Di calendari, rivoluzioni ed esprit de finesse


Il calendario giuliano prende nome da Giulio Cesare, che lo promulgò nel 46 a.C..

Il calendario gregoriano, invece, da papa Gregorio XIII, che riformò quello giuliano nel 1582.

Il problema, è noto, riguarda il fatto che l’anno solare, il giorno terrestre e il secondo (inteso come unità di misura della durata temporale) non stanno tra loro in un rapporto esatto multiplo-sottomultiplo, per cui a scandire l’anno in ore, giorni, mesi saltano sempre fuori dei rotti, che si accumulano e fanno sballare la periodicità dell’anno. Giulio Cesare (o meglio, i suoi astronomi) avevano trovato una soluzione, Gregorio XIII ne ha trovata un’altra, più precisa, che è stata adottata ormai praticamente ovunque nel mondo.

Ma non è stata un’adozione istantanea: papa Gregorio poteva comandare a casa sua, ma chi si faceva vanto di non prendere ordini da Roma ha colto questa come un’occasione per dimostrarlo. Ad esempio nel mondo del cristianesimo ortodosso. 

In Russia e nei Paesi orbitanti nell’orbita russa la riforma del calendario entrò in vigore dopo la Rivoluzione, nel 1918 e solo fino al 1923 quando si inventarono un loro calendario rivoluzionario ancora più preciso, abbandonato qualche anno più tardi: alla fine, il poter parlare con persone di altre nazioni indicando lo stesso giorno con lo stesso nome è sembrato un vantaggio anche sul Calendario Rivoluzionario Sovietico. 

Quindi allo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre, in Russia era ancora in vigore il calendario giuliano. Mentre in tutto il resto del mondo occidentale quello gregoriano. Il 25 ottobre 1917, quando i punti nevralgici di Pietrogrado sono occupati dai bolscevichi, il  primo ministro menscevico Kerenskij fugge, il Palazzo d’Inverno viene conquistato e si riunisce il Congresso dei Soviet, quel 25 ottobre era il 25 ottobre del calendario giuliano.

Da noi, gregoriani, era il 7 novembre 1917.

A Budapest c’era negli anni Settanta ed Ottanta (di cui ho memoria diretta, probabilmente c’era anche prima) una bella piazza chiamata November Hét tér, piazza Sette Novembre, appunto. Ricordo che era sulla linea del tram che portava al Városliget, allo zoo, al luna park, al castello di Vajdahunyad, i miei luoghi preferiti quando eravamo in visita ai nonni ungheresi. E mi ricordo il mio orgoglio, totalmente inconsapevole del significato storico della data, nel sapere che c’era, da qualche parte nel mondo, una piazza dedicata al mio compleanno.

Poi, dopo il 1990, la fine del comunismo, il crollo dell’URSS eccetera, mi hanno cancellato il compleanno dallo stradario. La piazza, per notevole applicazione di esprit géometrique, è tornata ad essere l’Oktogon, come suppongo si chiamasse già nell’Ottocento.

Personalmente (ma potrebbe essere un giudizio parziale) visto che lo vedono tutti che la piazza è ottagonale, forse avrei preferito un po’ di esprit de finesse. Mantenere i segni di un doloroso passato, ormai sconfitto dalla Storia in certe sue caratteristiche, distillato dalla stessa Storia in altre, più essenziali linee, forse è più curativo che cancellarli con cura.

Oltre al fatto che è il mio compleanno, caspita!

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