Dieci idee scientifiche… più una (2)


Come nel precedente post di questa serie, faccio riferimento a questo articolo, che riporta le opinioni di alcuni scienziati sulle idee scientifiche che più di altre vengono travisate nel linguaggio comune o nel discorso dei “non iniziati”.

Teoria.

“E’ solo una teoria”, dice lo scienziato citato, come esempio di errata comprensione della profondità del concetto di teoria.

C’è qualcosa che gli scienziati in genere dovrebbero comprendere meglio. Abituati a dare un significato il più univoco possibile ai termini che usano nel loro mestiere, perdono di vista (o tendono a perdere di vista) la ricchezza del linguaggio comune. Per cui “teoria”, per loro, dovrebbe significare unicamente quello che, più precisamente, dovrebbero meglio specificare con un aggettivo: teoria scientifica.

Detto questo, parlare di “teoria scientifica” significa parlare di qualcosa che effettivamente è molto più che “solo una teoria”. Ma su questo rimando all’articolo già citato, perché è molto chiaro.

Una teoria scientifica ha dietro una mole di risultati sperimentali, e ha davanti la possibilità di verifica (o di falsificazione, per dirla con Popper) sempre per via sperimentale. Una teoria scientifica, quindi, è quanto di più articolato e di meglio fondato la scienza possa proporre per interpretare un certo ambito naturale. E spesso porta con sé anche una quantità di applicazioni tecnologiche che la giustificano almeno sul piano pratico.

Un esempio che può essere familiare a tanti è quello della teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell. Basata su decenni di esperimenti, tra cui bisogna citare la sterminata letteratura prodotta da Faraday nel corso della prima parte dell’Ottocento, questa teoria vide la luce negli anni sessanta dell’Ottocento, come costruzione matematizzata e unificata in grado di spiegare tutto ciò che era noto riguardo l’elettricità e il magnetismo. Una previsione che emergeva da tale teoria era l’esistenza di onde elettromagnetiche, “oggetti” fisici mai fino ad allora evidenziati, e che solo negli anni ottanta dello stesso secolo vennero effettivamente scoperte e prodotte in laboratorio da Heinrich Hertz. Era una teoria elegante, unificante, in grado di proporre previsioni poi effettivamente verificate. Era una teoria completa? No. Ci volle il contributo di Einstein (di cui parlavo anche qui), nel 1905, per chiudere il cerchio e mostrare come effettivamente le grandezze che compaiono nelle equazioni di Maxwell sono in effetti due facce diverse di una stessa medaglia.

Si trovano su internet (immagino anche nel mondo reale, anche se probabilmente amano parlare più di altri argomenti, con la stessa protervia intellettuale di chi non capisce ma pretende di pontificare) coloro che paragonano la scienza a una religione, perché basata su assunzioni, dicono, che non hanno nulla di diverso da una fede cieca. Rilevo solo en passant che la fede religiosa non è necessariamente cieca e può tranquillamente non essere priva di razionalità. Ma soprattutto, ciò che mi interessa qui, sottolineo che questo modo di ragionare significa non aver compreso, appunto, la complessità e il rigore che il percorso che porta alla formulazione di una teoria scientifica comporta. Basterebbe leggere qualche opera classica della filosofia e della storia della scienza (un esempio: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Thomas Kuhn) per rendersi conto anche del dibattito filosofico che riguarda questi argomenti. Non c’è, ad oggi, un modo più sicuro e più dibattuto, esaminato e verificato di accumulare conoscenza di quello scientifico. E la teoria scientifica, che rappresenta il fine della ricerca scientifica, è, in questo percorso di indagine, il vertice.

C’è un’espressione del linguaggio comune, che dà in qualche modo conto di questa realtà. Quando qualcuno chiede: “ma non dovrebbero stare così le cose?” e si risponde “in teoria sì”. Sottinteso: poi in pratica le cose stanno in modo diverso. Capita: capita che la “teoria” preveda qualcosa ma che poi il dato sperimentale sia differente. Capita quando si cerca di applicare una teoria a un ambito che non le compete, oppure (che è cosa molto simile) quando la teoria non è così completa, così affinata, così ben stabilita che si trovano fenomeno che la mettono in discussione. E questo non mette in crisi il concetto di teoria, non più di quanto non metta in crisi l’idea di conoscenza che vi sta dietro. Non sappiamo tutto. Anche una teoria scientifica, per quanto elegante, complessa, fondata, non può pretendere di spiegare tutto. Ma proprio i casi che mettono in luce un’inadeguatezza della teoria sono quelli che possono portare a un ampliamento, un approfondimento, una riscrittura o addirittura a un superamento della teoria stessa. Non è un limite del procedere scientifico: è un limite delle possibilità umane di conoscenza.

Perciò una teoria scientifica non è “solo una teoria”. E’, per quanto mi riguarda, uno degli strumenti concettuali più potenti, dinamici e in evoluzione che abbiamo per leggere la natura di cui facciamo parte. Ridurla a “solo una teoria” significa perdere punti di riferimento, per quanto parziali e transienti, affermare che poiché non sappiamo tutto, in realtà non sappiamo niente, lasciare il campo libero a chi vorrebbe convincere solo con il tono o il volume della voce, alla cecità dell’ignoranza.

Un commento

  1. […] nella serie (il secondo era qui) di post che si riferiscono a questo articolo, che riporta le opinioni di alcuni scienziati sulle […]

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