Tre anni dopo


All’inizio di febbraio 2011, all’inizio cioè del mio dottorato di ricerca, pubblicavo su Fb una nota intitolata “Elenco dei motivi per cui lascio per tre anni la cattedra e mi rimetto tra i banchi (se tutto va bene)”.

L’ultima parentesi era riferita alla burocrazia e alla speranza che non avrebbe messo bastoni tra le ruote (c’era in ballo l’entrata in vigore della riforma Gelmini che ha avuto effetti anche sui cosiddetti “congedi straordinari per dottorato di ricerca” del personale delle PPAA). Nient’affatto stranamente la burocrazia ha effettivamente fatto pasticci, in modo a me ultrafavorevole, anche se poi, alla fine (letteralmente, cioè intorno a dicembre 2013) il rimedio è stato trovato.

Tre anni dopo, quando ormai il congedo è finito, il dottorato volge al termine, la tesi è quasi pronta e attendo ormai solo l’esame finale, posso tornare su quelle motivazioni e spiegare perché, nonostante i prezzi che io e altri abbiamo dovuto pagare, quella sia stata una scelta che rifarei certamente.

1. Perché in questo Paese tutti si riempiono la bocca di “famiglia”, ma nessuno fa nulla.

Io ho fatto qualcosa, credo. Ho rinunciato temporaneamente al lavoro che amo (non posso definirlo altrimenti) per dedicarmi a un’attività che mi ha consentito anche di prendermi cura dei miei figli piccoli. L’ho fatto io, tutelato da un contratto che mi permetteva di farlo, perché l’alternativa sarebbe stata che mia moglie perdesse il lavoro. Talvolta, raccontando questa situazione ho comunque visto sguardi perplessi, come se fosse normale che la madre lavoratrice si trovi di fronte alla possibilità di perdere il lavoro per curare i figli. Ecco, credo di aver fatto qualcosa per la famiglia anche nel senso di superare idee vecchie con azioni nuove.

2. Perché i miei figli hanno diritto a un padre presente quando ne hanno bisogno.

I miei figli hanno avuto bisogno, e l’avranno ancora, di genitori presenti, per vari motivi anche più di altri bambini. Io ho potuto esserci, ho avuto questo privilegio, senza pagare prezzi insostenibili. Ed è un privilegio che hanno avuto i miei figli.

3. Perché i miei studenti hanno diritto a un insegnante più preparato.

Non tanto per le cose che ho studiato, nemmeno tanto per le cose che ho prodotto, ma probabilmente perché ho vissuto sulla mia pelle, molto più di quanto non fosse successo durante gli anni della laurea, il lavoro di ricerca, lo spirito di scoperta che è il vero cuore delle materie che insegno, ben più di tante nozioni; che è il vero scopo delle materie che insegno, ben oltre i vari obiettivi didattici.

4. Perché sento la necessità di nutrirmi di altro rispetto a quel che passa la Scuola (niente).

Ho studiato, sì, ho fatto, ho usato metodi ideati da premi Nobel, ma soprattutto ho ascoltato, discusso, collaborato con persone che sono tra i grandi dei loro campi e pure ottimi insegnanti; ho fatto parte di un’impresa scientifica che mi ha fatto crescere umanamente, come fisico, come insegnante.

5. Perché è il poco che posso fare per sostenere la ricerca in questo Paese.

Una ricerca che spesso è parassitica di risorse rispetto a quella degli altri Paesi, perché per far qualcosa di decente occorre associarsi ad atenei stranieri che possono investire. Il mio piccolo contributo l’ho dato, anche se ancora non è espresso fino in fondo (alcuni articoli sono ancora in fase di preparazione) e sono consapevole dell’aggettivo quanto del sostantivo.

6. Perché quando sarò costretto ad andarmene, porterò con me un bagaglio più pesante (e alleggerirò di più il Paese che mi avrà lasciato andar via).

Spero sempre di non doverlo fare. Ma il piano B c’è ed è più solido di tre anni fa.

7. Perché quando sarò costretto ad andarmene, il suffisso PhD potrebbe fare la differenza.

Ancora del suffisso non posso fregiarmi, ma sì, come sopra.

8. Perché posso così testimoniare una passione. Anzi, più di una.

Per la fisica, per la ricerca scientifica, ma anche per lo studio, per l’insegnamento, paradossalmente ma in modo attuale proprio ora. E ancora…

9. Perché per tre anni creerò un posto di lavoro reale, che è sempre meglio di un milione fasulli.

Ho conosciuto chi mi ha sostituito nella scuola in cui ero in servizio all’inizio del 2011, e ho conosciuto chi mi ha sostituito all’inizio del presente anno scolastico. Certo, dispiace la precarietà. Non potendo io assumere direttamente nessuno, comunque ho lasciato a supplenza una cattedra per due anni scolastici interi e due mezzi.

10. Perché c’era un posto libero che nessuno occupava.

Beh, sì, questo dall’inizio: ero ultimo in graduatoria degli ammissibili, e sono stato ammesso perché in due o tre prima di me hanno rinunciato, questo è agli atti. Tengo a dirlo, come tenevo ad essere ammesso per ultimo: non volevo che il mio dottorato togliesse opportunità a un giovane (che di opportunità già ne hanno ben poche).

11. Perché c’è una legge che lo prevede e pochi lo sanno.

C’era, e consentiva ai dipendenti pubblici di fare quel che ho fatto senza rinunciare a nulla. Ed era una grande legge, perché consentiva una formazione di alto livello (anche se poi questa non veniva, né viene, riconosciuta all’interno delle amministrazioni). E’ comunque cambiata, la legge. Grazie a MS Gelmini. Sì, quella del tunnel.

12. Perché per tre anni vorrei dimenticare il lessico demenziale da burocrati che ci vogliono insegnare e tornare a imparare la lingua per cui ho scelto la mia professione.

La fatica la farò adesso, rientrando a scuola a riforma quasi a regime. Ma così è stato: in tre anni ho dovuto davvero occuparmi in modo minimo di burocrazia.

E ora rientro.

Con entusiasmo, sicuramente. Voglia di conoscere i miei alunni. Con idee, certamente. Anche relative alle cose che ho studiato durante gli ultimi tre anni.

Con un po’ di malinconia, che già sento, perché i rapporti che si sono creati in questi tre anni potranno certamente proseguire in termini di amicizie, forse anche di saltuarie collaborazioni, ma sì, qualcosa comunque è finito.

Ricorderò sempre le vicende umane che ci hanno coinvolti in questi tre anni: le persone che se ne sono andate per sempre, quelle che sono passate e hanno trovato altrove il prossimo capitolo della loro storia, quelle che sono arrivate e lascio lì; i viaggi, le birre (e le sangrie, per la verità); le difficoltà nell’interpretare qualche risultato o la soddisfazione nel vedere una previsione prendere la forma di un grafico sperimentale, i discorsi sui figli, le figlie, la vita.

E’ un po’ così, una parentesi di tre anni che si chiude, con tanto dentro. Una parentesi ricca, in verità, che mi lascia, proprio per questo,  un po’ più vecchio, con tanta gratitudine (di tanto difficile espressione), un po’ più triste, orgoglioso, contento, consapevole, pronto per andare avanti.

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