Compiti delle vacanze (alle superiori)


Mi è stato segnalato questo articolo.

Qualche commento, dal punto di vista delle scuole superiori (del liceo, precisamente).

  1. Non conosco affatto il mondo della primaria. La affronterò da genitore a partire da settembre, quindi mi ci vorrà un anno per arrivare ai primi compiti delle vacanze da padre di assegnatario (e non già da assegnatario io stesso! vale la pena ricordarlo, credo) e non da assegnatore.
  2. Da insegnante delle superiori però quest’anno i compiti delle vacanze però li ho assegnati, con moderazione e con la promessa che mi sobbarcherò io (anche nel caso in cui l’assegnazione delle classi portasse a una discontinuità) tutto l’onere del controllo e della correzione.
  3. Quale valore possono avere i compiti delle vacanze? Semplicemente tenere desta l’attenzione e, se possibile, evitare la rimozione totale dei  contenuti dell’anno appena passato. Per esperienza comune di tutti gli insegnanti che conosco, e che adottano una varietà di approcci didattici diversi, anche le sole due settimane di vacanze natalizie si rivelano pericolose da questo punto di vista, figuriamoci i tre mesi abbondanti che gli studenti (con giudizio finale non sospeso a giugno) hanno d’estate.
  4. Qui entra una riflessione importante ed estremamente complessa, a mio avviso. Come mai questa “memoria labile” per quanto riguarda le conoscenze e le competenze matematiche? Di fronte a fenomeni di questo tipo si sente spesso dire “ma perché l’insegnamento non è più adeguato alle modalità di apprendimento degli studenti”. D’altra parte, le competenze richieste alla fine del percorso sono abbastanza chiare (e, a giudicare dai test INVALSI, anche durante il percorso, anche se appaiono abbastanza disallineate con quelle a fine percorso), i quadri orari sono quelli che sono, e quindi di spazi di manovra non ce ne sono tantissimi, anche al netto di rivoluzioni didattiche tentate ma che poi, vista l’immobilità del punto di arrivo, si risolvono nelle classiche tempeste in un bicchiere d’acqua.
  5. E allora, come sono i miei compiti delle vacanze? Un leggero allenamento, giusto per non perdere la tonicità (è chiaro che poi non posso controllare chi fa cosa, quando lo fa, con che intenzione… è un problema però simile a quello del lavoro ordinario e della responsabilità dello studente nei confronti di se stesso e del proprio percorso di apprendimento; posso verificare che almeno formalmente le consegne siano state svolte, con la consapevolezza che magari, anche solo la ricopiatura all’ultimo minuto di esercizi svolti da altri non fa male). E poi qualche stimolo più affidato all’interesse personale, a livello culturale: suggerimenti per letture, approfondimenti, siti, giochi, mostre…
  6. Quel che dicono i pediatri (il 75% dei pediatri, nemmeno come pronunciamento di un’associazione di categoria) mi lascia totalmente indifferente. Primo per l’incompetenza. Nel senso etimologico. Mia, che non conosco le scuole primarie. Loro, che faticano ad accordarsi sulle indicazioni terapeutiche che hanno studiato (quattro pediatri incontrati con i miei figli – spesso per motivi di sostituzioni e supplenze – quattro approcci diversi su temi come l’alimentazione o semplici patologie febbrili…) figuriamoci su argomenti come la didattica, non propriamente compresi nel loro campo d’azione. Posso permettermi io di dire “guardi, l’antibiotico può avere effetti collaterali, non lo prescriva a mio figlio”? La risposta sarebbe, giustamente: “dobbiamo liberarci del tale batterio, che è pericoloso; la strada per me, che sono un professionista, è questa; se non le va bene, cerchi un altro pediatra”. Quindi: “l’obiettivo è rendere il percorso scolastico più efficace; la strada, per me che sono un professionista, è quella dei compiti delle vacanze; se non vuole, non deve nemmeno cambiare insegnante: non glieli faccia fare, magari a settembre suo figlio miracolosamente riprenderà riposato e prontissimo al nuovo anno anche senza…”.
  7. E’ l’assunto di base su cosa debbano essere le vacanze, a trovarmi abbastanza lontano. Le vacanze come libertà da obblighi scolastici o lavorativi, benissimo. Ed effettivamente gli obblighi di frequenza, di attenzione eccetera vengono meno. Sullo stress, certo: una mole di lavoro enorme lasciata all’ultimo momento causa stress. Mi viene da dire che spetta ai genitori fare in modo che i compiti siano gestiti in modo graduale e non stressante, oltre che ai docenti assegnarli in modo non eccessivo e in modalità creative, personalizzate, gradevoli. Il problema sorge forse quando sono i genitori ad avvertire come propri i compiti dei figli: sono loro a fare i compiti, a viverne lo stress, a non poterne più. E comunque, benissimo, ripeto, le vacanze come libertà dagli obblighi. Ma non è una libertà assoluta, perché gli “obblighi”, prima di tutto, sono concepiti per la maggiore efficacia di un beneficio per chi è “obbligato”. Il punto è ancora lì: perché si va a scuola, perché si studia? Se è un “obbligo”, e solamente questo, allora ci sta anche un “diritto assoluto” al riposo, al dolce far nulla estivo. Ma forse non è così: forse stiamo parlando di un percorso di valorizzazione della persona, gli “obblighi” ci sono, ma cambiano lungo il percorso, e l’estate fa parte del tempo di questo cammino. Per me, come insegnante, e per gli studenti.
  8. Allora secondo me la posizione più intelligente, nel panorama didattico attuale, è quello non di una demonizzazione dei compiti delle vacanze, ma di una loro formulazione che tenga conto del tempo estivo come diverso dal tempo ordinario, che limiti al minimo indispensabile (che però non è quasi mai zero e quasi sempre dipende da chi è lo studente) la quantità di “allenamento”, certamente non aggiunga contenuti “nuovi”, ma piuttosto offra sguardi alternativi, autonomi, aiuti lo studente ad allargare il proprio percorso scolastico da un percepito insieme di obblighi a un reale cammino di scoperta del mondo e di sé. Sicuramente alla scuola secondaria di secondo grado. Ma forse anche alla primaria.

 

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