La mia maturità


Oggi iniziano gli Esami di Stato delle superiori, con le riunioni preliminari delle commissioni d’esame.

Per gli studenti l’inizio è mercoledì, con lo scritto d’italiano. Per i docenti impegnati l’inizio è invece proprio oggi.

Io sarò impegnato lontano (in realtà forse solo un chilometro in linea d’aria) dai miei alunni di terza liceo. Non ho mai avuto modo di raccontar loro che venticinque anni fa c’ero io nella loro stessa situazione. Un quarto di secolo fa mi preparavo a sostenere l’esame di maturità (allora si chiamava così).

Era un esame diverso, per alcuni versi più facile, per altri più difficile. C’erano solo due scritti, non tre: per me allo scientifico lo scritto di italiano e quello di matematica. In entrambi i casi i temi erano più rigidi: la scelta era molto più ristretta, non c’era apparato di testi, la traccia era molto più essenziale, lo svolgimento più tradizionale.

All’orale, poi, non bisognava portare tutte le materie dell’ultimo anno. Erano quattro in totale quelle da preparare, sapendo che si sarebbe stati interrogati solo su due di esse: una a scelta del candidato e l’altra decisa dalla commissione. Poi in realtà bastava sceglierne una e indicare la seconda, in modo che fossero bilanciate, una scientifica e una letteraria, e avere cura di indicare come seconda materia quella col voto più alto, e la commissione di solito non obiettava.

Ma non c’era la tesina, il che voleva dire che il programma andava fatto tutto e bene.

Nel mio anno le materie orali erano italiano, inglese, storia e scienze. Storia eliminata subito (ai miei tempi la storia dell’ultimo anno iniziava con la Restaurazione e finiva con la prima guerra mondiale o poco dopo: un tratto di storia che mi è sempre piaciuto più o meno come farmi pestare i piedi), avevo scelto italiano come prima e inglese (che, stranamente, contava come materia scientifica) come seconda. Ricordo che la prof di scienze, convinta che avrei portato la sua materia come seconda, mi aveva assegnato in pagella un voto più alto di quanto mi aspettassi, 9, e comunque più alto dell’8 in inglese… venne poi a chiedermi scusa, tra scrutinio ed esame, venuta a conoscenza della mia scelta, perché temeva che il suo voto mi avrebbe messo in difficoltà suggerendo alla commissione di non interrogarmi in inglese ma piuttosto in scienze. Cosa che non avvenne (anche se mi avrebbe scocciato un po’).

Io, che mi ero preparato Pascoli per l’orale, trovai il tema di letteratura proprio su Pascoli, ed ebbi fortuna, da quel punto di vista, perché ero pronto, ma poi all’orale non potei giocarmi i miei approfondimenti. Il compito di matematica sapevo che sarebbe stato il mio forte e infatti lo svolsi molto bene. Andò molto bene anche l’orale di/in inglese: lo ricordo come una chiacchierata informale con la commissaria (esterna, mai vista prima) sugli autori inglesi che mi erano piaciuti maggiormente durante l’ultimo anno, Joyce (lo so, ero un ragazzo così…) ed Eliot. L’orale di italiano invece non fu un capolavoro: non ricordo se era l’islandese o quale altro dialogo, perso Pascoli per lo scritto, mi dovetti accontentare di rispondere sull’odiato Leopardi. Il sentimento che ci legava certamente non ne ebbe giovamento. Anche se comunque non andò male nemmeno quello…

L’orale fu, se non ricordo male, uno degli ultimi giorni di giugno. Considerato che la nostra commissione raggruppava quattro classi, non enormi, è vero, ma pur sempre di almeno venti alunni, mi sentii abbastanza fortunato a finire così presto.

Ricordo il senso di euforia prima: non so bene se imputarlo a una preparazione che sentivo procedere bene, o piuttosto ai successi della nazionale di calcio che si sarebbe insediata al terzo posto del mondiale casalingo delle Notti Magiche proprio nei giorni degli orali.

Ricordo il senso di soddisfazione per l’esito. Stavo ascoltando una cassetta (musicassetta? di quelle col nastro dentro, che si usava la bic per riavvolgerle? dice qualcosa?) di mia sorella la sera in cui telefonò la mia cara prof di italiano per anticipare il voto finale (dopo 25 anni forse si può dire…), e quando ritornai allo stereo, questo stava suonando la fanfara olimpica di Seul ’88: credo che la riascoltai almeno altre cinque o sei volte di seguito, perché mi sentivo abbastanza sul podio. Inaugurando, tra l’altro, una venerazione per John Williams che dura tuttora.

E ricordo il senso di perdita, dopo. La consapevolezza che qualcosa di grande, di bello, di importante, era finito. Forse era la prima volta che mi capitava di trovarmi di fronte all’ineluttabile.

Ma dei giorni dell’esame non ho grandi memorie, dell’esame in sé. Ed è un peccato, credo: se potessi tornare indietro probabilmente cercherei di assaporarne meglio i vari momenti, perché in fondo è stato il primo di una lunga serie di esami, forse il più importante perché l’ho affrontato da inesperto, da “piccolo”. Perché ha segnato una svolta.

Ecco: se mai leggeranno queste poche righe i miei cari Anna, Alessandro, Corinna, Giulia, Mattia, Elisa, Tommaso, Elisa, Martina, Marta, Nico, Andrea, Laura, Tito, Martino, Clara, Chiara, Fjorela, Francesca, Costanza e Carolina  (in rigoroso ordine alfabetico), ecco quel che direi loro: di cercare di vivere i giorni che vengono con consapevolezza. Credo che avranno soddisfazioni, perché sono bravi. Ma mi piacerebbe che l’esperienza dell’esame potesse lasciar loro un bel ricordo. Perché se lo meritano e perché li aspetta un futuro da affrontare con entusiasmo.

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