Quando i muri parlano


Che anche i muri abbiano orecchie è qualcosa che ho imparato quando ero un ragazzino chiacchierone.

Questa mattina entrando in una classe mi sono reso conto che i muri possono anche parlare; o almeno lo possono fare in una scuola.

Non sto parlando solo dei messaggi che gli studenti talvolta lasciano nelle loro aule, sotto forma di fogli appesi, di oggetti in qualche modo attaccati, o addirittura di graffiti murali che solo un’adeguata tinteggiatura è in grado di rimuovere.

Ciò che mi ha colpito è invece una targa all’ingresso dell’aula in cui oggi sono stato inviato per una sostituzione, proprio ieri intitolata a Rossella Mazzoni, collega di inglese, nel primo anniversario della sua scomparsa.

L’avevo conosciuta, diversi anni fa e ricordo che, per quanto siamo stati colleghi in un solo consiglio di classe e per un solo anno, avevo comunque avuto modo di apprezzarne la gentilezza e l’attenzione. Ma l’affetto e l’ammirazione che esprimono parlando di lei coloro che l’hanno conosciuta più a lungo e in profondità, i nostri comuni ex-alunni o i colleghi, testimoniano di qualità umane e professionali fuori dall’ordinario.

La nostra scuola è antica, l’edificio è storico, sono tante le memorie di persone eccezionali che vi hanno studiato. Nell’atrio ad accogliere chi entra c’è la lapide dei caduti durante la Grande Guerra. Nomi passati, di cui solo alcuni, forse, possono essere conosciuti oggi perché appartengono allo stradario cittadino. Eppure negli anni Trenta, quando la lapide è stata posta, tanti potevano avere una memoria viva delle persone lì nominate. E quella grande lapide, con tutta la sua retorica che oggi fa sorridere, allora probabilmente ad alcuni dava l’effetto che la targa posta ieri dà oggi a noi.

I muri che parlano, raccontano a chi li sa ascoltare della presenza, del passaggio di persone particolari, straordinarie e normali insieme, che hanno avuto un ruolo importante nel rendere quello spazio tra le pareti un luogo in cui generazioni successive si trasmettono qualcosa. E questo ruolo l’hanno avuto nel loro tempo, e oltre.

La cosa bella è che non è necessario avere una scuola antica, piena di lapidi, cippi e busti marmorei per ascoltare i muri raccontare il passaggio di un testimone di passione per il sapere, per la ricerca, per lo studio. Basta avere pareti tappezzate di libri, bastano i poster realizzati anno dopo anno, con i nomi di chi li ha realizzati. Basta che la scuola, come comunità, decida di raccontarsi, in una narrazione di gratitudine e di impegno, di esempio dato e ricevuto; una catena più o meno lunga di generazioni che si accompagnano.

Una comunità, appunto. E non nel senso chiuso, elitario di chi si ritiene più di altri, ma invece con la consapevolezza che sono tanti i muri che parlano, in tanti altri posti della città, con altri personaggi e altri riferimenti, ma raccontando nella stessa lingua e della stessa storia.

La targa di Rossella è lì, fuori da un’aula, a ricordare a chi l’ha conosciuta, prima di entrare in classe o uscendone, che tutta la giostra ha un senso perché ci sono persone che hanno scoperto una passione e vogliono tanto bene ai più giovani da desiderare che anche loro possano averne parte.

Graffiti su muri, e su cuori, che non c’è tinteggiatura che possa cancellare.

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