Simmetria familiare


Leggo con interesse l’articolo di Repubblica sulla nuova “simmetria” tra le figure paterna e materna.

La simmetria perfetta è ovviamente impossibile, per ragioni caratteriali, credo, e sicuramente perché mi pare di poter dire che il legame di fisicità che lega la madre e il figlio rimane anche dopo lo svezzamento.

La necessità, però, di una tale simmetrizzazione dei ruoli, sta nella logistica della nostra vita. Senza tentare generalizzazioni, quando il padre ha un impiego a tempo indeterminato, magari con tutele forti come nel mio caso, e la madre fatica a trovare impieghi a tempo determinato, che comunque deve cercare di tenersi stretto; quando i nonni sono lontani o non sempre disponibili; quando il budget familiare o le scelte educative o motivi di salute non consentono il ricorso estensivo alla baby sitter; quando i servizi educativi hanno orari incompatibili con l’orario lavorativo dei genitori; quando la salute dei bambini è cagionevole o minata da malattie croniche; quando queste condizioni si verificano, è ovvio e naturale che sia il padre, come può, ad assumere un ruolo che può addirittura divenire predominante nella cura dei figli.

L’effetto è positivo. Casualmente.

Casualmente perché dipende in modo essenziale dalla possibilità del padre di assumerselo, questo ruolo. La strada più semplice è e rimane quella che la figura professionalmente più debole, la madre, abbandoni il lavoro.

Io credo che sia in questa direzione che il ministro Fornero debba lavorare, lasciando perdere articolidiciotto che creano solo confusione e focalizzandosi sulla domanda: di cosa ha bisogno una giovane famiglia, con figli presenti o in prospettiva, per portare avanti il loro fondamentale compito demografico ed educativo e contemporaneamente l’altrettanto fondamentale diritto e dovere di contribuire con il proprio lavoro al bene del Paese?

Se i nonni devono rimanere al lavoro più a lungo, bisogna allora potenziare i contratti part-time, prolungare i tempi dei servizi educativi o agevolare la nascita di nuove forme di doposcuola. Occorre rendere possibile a tutti i padri di trascorrere tempo con i propri figli, perché le madri sono da sempre penalizzate in quanto future o attuali madri.

Bisogna, in sostanza, rendersi conto che la genitorialità è una funzione essenziale nella società. Fa bene la ministra Cancellieri a sottolineare l’insostenibilità oggi della pretesa di trovare lavoro vicino a mamma e papà; ma chi si può prendere cura dei figli, se non i nonni, oggi? La mobilità lavorativa sventolata dal Presidente del Consiglio come soluzione per la monotonia del posto fisso, è però sostenibile, oggi, nella nostra società? Se un genitore viene trasferito, o trova lavoro a centinaia di chilometri di distanza, che succede ai figli e all’altro coniuge? Ci si arrangia, come si è sempre fatto, certo. Ma un tempo, la moglie del militare, del funzionario statale, del dirigente che veniva trasferito con regolarità da un capo all’altro della penisola era giustificata socialmente, anzi era forse incentivata socialmente nella scelta di seguire il marito nella sua carriera e occuparsi a casa della prole, cosa che aveva comunque una sostenibilità economica. Oggi non è più così, evidentemente.

Se vogliamo riformare il mondo del lavoro, se vogliamo riformare il modo di pensare degli Italiani, pensiamo a quale elemento vogliamo mettere al centro, quale istituto preservare prima di tutto. E costruiamo il resto intorno a questo elemento. Mi pare che la peculiarità della società italiana sia tradizionalmente la famiglia (non voglio qui entrare nel merito di come questa vada intesa).

Durante gli ultimi due giorni sono stato costretto a casa dalla febbre del più piccolo dei miei bimbi. Anche suo fratello è stato costretto a casa, perché non avrei saputo come portarlo a scuola e andarlo a prendere. Ho giocato con loro, ho letto per loro, ho guardato la televisione con loro, ho riposato nel lettone con loro. Nonostante l’indisposizione, raramente ho visto i miei bimbi sereni e contenti quanto in questi due giorni. Hanno litigato assai meno del solito, hanno fatto molti meno capricci del solito (e non sono bambini capricciosi), e oggi, al ritorno a scuola del grande, mentre il piccolo è dalla nonna, tutto è filato liscio, senza pianti se non legati al malessere del piccolo ancora non completamente guarito.

Nei momenti di crisi c’è la possibilità di ripensare il nostro mondo e di usare la fantasia per rompere il ciclo negativo puntando sugli aspetti positivi. La serenità delle famiglie, il tempo da spendere con i figli, non solo “tempo di qualità”, ma anche “in quantità” credo possano essere l’elemento centrale da cui partire. Ovviamente il modello in cui un solo genitore lavora non funziona più. Occorre creatività per trovare nuove forme. Ma potrebbe essere il momento giusto.

