Flipped


Dovendo a gennaio rientrare in classe ad insegnare dopo una lunga pausa, mi capita in questi giorni di pensare spesso alla scuola, a come vorrei partire con le mie nuove classi, a quali strumenti potranno servirmi perché la mia azione didattica, per tanti studenti e su poche ore settimanali, sia la più efficace possibile.

Stamattina il buongiorno me l’ha dato il post del caro Sergio, che dagli States ha comunque un occhio (anche due) molto attento alle vicende di casa nostra.

Si parla, tra le altre cose, di flipped classroom, la classe rovesciata. In poche parole: una rivoluzione (proprio nel senso etimologico) che porta importanti miglioramenti nell’insegnamento, a sentire coloro che l’hanno sperimentata oltreatlantico (qui), ma anche qui a casa nostra (vedere qua, ad esempio). I contenuti delle lezioni frontali non vengono svolti in classe ma forniti in forma multimediale (l’insegnante si filma mentre fa lezione da solo) e resi disponibili su una piattaforma online che permetta agli studenti di scaricare, vedere, riguardare, ma anche di interagire tra loro e con l’insegnante stesso via forum di discussione e cose simili; il tempo in classe è quindi dedicato principalmente all’applicazione, alla verifica, al potenziamento, al recupero.

E’ un approccio che sostanzialmente mi piace. Prima di tutto perché da un lato responsabilizza gli studenti rispetto al proprio apprendimento in forme e metodi che sono loro congegnali, quelli tecnologici, dall’altro sposta il focus dell’attività docente da “fornitore di conoscenze” a “facilitatore di apprendimento”.

Sia chiaro: non ritengo sostituibile il ruolo dell’insegnante come “fornitore di conoscenze” da internet. All’insegnante, con gli strumenti di cui si avvale, rimane la responsabilità della scelta dei materiali, delle fonti, persino della loro presentazione, una responsabilità importante proprio perché la quantità di informazione disponibile oggi è enorme e di livelli di qualità molto differenziati.

Io lo vedo piuttosto come un modo che l’insegnante ha di occupare più tempo di quello che ha. Voglio dire che il video, gli appunti virtuali, i materiali multimediali che il docente prepara per il lavoro individuale degli studenti, preliminare e propedeutico allo svolgimento di attività applicative in classe, permette al docente di avere “più ore” con i suoi studenti di quelle previste dall’orario scolastico, e cioè quelle ore che gli studenti passano lavorando individualmente o in gruppo ma a casa o comunque al di fuori delle lezioni, sui materiali forniti. Ed è anche un modo per dare qualità al lavoro in classe, sfruttando meglio le dinamiche sociali dell’apprendimento, che durante una lezione frontale di contenuto non sono attivate, permettendo eventualmente di approfondire meglio gli aspetti problematici, insomma liberando tempo, che, almeno nella mia esperienza, è la risorsa più preziosa e carente.

Quali difficoltà vedo?

  • Tecniche. Il docente medio non sa dove mettere le mani: quali portali usare? Quali software? Il sito della scuola? Come registrare le proprie lezioni? Quali materiali usare? Come suddividere i contenuti in brevi “lezioni” multimediali?
  • Di… tempo. Sebbene sul lungo periodo il lavoro di preparazione dei video non debba necessariamente essere ripetuto (la spiegazione della risoluzione delle equazioni di secondo grado, ad esempio, è sempre quella, per qualunque classe di qualunque anno scolastico: fatto il video in modo soddisfacente, è fatto per sempre), si tratta comunque di un lavoro impegnativo perché richiede preparazione, probabilmente ripetuti tentativi, e soprattutto all’inizio impiega una grande quantità del tempo extra-lezione di un docente.
  • Didattiche. Si tratta di una rivoluzione, non ci sono dubbi su questo, e ciò significa ripensare alle strategie, a cosa fare in classe nel tempo “liberato”, ad esempio, ma anche a come suddividere i contenuti, a quali espedienti utilizzare per presentare nei video i contenuti d’interesse.
  • Di accessibilità. Il presupposto è che tutti gli studenti siano dotati di strumenti idonei a casa, o vi abbiano libero accesso a scuola, per poter fruire dei contenuti. Fino a tre anni fa, prima della mia lunga assenza, avevo ogni anno classi in cui la disponibilità di un computer o di una connessione internet non raggiungeva il 100%, e ciò ovviamente rende inutilizzabile questo metodo.
  • Di raccordo. Ci sono istituti più aperti all’innovazione, altri meno. Diventa difficile proporre metodologie di questo genere quando non sono accolte e sperimentate da un numero significativo di colleghi, almeno nella stessa materia. E la classe insegnante italiana è mediamente anzianotta, non sempre pronta al cambiamento, non sempre benevola nei confronti delle nuove tecnologie (talvolta a ragione, molto spesso comunque in modo giustificabile dalla scarsa fiducia riposta in chi governa la scuola con proclami e tecnologia a sproposito).

E però… e però la cosa mi incuriosisce. Mi prendo l’impegno di fare qualche esperimento in questa direzione. Vedrò se su una classe o di più, vedrò su quali unità didattiche, ma la cosa è interessante. Qualcosa si può fare.

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6 commenti

  1. A parte registrare le proprie lezioni, che è comunque un esercizio eccezionale per il miglioramento della comunicazione, il concetto di flipped classroom apre l’insegnamento al contributo di esperti da ogni dove. Una casa editrice illuminata potrebbe commissionare “la spiegazione” del proprio manuale da chi lo ha scritto e fornirla contestualmente al cartaceo in formato multimediale. In questo modo, spostando al pomeriggio la lezione frontale, ogni docente avrebbe davvero tutto il tempo necessario per costruire in classe percorsi di apprendimento davvero significativi…

    1. Eh già. Non è detto che il docente non riesca a trovare già disponibili materiali utilizzabili senza bisogno di crearli lui stesso… Grazie dell’aggiunta, Orfeo.

  2. Sicuramente è un’iniziativa più interessante di far acquistare degli I-pad agli studenti.

    1. Qui si apre un discorso particolare: se un certo strumento è indispensabile per un compito sociale obbligatorio dovrebbe essere la collettività a fornirlo. Così dovrebbe essere per i libri di testo, e così dovrebbe diventare anche per gli strumenti tecnologici se la didattica non può prescinderne…

      1. Se la didattica non può prescinderne…gli esempi che conosco possono prescinderne eccome…mentre con l’impostazione di cui hai scritto forse tornerebbero più utili…tralasciamo poi il fatto che un tablet debba essere per forza Apple…

      2. No, certo. L’interoperabilità è una delle condizioni base.

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