi leggi questo post, ti chiedo un favore.

1) E’ possibile che tu non conosca nessuno che rischia il lavoro, in cassa integrazione, o che il lavoro l’ha già perso? Forse è possibile, è possibile che tu faccia parte di una nicchia che ancora non si è accorta di nulla. Favore preliminare: questa settimana, quando vedi gli amici, incontri qualcuno al bar o dal benzinaio, non parlare solo del tempo, di quanto piove e di quando arriva la primavera finalmente. Prova a chiedere alla persona che ti sta davanti come va il lavoro. Secondo me non tarderai ad accorgerti di essere un fortunato.

2) Ora conosci qualcuno che ha problemi di lavoro. Così come li conosco io, così come li conoscono in tanti che magari quando sentono dire “problemi di lavoro” pensano a se stessi, a un familiare, a un caro amico. Ecco, questo è il favore che ti chiedo, anche se hai saltato il punto 1): un minuto di tempo a pensare a queste persone, un minuto a convincerti che non basta lamentarci della politica, ma che anche tu, come ognuno di noi, nelle scelte quotidiane, hai la possibilità di aiutare o di voltare le spalle a questi vicini. Che nell’onestà, nell’impegno, nella serietà di tutti noi, al lavoro se c’è, in famiglia, per la strada, sta il campo di battaglia tra un’economia che riparte e una senza motore, sta il crinale tra la disperazione per un lavoro che non c’è e un barlume di speranza, tra la solitudine e la solidarietà.

Questo è il favore che mi sono fatto oggi, e che, se oggi passi di qua, chiedo anche a te.

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4 commenti

  1. Sai Ale, nei giorni come oggi spesso sento dire o dico io stessa: che palle ! domani si torna al lavoro ! Il benessere che ci ha accompagnato fino a qualche anno fa ci ha abituati ad uno stile di vita forse al di sopra delle nostre possibilità e a precarietà mascherate da certezze: il posto di lavoro sicuro, lo stipendio buono e puntuale. Poi è arrivata la crisi e anch’io, come tanti altri che lavorano per piccole imprese a conduzione famigliare ci siamo trovati a dover affrontare i mancati pagamenti, i crediti della pubblica amministrazione che non arrivano, l’immancabile richiesta di cassa integrazione. Ne parlavo proprio recentemente con il mio titolare durante la fiera Bauma di Monaco. Circa 10 anni fa andavamo in fiera e il cliente, oltre a venirci a trovare, veniva per fare l’ordine grosso, cercando di strappare il famoso sconto fiera, noi stavamo lì e loro immancabilmente arrivavano e ordinavano, le fiere si pagavano da sole. Per preparare il Bauma 2013 sono partita con un nuovo progetto alla fine dell’altra edizione che risaliva al 2010. Ho dovuto reinventare l’ufficio dando il mio ruolo ad una persona più giovane (per fortuna bravissima) e occuparmi personalmente di marketing (non sapevo nulla), ho fatto formazione studiando e mettendo in pratica quello che imparavo. Dal marketing sono passata al social media marketing, i social hanno dato visibilità all’azienda nel mondo (M3 attualmente fattura il 70% all’estero), poi è toccato al mio titolare e ai colleghi del commerciale estero concretizzare i miei contatti in vendite. Si è trattato di un lavoro di squadra, fortunatamente ho bravissimi colleghi, nessuno si è lamentato, abbiamo lavorato anche da casa, abbiamo fatto straordinari sapendo che non ci sarebbero stati pagati (l’azienda non ne aveva le possibilità). Da parte loro i soci hanno rinunciato ai dividendi ormai da 5 anni, ridotto il personale ottimizzando la produzione. Risultato: dopo 5 anni di crisi M3 è ancora un’azienda solida, abbiamo creato i presupposti per resistere ad un’economia di questo tipo per almeno altri 5 anni, ci siamo fatti conoscere il tutto il mondo sfruttando le nostre potenzialità, M3 è considerata il miglior produttore al mondo di benne miscelatrici. Tutto questo fa pensare. Fa pensare a titolari onesti che non ci hanno mai raccontato storie sull’andamento aziendale, che non ci hanno mai fatto mancare lo stipendio mensile (anche se hanno dovuto tagliare gli straordinari, che comunque sono stati segnati su un prospetto e verranno liquidati nel caso le cose cambiassero), che non hanno pensato che la formazione era tempo perso, che hanno sempre ascoltato le nostre idee e discusso insieme le loro. Fa pensare a dipendenti bravi, coscienziosi, professionalmente ineccepibili, sicuramente non fannulloni e affezionati ai loro titolari e alla loro azienda. L’insieme è veramente qualcosa di eccezionale e non lo dico perché ci lavoro. In giro vedo solo dipendenti che si lamentano perché devono fare mezz’ora in più, dipendenti che si lamentano perché il titolare li ha chiamati la domenica per un problema, titolari che pretendono 14 ore al giorno pagate 6,20 euro lordi all’ora, titolari che hanno paura se un dipendente vuole curare la pagina facebook perché è tutto tempo perso, titolari che hanno paura di confrontarsi con i propri dipendenti. Il rispetto che un titolare ha per il proprio dipendente è direttamente proporzionale alla voglia di lavorare del dipendente e alla consapevolezza di far parte di un gruppo in cui tutti lavoriamo per lo stesso scopo. E’ questa la forza che ha salvato l’M3 ed è questa la forza che ci porterà fuori dalla crisi. Devo dare ragione a colui che, con l’arrivo della crisi, mi disse: queste crisi ogni tanto ci vogliono, perché tolgono di mezzo i “falsi” imprenditori e rafforzano quelli “veri”, quelli che sanno come si fa a gestire un’azienda e a portarla avanti onestamente, quelli che tengono in piedi l’Italia quando tutto il resto crolla.

    1. Grazie del tuo ricco e intenso contributo, che mi comunica, tra le righe ma nemmeno poi tanto, la passione e la competenza.
      Anch’io ogni tanto penso che la “crisi” in generale sia un momento di “pulizia”, il momento darwiniano dell’economia.
      Poi, però, penso che in tanti campi noi umani siamo riusciti a modificare la tendenza naturale della sopravvivenza del più adatto, per fortuna.
      In campo economico ancora non ci siamo, purtroppo. Non perché non sia giusto che la competizione premi chi, come tu dici, dà il meglio. Ma perché se un’azienda chiude, dietro ci sono famiglie che non possono e non devono chiudere, nemmeno se l’azienda ha chiuso per “colpa” anche dell’insipienza di quella manager che è la mamma di quella famiglia, o di quell’impiegato fannullone o disonesto che è il padre di quella famiglia.
      Io credo che voi, che state lavorando bene, con intelligenza e capacità, stiate lavorando non solo per affermare la vostra realtà, né per risollevare la parte “buona” del Paese: state offrendo un contributo morale ed economico anche a chi è rimasto indietro, e credo che questa consapevolezza serva anche a voi per capire la bontà di quel che fate, ma anche per affermare che oltre al vostro merito c’è anche un vincolo di solidarietà da onorare se vogliamo tornare ad essere un Paese. (Ancora patriottico, eh? 🙂 )

  2. Condivido il tuo articolo, conosco molte persone che hanno perso il lavoro, molti amici che hanno famiglia e che hanno superato i 40anni….a loro e a tutti quelli che non conosco va il mio pensiero costante. Grazie per questa tua riflessione.

    1. Grazie delle tue parole. Pensiamoci, perché chiudere gli occhi è il peggio che possiamo fare.

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