5 commenti

  1. Credo che la politica non possa seriamente risolvere i problemi che esponi, perchè si tratta di una trasformazione sociale che ha origini “mondiali”, un inverno della economia e della società europea del tutto inevitabile. La mia riflessione, che ho portato alle estreme conseguenze nella mia vita con scelte concrete, è che si debba creare o tornare a una rete di relazioni di mutuo aiuto tra famiglie, la condivisione delle risorse, dei tempi, nella gratuità, nell’allenamento quotidiano a tollerare-valorizzare le differenze; in una parola cercare-creare nella propria vita dei fratelli, non dei semplici vicini-amici. Fratelli a cui si riesce a chiedere con leggerezza (perchè la vera difficoltà è chiedere, non dare aiuto). Fratelli che conoscono non solo i tuoi problemi e le tue esigenze, ma soprattutto i tuoi sogni.

    1. Che agevolazioni o impedimenti avete trovato da parte dei datori di lavoro, della burocrazia, diciamo dell’ambiente “esterno”, nella realizzazione della vostra scelta? Perché forse non servirebbe nemmeno tanto: la “politica”, diciamo il potere pubblico, potrebbe semplicemente farsi portatore e facilitatore di esperienze meravigliose come la vostra, i cui valori sono immensi, ma che magari spaventano se sono note, o sono del tutto sconosciute ai più…

      1. DIrei che siamo in una fase molto iniziale, dal punto di vista lavorativo siamo rimasti come prima perchè dobbiamo garantire la sostenibilità economica e per il primo anno non conosciamo la consistenza delle voci attive e passive; quindi non abbiamo avuto problemi con le istituzioni, se non per dettagli legati al fatto che alcuni aspetti della esperienza non sono inquadrabili negli standard (ad es. lo stato non può versare lo stipendio in un conto corrente collettivo, oppure per la gestione delle parti comuni dell’immobile è stato necessario costituirci come associazione, la tassa rifiuti è esorbitante a causa di algoritmo di calcolo che non prevede il nostro caso). Molta difficoltà c’è stata per qualcuno di noi con genitori e parenti, prevalentemente per la parte economica. Il Vescovo ci ha sostenuto moralmente offrendoci possibilità concrete, pur esprimendo perplessità sulla cassa comune (“…se uno guadagna di più?”), ma non economicamente in quanto la diocesi “ha altri orientamenti”. Le istituzioni civili ed anche ecclesiali sono potenziamente pericolose per la nostra realtà in quanto ci vedono come possibili erogatori di un servizio sociale per persone in difficoltà, cioè ti trascinano verso il “fare”; ad es. il comune ti da gli incentivi economici se “fai” delle iniziative visibili, se prendi in casa qualcuno ecc. mentre il modello di vita che cerchiamo di realizzare, che è la nostra vera difficoltà e che assorbe gran parte delle nostre forze residue, rimane sull’orizzonte come fatto poco più che privato
        Contrariamente agli stereotipi, abbiamo trovato comprensione e apertura da parte delle suore Piccole Figlie, persone nient’affatto chiuse nel loro orto, che si affannano a capire ed eventualmente aiutare ciò che è diverso da loro.
        In conclusione, onestamente in questi primi mesi direi che il maggiore impedimento è dato da noi stessi, non c’è riflessione tra noi che non si concluda con “..devo lavorare su di me”.

  2. Io credo, che, nell’ambito della riflessione di questo post, la preziosissima esperienza riportata, quella della comunità di famiglie (vissuta come in parte si legge in filigrana dai due commenti di Giuseppe, oppure in altro modo, con altri valori e altre declinazioni organizzative) sia una risposta di assoluto interesse. Una delle possibili, certo, ma forse una caratterizzata da una grande dose di “innovazione” (o, si potrebbe dire, di profezia).
    Mi par di capire che oggi una risposa del genere nasca dalle esigenze di alcune persone, alcuni nuclei familiari, e si concretizzi in modo più o meno singolare (nel senso di unico e specifico) nelle diverse condizioni in cui ciò avviene.
    Posso essere d’accordo sull’analisi globale e su una certa dose di ineluttabilità nella crisi economica odierna. Tuttavia io credo che la politica, quella buona, abbia anche il compito di trovare questi fili di speranza e annodarli. Magari anche scegliendoli come possibile modello di sviluppo per il futuro; ma sicuramente analizzando le alternative e proponendo una visione chiara di dove si vuole che la nostra società si indirizzi. Vogliamo una società frammentata e individualista? Le scelte saranno conseguenti. Io credo che non sia questa la direzione giusta, almeno non per il nostro Paese. Vogliamo una società in cui allo Stato competono livelli minimi di sorveglianza e intervento sociale? Allora le scelte conseguenti devono favorire la nascita e la sussistenza di reti di sostegno tra individui e famiglie.
    Per fare esempi, se lo Stato riconoscesse gli aggregati di famiglie come entità di diritto, se le politiche abitative tenessero conto nell’edilizia della presenza di nuclei polifamiliari, se nelle politiche di sostegno al reddito si potesse tener conto delle comunità di famiglie, credo che esperienze come quella riportata potrebbero avviarsi con maggiore facilità, non solo per i vantaggi che questo comporterebbe, ma soprattutto perché la presenza in normativa permetterebbe a più famiglie di conoscere una presenza reale, la sua possibilità, la sua attuabilità.
    E questo valga per qualunque altro modello di sviluppo sociale la buona politica voglia proporre come prioritario per il nostro futuro, a partire dal nostro presente odierno. Abbiamo davvero bisogno di buona politica.

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