I comandamenti della statistica


Premetto subito che non mi piacciono i sermoni televisivi. Benigni ieri sera l’ho guardato per dieci minuti intanto che scrivevo appunti, poi ho cambiato canale.

Di questo tipo di spettacolo televisivo del buon Roberto non riesco a digerire alcuni aspetti direi epidermici. Un’aggettivazione iperbolica senza una (per me) adeguata giustificazione, da un lato. Dall’altro, il desiderio di spiegare anche la poesia, certe affermazioni suggestive che nel tentativo didascalico di spiegazione, perdono i chiaroscuri che le pieghe naturalmente offrono.

Ma questi sono gusti.

L’oggettività dice che Benigni è in grado di fare uno share impressionante, tenendo milioni di persone davanti a un mezzo televisivo senza pacchi, senza ballare con le stelle, senza tragedie in diretta, senza liti tra personaggi politico-mondani, senza reality, ma semplicemente con la forza della sua narrazione e la profondità di un testo (questa volta biblico, ma altre volte era stato dantesco o la Costituzione). Un testo scelto sempre come riferimento culturale di una comunità, che, evidentemente, ci si ritrova.

Leggo oggi commenti scocciati. Quanti milioni ha preso Benigni, quanti milioni ha pagato la RAI, per sentire l’ideologia di Benigni.

Le idee di Benigni, evidentemente, sono opinabili. Se si vogliono criticare quelle è chiaro che gli appigli non mancano.

L’ideologia che vedo lampante, però, non è quella di Benigni, ma quella di chi, di fronte a chi la pensa diversamente da sé, non critica l’idea, ma il fatto che il servizio pubblico paghi per un prodotto considerato “partigiano”.

Capirei l’ateo che non si ritrova nel discorso religioso. Ma è un’obiezione facile da smontare, o almeno da controbilanciare proprio in senso culturale: chi siamo oggi come italiani dipende in larga misura (non unicamente, certo) da una tradizione giudaico-cristiana di cui questi dieci comandamenti sono espressione di primo piano.

Da un punto di vista economico, io non ho presente i conti della RAI, quali sponsor abbiano finanziato il progetto, quali introiti pubblicitari abbiano coperto i compensi. Certamente, e proprio in questo momento in particolare, la RAI, che è un’azienda, non può permettersi di compiere operazioni in perdita.

D’altra parte, il pagare nel canone programmi su cui non si è d’accordo capita un po’ a tutti quelli che il canone lo pagano. Io, ad esempio, non mi scandalizzo ormai più nel pensare che una parte dei soldi che ogni anno a gennaio verso come tassa per il possesso del mezzo televisivo finiscano a finanziare chessò, l’isola dei famosi, i programmi pomeridiani o quello dei misteri…

E comunque la questione del compenso la determina almeno in parte il mercato; sono inoltre convinto che il compenso di Benigni non vada completamente a lui, ma anche a un gruppo autoriale e redazionale che collabora con lui; e in ogni caso, non spetta certo a me giudicare la coerenza e la destinazione degli introiti per una prestazione professionale di nessuno.

Io proverei a porre la questione in termini che i miei alunni conoscono molto bene. Quando si vuole sollevare la media, bisogna prendere un voto superiore alla media, o cancellarne uno inferiore alla media.

Io credo che da un punto di vista culturale le operazioni che Benigni ha proposto negli ultimi anni in televisione siano indiscutibilmente superiori alla media dei programmi RAI, per quanto si possa essere in accordo o in disaccordo con le sue opinioni. Portare Dante, la Bibbia in televisione, in modo divulgativo e popolare, mi sembra di poter dire che eleva la qualità dell’offerta.

Ecco, proviamo ad esercitare l’arte di scandalizzarci su quel che abbassa, più che su quel che eleva. Piano piano, eliminiamo il peggio: la media si alzerà, e forse, un giorno, arriveremo a dire che Benigni è nettamente al di sotto degli standard, basta!

Temo che ci vorrà molto tempo ancora. Purtroppo.

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