Dopodomani le mimose


Una collega ha tentato di intervistarmi (di farmi intervistare) su un tema su cui non avevo mai riflettuto con un minimo di profondità. Mi ha beccato impreparato. Lei lo ha capito, io ho schivato l’intervista, ma mi sono sentito in dovere di dedicare qualche viaggio in macchina a pensare a cosa comunque avrei detto in tale intervista.

Il tema è quello della violenza di genere.

Avrei provato a definire, prima di tutto, cosa intendo per violenza. Per me è vittima di violenza una persona che, in una relazione intersoggettiva, a causa di una disparità di forze in qualche ambito (forza fisica, psicologica, sociale, economica, di competenze…) viene a trovarsi in una situazione di svantaggio che le impedisce l’esercizio di alcuni diritti.

E’ una definizione che mi soddisfa abbastanza, perché

  • dice che la vittima è sempre una persona
  • mentre chi perpetra la violenza può non essere una persona, può essere un corpo collettivo, un’istituzione, persino il diritto
  • e può farlo anche in modo inconsapevole e in modo legittimo
  • dice che la violenza causa una limitazione dei diritti, quindi lottare per i diritti significa lottare contro la violenza, in ogni sua forma,
  • e la lotta contro la violenza in ogni sua forma non può proporsi a qualunque costo o con qualunque mezzo: non si vince la violenza con la violenza perché non si ristabiliscono i diritti di alcuni togliendo diritti ad altri.
  • la lotta alla violenza è una lotta di civiltà.

Se si volesse stabilire quali tipi di violenza sono i più gravi, ci sarebbero probabilmente dibattiti, anche se forse, prendendo come riferimento i diritti che vengono lesi, le forme di violenza che mettono a repentaglio l’incolumità fisica, il diritto alla salute, all’integrità fisica, alla sopravvivenza e alla vita, saranno considerate unanimemente in cima alla classifica.

Sotto il termine “violenza di genere” io vedo, a questo punto, tante diverse forme di violenza subite da persone che si trovano in situazione di debolezza a causa del proprio genere e che ne ricavano una limitazione dei propri diritti. Nel caso più frequente in Occidente negli ultimi secoli, le donne. Ma, sebbene abbiano una loro specificità, vi potrebbero essere incluse anche le forme di violenza legate all’identità e agli orientamenti sessuali. E fanno tutte parte della famiglia, particolarmente odiosa, delle violenze che avvengono sulla base di qualcosa che la vittima “è” e di cui è irresponsabile, piuttosto di qualcosa che “fa”.

Molte forme di violenza sulle donne, dicevo. Da quelle assassine, spesso consumate tra le mura domestiche, allo stupro, alle discriminazioni. Fino ad arrivare alla violenza culturale subita da chi cresce in un ambiente che non le riconosce dignità.

Qual è il mio modo di pormi di fronte a queste forme di violenza?

Prima di tutto, e a prescindere dal genere, c’è la solidarietà nei confronti della vittima. Da umano a umano, semplicemente.

L’atteggiamento tipico che ho spesso visto in tanti uomini, talvolta infastiditi dall’insistenza della comunicazione “contro la violenza sulle donne”, si basa sull’assunto, penso ovvio, che non avendo io mai usato violenza fisica o psicologica nei confronti di una donna, non posso sentirmi responsabile, né ovviamente legalmente, né moralmente, degli atti di violenza compiuti da altri nei confronti di qualche donna. Ovvio ma assai superficiale. E la comunicazione mediatica “contro la violenza sulle donne”, che si limita a far vedere lividi e situazioni domestiche di violenza fisica, non fa assolutamente nulla per scendere oltre questa superficie.

Esistono malattie per cui non c’è altra cura se non quella di prendersi cura dei sintomi e di aver pazienza che la malattia regredisca da sé. In altri casi i sintomi devono essere curati immediatamente per evitare pericoli seri, ma si sa che questi si ripresenteranno se non ci si prende cura anche delle loro cause, della patologia in sé.

Ecco, a me pare (e ogni anno che passa me ne convinco di più) che le violenze fisiche, sessuali, gli assassinii, insomma tutte le forme di violenza, domestica e non, perpetrate da un uomo su una donna non siano altro che i sintomi più gravi e di cui sicuramente prendersi cura con urgenza, ma di una malattia che non si risolve da sé. Sono sì le forme più gravi di violenza di genere: non le più pervasive, le più subdole, le più diffuse. E se è vero che posso dirmi estraneo, non responsabile delle forme più gravi, perché non le ho mai praticate, anzi le ritengo bestiali, disumane, eccetera eccetera, delle altre, di quelle più silenti e nascoste, sono corresponsabile se non faccio qualcosa per distanziarmene.

