A non avere priorità


Sono consapevole che la scuola, al pari della sanità e delle pensioni, sia uno dei settori di spesa più rilevanti per lo Stato.

Sono consapevole anche del fatto che quando occorre far cassa rapidamente è da lì che conviene partire.

Però sono almeno dieci anni che la scuola statale viene colpita da tagli senza nessun reale progetto. Anzi, addirittura da demenziali progetti che giustificano a posteriori i tagli operati.

I contratti degli insegnanti sono scaduti da diversi anni e non vengono rinnovati. Il che vuol dire che lo Stato si comporta come il peggiore dei datori di lavoro, dal punto di vista contrattuale.

Adesso la storia degli scatti di anzianità, previsti dai contratti scaduti, da restituire.

Non solo il ministro Saccomanni (o i solerti funzionari del suo ministero che decidono per lui) si pone così in perfetta continuità con i tagli degli ultimi anni.

Si pone in perfetta continuità anche ideale con gli ultimi devastanti anni, perché tratta la scuola (statale) al pari di ogni altro capitolo di spesa del bilancio dello Stato e non come un servizio essenziale che la Costituzione garantisce. La scuola (statale) si misura, come i fatti hanno detto negli ultimi vent’anni, in partita doppia.

I governi di destra, che hanno perseguito la devastazione programmatica della scuola statale, quelli di centro-sinistra che non sono riusciti a fare una proposta decente in proposito, e infine i governi tecnici (in cui includo anche il presente, vista questa bella trovata), tutti hanno speso belle parole per la scuola statale, ma hanno nei fatti avallato l’idea che non esista una priorità della scuola, dell’istruzione, della formazione. Hanno assecondato un modello di scuola che porta con sé un solo criterio di sostenibilità, quello economico. Hanno trattato i dipendenti come parassiti su cui far ricadere quello che solo un criterio ragionieristico può etichettare semplicemente come un dissesto, e la cui gestione è stata invece viziata da palesi errori di pianificazione, da continui ripensamenti e dall’incapacità di individuare ed eliminare gli sprechi, e di evidenziare e imporre i comportamenti virtuosi.

Io non so se il Paese abbia bisogno di meno tasse sulla casa o sul lavoro o su che altro. Io sono certo però che il Paese abbia bisogno di investimenti sulla scuola (statale). Investimenti. Più soldi, non meno. E siccome si vuole che questi soldi fruttino e non vadano a vantaggio di altri paesi, anche investimenti sull’università e la ricerca, in modo che i giovani formati, e possono esserlo in Italia anche a livelli migliori di quelli ottenuti in altri paesi, checché ne dicano statistiche mal pensate, non debbano fuggire all’estero per finire il proprio percorso o a lavorare.

Dove trovarli? Non lo so, Saccomanni, il ministro non sono io, è lei. Perdoni, io prendo milleseicento euro al mese, millequattroecinquanta se mi toglie i centocinquanta euro. Ci pensi un po’ lei, no? Le suggerirei, così, per dire, di ascoltare quel che si dice della Consip, ad esempio, oppure vedere alla voce bombardieri, o magari chiedere alla sua collega Carrozza di mettere insieme dieci DS, dieci DSA, dieci docenti e dieci ATA e farsi spiegare come si può riqualificare la spesa per la scuola statale; o magari, anche se so che a lei non piace alzare la voce, provare a suggerire ai tavoli europei che gli investimenti per la scuola non siano contati nel patto di stabilità. Sa, siamo l’Italia, tra i fondatori dell’Europa; abbiamo fatto i nostri compitini senza chiedere aiuti, e se falliamo noi mandiamo a carte quarantotto tutto il bel castello europeo, secondo me se una volta tanto mostriamo le palle, ad avercele, ci stanno anche a sentire.

Detto questo, ministro, andiamo a votare, diamoci dei ministri politici, che sappiano cosa vuol dire priorità. I tecnici, mi dispiace dirlo, non hanno fatto una gran bella figura.

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