Coding


Uscito il piano del governo Renzi per la scuola, avendo un figlio che si appresta ad iniziare il suo percorso alla scuola primaria, sono rimasto colpito dall’idea di vedere presto il “coding” tra le sue materie scolastiche.

Premetto: non ho idea del motivo per cui questo fantomatico “coding” non possa essere chiamato “programmazione” (in senso informatico).

L’idea mi piace: aiutare i bambini a capire che il computer fa quel che gli dici tu, e non viceversa. E che è possibile fargli fare cose che nessun programma gli fa fare, semplicemente scrivendo il programma.

Come insegnarglielo? Io, che da dilettante mi scrivo i miei applicativi PHP o C++, non saprei proprio da dove iniziare con i bambini. Non so quanti colleghi della primaria siano nella mia posizione.

Non vorrei che per insegnare il coding ci fosse bisogno di installare sui computer delle classi (ci sono in tutte le classi? di che dinastia egizia? quanto tempo impiegano ad accendersi, a connettersi, a far partire i software necessari?) costosi programmi e attivare i relativi corsi di formazione e aggiornamento, magari monopolizzati da qualche ditta che qualche maligno potrebbe anche pensare avere qualche interesse nella mossa, visto che questo è ciò che si dice sia successo con le LIM.

E basterebbe poco.

Basterebbe installare una qualunque distribuzione Linux, aprire il terminale, e insegnare a fare qualche operazione in bash. Costo dell’operazione: ZERO euro da dare a fornitori, qualche ora di buona volontà del personale docente e ATA, magari retribuita tanto per cambiare, per l’installazione del sistema operativo, la stampa e la lettura di uno dei mille manuali che si trovano gratuitamente sulla rete.

Vantaggi? Capire (docenti e alunni) com’è fatto un computer, cos’è un sistema operativo. Recuperare vecchi computer e usarli senza essere minimamente disturbati dalla loro lentezza.

Ma dico di più. Basterebbe ancora meno. Anche in assenza… di computer!

Diceva un commento che ho letto da qualche parte su Facebook: la programmazione è questione di testa, non di PC.

Credo che già oggi le competenze di problem solving e di pensiero algoritmico, che sono alla base di ogni approccio alla programmazione (e alle discipline scientifiche, e non solo!), facciano parte degli obiettivi della scuola primaria. Dal mio punto di osservazione delle superiori, però, mi viene da dire che quasi sempre la priorità sia data ad altro.

O forse gli insegnanti ricevono oggi una formazione inadeguata su questi temi. Chi gliele spiega queste cose?

Allora sarei contento se mio figlio, nei prossimi cinque anni, mi portasse a casa qualche diagramma di flusso, qualche algoritmo su cui riflettere, oltre a quello della divisione, che lavorasse sui problemi da risolvere, sì, va bene, anche di quelli che richiedono creatività e pensiero laterale, ma prima di tutto di quelli in cui la strada possibile è una sola: prima di poter scegliere il sentiero da prendere, è importante sapere com’è fatto un sentiero.

Lo sento, sembra un approccio “vecchio”. Ma bisogna che ci rassegniamo, io credo.

  • L'”informatica”, lo sappiamo tutti benissimo, semplifica le cose solo se la si sa usare. Altrimenti le complica terribilmente.
  • Imparare a usare l'”informatica”, per noi insegnanti che non siamo nativi digitali, richiede tanto tempo e tante energie.
  • I nostri ragazzi oggi sono invece nativi digitali: possono imparare facilmente e da soli tante cose.
  • E allora, visto che non riusciamo ad insegnar loro, perché siamo più lenti di loro, almeno aiutiamoli ad imparare da soli, ad interpretare ciò che sperimentano da soli. A capire com’è fatto il computer, come “ragiona”, ad acquisire una struttura di pensiero compatibile con quella del computer, a tradurre situazioni comuni nella logica degli algoritmi. Poi i linguaggi per tradurre verranno, se i ragazzi saranno curiosi: impareranno da soli. E intanto avremo offerto strumenti anche per capire meglio tanti altri aspetti della realtà.

Oppure facciamo il coding.

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