A cosa mi riferisco?

Penso, ad esempio, al fatto che tante di queste violenze gravissime, spesso mortali, sono state coperte, depenalizzate, derubricate da una società a guida prevalentemente, se non unicamente, maschile; una guida maschile che ha spesso camuffato sotto la stupida insegna della protezione della privacy familiare una vera e propria solidarietà di casta, e che a quella casta, in quanto uomo, appartengo pure io.

Penso, ad esempio che le dispari opportunità che svantaggiano le donne devono pur avvantaggiare qualcuno, e in quel qualcuno è probabile che, in quanto uomo, ci sia anch’io.

Penso, ad esempio, ad una società in cui i metri di giudizio per uomini e donne sono profondamente diversi, in cui una donna deve mettere sul piatto delle proprie competenze lavorative anche la propria aspirazione alla maternità, mentre l’uomo semplicemente no.

Penso, ad esempio, ad una posizione culturale di fatto per cui la donna non ha gli stessi diritti dell’uomo, deve giustificare socialmente il proprio desiderio, le proprie aspirazioni, se vuole fare le stesse cose dell’uomo si trova inevitabilmente in difficoltà e quindi è meglio se non le fa; per cui ha dei compiti ben precisi, stabiliti da altri, solitamente uomini.

A questo penso, a queste forme di violenza, e penso che queste siano l’incubatrice della violenza domestica, della violenza sulle donne, quella dei lividi, dei delitti e delle pene. A queste forme di violenza non sanzionabili, legittime e legittimate, di cui se non mi accorgo e per cui se non m’indigno e contro cui se non lotto sono corresponsabile, semplicemente perché volente o nolente ne traggo vantaggio quotidianamente.

Ed è per questo che trovo imbecilli gli spot che mostrano le donne picchiate, ferite, uccise, come se quella fosse la dimensione primaria della violenza sulle donne, della violenza di genere. Quella è la punta dell’iceberg. E chi non pratica questo tipo di violenza arriva naturalmente alla conclusione: io non c’entro, io queste cose non le faccio, anzi le condanno duramente. Finita lì. Mostrino piuttosto le vittime quotidiane del sistema violento che sta sotto il pelo dell’acqua, sotto la punta dell’iceberg. Mostrino piuttosto le prostitute, le veline, le bellezze televisive; mostrino piuttosto le donne che lavorano perché lo stipendio ci vuole, portano avanti la casa perché mio marito quando torna a casa vuole pulito e la cena in caldo, fanno le corse dietro agli impegni dei bambini perché chi vuoi che ci pensi, mio marito che sta al bar?; mostrino un’impiegata che firma il contratto di lavoro e le dimissioni in bianco chissà che non rimanga incinta…

Ecco che capisco perché sto scrivendo queste parole: non è perché devo qualcosa alla mia collega. Le devo gratitudine, perché mi ha portato a pensare. Ma devo a me stesso parole che rimangano anche dopodomani, quando le mimose puzzeranno, inevitabilmente, io continuerò a non dare schiaffi, e questo continuerà a non bastare.

Un commento

  1. La situazione delle donne eternamente sottomesse e in secondo piano mi dava sempre la sensazione di essere di fronte ad una cultura barbaro, del terzo mondo, del medioevo e anche di più lontano da dove l’uomo, dico l’uomo, non ha fatto neanche un piccolissimo passo, come se questa cultura di base fosse nella sua DNA. Ma se è vero, che l’educazione dei figli dall’eternità fosse il compito delle donne, deve essere anche lì qualche mancanza o incompetenza. Perché l’educazione delle persone alla non violenza comincia nella culla, nel non punire ma far capire perché non si deve alzare mano, e qui ancora non c’è differenza di genere, riportando in primo piano l’amore, prima di ogni cosa, prima anche dell’istinto di reagire immediatamente ad un “offesa”. E qui come si sa, come si dice, le donne stesse dovrebbero essere grandi maestre.
    In conclusione, nessuno è salvo da questa responsabilità. — Questa è solo una opinione, la mia. Che non parla di patologie da curare, che sono un’altra cosa,

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